IL PROCESSO

Clan dei nigeriani e riti voodoo: processo slitta ancora per nomina di un interprete

Rinviato al 24 luglio. Il processo si tiene presso la Corte d’Assise di Chieti

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Clan dei nigeriani e riti voodoo: processo slitta ancora per nomina di un interprete

 CHIETI.  E' entrato nel vivo ieri mattina ma dopo circa un'ora è stato rinviato al 24 luglio prossimo per consentire la nomina di un interprete, il processo iniziato con l'udienza di smistamento lo scorso 18 febbraio davanti alla Corte d'Assise di Chieti a carico di sette cittadini nigeriani accusati di riduzione in schiavitù nei confronti di alcune loro connazionali e di aver procurato l'ingresso illegale in Italia delle donne al fine di destinarle alla prostituzione o comunque allo sfruttamento sessuale o lavorativo.

Gli imputati sono Eric Osawemwenze, 47 anni, domiciliato a Francavilla al Mare, Kelly Iyekekpolor, 32 anni, domiciliato a Pescara, Steffirta Owaeghianye, una donna di 38 anni domiciliata a Francavilla, Jiuliet Osawemwenze, 30 anni, domiciliata a Cadoneghe la cui posizione è stata stralciata, Happy Nowe Odia, 33 anni domiciliato a Pescara, Augustine Efe Ogbonmwan, 47 anni domiciliato a Roma e Maro Opiah Ogbonmwan, 32 anni domiciliata a Campobasso.

Il processo, che nasce da un'indagine coordinata dalla Procura distrettuale dell'Aquila e che nel settembre del 2011 portò la Squadra Mobile di Pescara ad arrestare sei persone, si è aperto oggi con l'audizione del primo testimone, l'ispettore della Squadra Mobile di Pescara Antonio Iervese ma ad un certo punto della sua deposizione, che ha ricostruito le prime fasi dell'indagine, ci si è resi conto che per favorire la comprensione degli imputati, tutti nigeriani, alcuni dei quali presenti in aula, era necessario nominare un interprete. Di qui la decisione di rinviare l'udienza. Le vittime, giovani donne nigeriane, secondo l'accusa venivano segregate per diversi giorni dentro un'abitazione a Montesilvano e, dopo essere state private del passaporto, erano costrette a prestazioni lavorative disumane e a prostituirsi per ripagare la somma di 55.000 euro che era stata spesa, a dire degli sfruttatori, per farle entrare in Italia. Le donne venivano inoltre minacciate di essere sottoposte a riti voodoo.