FENOMENO MANGERECCIO

Home Restaurant, l’esperimento social che rischia di fare la fine di Uber

Il ministero frena e vorrebbe mettere regole rigide

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CIBO TAVOLA IMBANDITA

ABRUZZO. Nuvole all’orizzonte per chi ha intenzione di aprire un Home Restaurant in casa propria o l’ha già fatto.

Se, da un lato, le possibilità offerte dal mercato sono favorevoli, dall’altro, la burocrazia e la politica potrebbero frenare questo fenomeno che già in tutto il mondo sta riscuotendo un enorme successo.

E’ un modo nuovo di fare impresa che potrebbe funzionare anche in Italia sempre se non si deciderà di farlo morire sul nascere creando paletti stringenti tanto da far somigliare e imbrigliare questa attività imprenditoriale 2.0 nelle stesse maglie strette imposte alle attività tradizionali, burocrazia compresa.

Che cosa è un Home restaurant? Un perfetto ibrido tra la cena a casa di un amico ed un ristorante. L’atmosfera è simile a quella di una cena tra amici, anche se i commensali è probabile non si conoscano, la casa è quella di un privato che organizza, diffonde, raccoglie adesioni e cucina, il prezzo da pagare, invece, ricorda più l’attività commerciale a tutti gli effetti.  

La moda dei ristoranti privati in casa nasce a Londra nel 2009: la prima gestrice è Miss Marmite. Oggi i commensali sono disposti a spendere ben 50 sterline per mangiare a casa sua. In Italia il fenomeno sta iniziando a prendere piede grazie al passaparola sui social network e a canali di diffusione.

Da salvaguardare, però, c’è la concorrenza: i ristoratori ‘veri’, infatti, si sentono danneggiati da queste attività che, al contrario della loro, godono di troppe libertà e concessioni. Un po’ come i tassisti che se la prendono con Uber, l’app di Google bandita recentemente dai tribunali italiani e Europei che i qualche modo viaggiava parallelamente ai tassisti offrendo però caratteristiche di servizio diverse.

Il Ministero dello Sviluppo Economico, infatti, chiede che i titolari di questi ristoranti moderni ‘fatti in casa’, depositino la Scia, dichiarazione di inizio attività, obbligatoria da aprile 2015 per tutte le attività di ristorazione.

Insomma, l’affare si complica e quello che poteva essere un modello di business facile e sburocratizzato potrebbe invece prendere la strada di una attività comune, fatta di permessi, carte bollate e richieste infinite. Restrizioni che dovrebbero più mirare al controllo e alla tutela del consumatore che a frenare la libera concorrenza. Inutile dire che gli organizzatori sono tenuti ad emettere ricevuta e a dichiarare i proventi ottenuti…

Eppure proprio le imposizioni della burocrazia contrastano con lo spirito originario di questa iniziativa che piace e attrae sempre più turisti, ovvero la possibilità offerta a chiunque ami stare ai fornelli di trasformare la propria casa e la propria cucina in un ristorante occasionalmente aperto per amici, conoscenti e perfetti sconosciuti (viaggiatori soprattutto) che hanno così la possibilità di sperimentare la cucina originale dei luoghi frequentati abitualmente o in occasione di un viaggio.

Negli home restaurant i tavoli vanno dai 10 ai 12 posti e vige la regola “Byo”, bring your own, ovverosia "da bere lo portate voi".

Basta avere una cucina, quella di casa va benissimo; un po' di posto per ospitare i commensali, pochi perché è pur sempre una casa; sapersi organizzare e soprattutto destreggiare tra le pentole perché qui a farla da padrone è la qualità. E non servono autorizzazioni del Comune o dell'Asl, spiegano Michele e Daniela (lui giornalista, lei per anni ha lavorato all'interno del Municipio) che a Roma, "grazie all’articolo 1 comma 100 della Legge Finanziaria 2008 n.244 (del 24/12/2007)" hanno aperto ad aprile scorso il loro “Home Restaurant”.


TUTTO PARTE DA NEW YORK

La tendenza è partita nel 2006 con i guerrilla restaurant a New York, per poi diffondersi nel 2009 anche nel Regno Unito. Grazie ai social network la moda si è estesa a macchia d'olio dando origine alla nascita dei  Supper Club newyorkesi, delle case particular cubane e degli Home Restaurant. Una passione, quella della cucina, che si può trasformare in un vero e proprio business rispettando alcune regole previste dalla legge di ciascun Paese.


 COSA SERVE

Sul sito homerestaurant.it ci sono le indicazioni su tutto ciò che serve per aprire una attività del genere. Allo stato attuale non esiste una normativa che disciplini lo svolgimento dell'attività. Un disegno di legge non ancora discusso né approvato, prevede l'utilizzo della propria struttura abitativa, anche se in affitto, fino ad un massimo di due camere, per un massimo di venti coperti al giorno

I locali della struttura abitativa devono possedere i requisiti igienico-sanitari per l'uso abitativo previsti dalle leggi e dai regolamenti vigenti. Inoltre l’esercizio dell'attività di home food non costituisce e non necessita alcun cambio di destinazione d'uso della struttura abitativa e comporta l'obbligo di adibirla ad abitazione personale. Ai fini dell'esercizio dell'home food il proprietario è tenuto a comunicare al comune competente l'inizio dell'attività, insieme ad una relazione di asseveramento redatta da un tecnico abilitato. Non è necessaria l'iscrizione al registro esercenti il commercio e sarà il comune destinatario della comunicazione ad effettuare apposito sopralluogo per confermare l'idoneità della struttura abitativa all'esercizio dell'attività di home food;


ATTIVITÀ SALTUARIA D'IMPRESA

L'attività di Home restaurant è un'attività saltuaria d'impresa. L'Homer (l'esercente l'attività di Home restaurant) deve rilasciare ai clienti una ricevuta e fino a quando l'attività si mantiene saltuaria non esiste obbligo di versamento contributi previdenziali.

Nel caso in cui l'attività da saltuaria diventi abituale (al superamento dei 5000 Euro all’ anno di reddito) occorre richiedere l'attribuzione della partita IVA ed iscriversi all'INPS gestione commercio. Fino al raggiungimento dei 30.000 Euro di reddito / annuo è previsto un regime agevolato di tassazione e di inps.


DOVE ANDARE

Fra le piattaforme italiane quella che funziona meglio a livello locale è Ceneromane che conta circa quaranta affiliati: il costo medio della cena è di 40 euro e il portale trattiene il 15% e le spese di transazione.

La più grande community italiana è Gnammo.com, diffusa in 124 città nelle quali ha arruolato 1055 cuochi, realizzando 500 eventi social, con brunch a 10 euro o serate con menù indiani, messicani o eventi tematici per i quali si spende fino a 40 euro. Molto utilizzate anche New Gusto e KitchenParty.org.

Per chi cerca un pasto low cost o per chi non dispone della cucina e vuole contenere la spesa c’è PeopleCooks: il pasto non supera i 6 euro e prevede un primo, un secondo, un frutto e acqua. Il fenomeno si sta espandendo viralmente tanto che Airbnb, la piattaforma globale nella quale si affitta la propria casa o parti di essa per brevi periodi, sarà presto attivo un servizio di home restaurant.