LA SENTENZA

Morosi Case e Map, Corte dei Conti: «inaccettabile disparità di trattamento tra cittadini»

«Inerzia dell’amministrazione durata due anni»

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L’AQUILA. «L'azione virtualmente doverosa» che avrebbe dovuto fare il Comune de L’Aquila, «non era quella di sfrattare i morosi  e risparmiare così i contributi di autonoma sistemazione, come una qualsiasi “immobiliare” privata, orientata al profitto, ma assicurare che tutti i cittadini pagassero quanto dovuto, allo stesso modo, senza tollerare colpevolmente situazioni di maliziosa “evasione”».

E’ questo il nodo chiave della sentenza della Corte dei Conti di oltre 60 pagine che nei giorni scorsi ha condannato ravvisando un danno erariale, il sindaco Massimo Cialente e gli assessori Alfredo Moroni e Fabio Pelini al risarcimento di 30 mila euro ciascuno. Condannata anche la dirigente comunale Patrizia Del Principe che dovrà invece risarcire 60 mila euro. La Procura  morosi di Progetto Case e Map nell'ultima udienza aveva chiesto la condanna per un danno erariale per più di 11 milioni di euro.

Spesso il sindaco Cialente si è difeso sostenendo che non se la sentiva di sfrattare gli aquilani in difficoltà. Stessa linea perseguita anche dalla senatrice Stefania Pezzopane che nel momento di maggior tensione sul caso disse al ministro Alfano: «venga lui a sfrattare gli aquilani».

Ma dalla attenta lettura della sentenza è chiaro che i giudici non ritengono che fosse quella la soluzione del problema ma si condanna un colpevole lassismo, una incapacità di prendere una decisione, di seguire una strada certa. E ciò, scrivono ancora i giudici, non voleva dire di certo vessare i cittadini in difficoltà perché in caso di situazioni particolarmente gravi il Comune «avrebbe potuto trovare adeguata composizione nella vigente regolamentazione comunale», accrescendo  «i livelli di tutela e di assistenza in favore delle persone maggiormente bisognose, ove si fossero rivelati inadeguati».
Insomma in caso di situazioni veramente difficili si poteva giocare la carta delle esenzioni.

QUALE UGUAGLIANZA TRA I CITTADINI?

«A fronte del sacrificio economico richiesto alle famiglie terremotate», scrivono i giudici nella sentenza, «era preciso dovere dell'amministrazione assicurare che tutti, nessuno escluso, sopportassero lo stesso sacrificio, a parità di altre condizioni, e che i renitenti, singolarmente individuati, fossero privati, se del caso, dell'assistenza pubblica».

La Procura ha infatti contestato agli amministratori di essere rimasti «inerti» omettendo di individuare le situazioni di morosità, attinenti sia al pagamento delle quote condominiali sia al pagamento dei canoni di compartecipazione, e di assumere i conseguenti  provvedimenti di decadenza dall'assegnazione degli alloggi.

I giudici nella sentenza contestano il fatto che nessuno si adoperò affinché fosse realizzata ed aggiornata una anagrafe degli assegnatari con la lista dei relativi pagamenti e fossero così individuate le situazioni di morosità. Inoltre nessuno si preoccupò di sollecitare i pagamenti o intraprese «le conseguenti azioni anche a carattere sanzionatorio (ivi inclusa la declaratoria di decadenza dall'assegnazione dell'alloggio)».

LE CIFRE
E di certo non si può dire che i morosi fossero solo una piccola parte, impercettibile.
A marzo 2013, per il canone di compartecipazione  risultavano morosi 1.285 nuclei familiari su 1.414 (vale a dire il 90% circa dei nuclei assoggettati al canone), per un importo complessivo non pagato pari ad 1,3 milioni di euro. Poi l’esito della rilevazione è stato rivisto in contraddittorio con il Comune ma la cifra era comunque alta: 1.211 nuclei morosi (circa l'85% dei nuclei interessati) per un totale di canoni non pagati pari ad euro 1.018.351,92 (sempre al mese di marzo 2013).

Una situazione analoga si è registrata anche per le “quote condominiali” (cioè i costi delle utenze contabilizzate in via unitaria per ciascun complesso immobiliare, addebitate al Comune, con la necessità di ripartirle tra i singoli condomini): dall’elaborazione dei relativi dati, forniti dalla società in house comunale S.E.D. s.p.a. ed aggiornati al 19 settembre 2013, è emersa la morosità di 3.050 nuclei familiari su 5.600 (circa il 54% dei nuclei interessati), per un importo complessivo insoluto pari ad 1,9 milioni. Per 2.792 nuclei familiari la morosità si era protratta per almeno due rate.

«SITUAZIONE NOTA»

«L'esistenza di una situazione diffusa di inadempienza all'obbligo di pagamento dei canoni di compartecipazione era fin da subito nota al Comune», sottolineano i giudici che fanno notare come «non è verosimile opinare che, tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013, il “buco” non avesse cominciato a delinearsi nei conti dell'ente; la problematica non poteva certo passare inosservata o essere semplicemente ignorata dall'amministrazione, a maggior ragione in considerazione delle polemiche all'epoca insorte e delle molteplici iniziative anche spontanee di protesta».

Insomma i giudici sposano la tesi della Procura e confermano «l'inerzia dell'amministrazione comunale, perdurata per circa due anni».
Ovvero fino a quando gli uffici comunali non furono “pressati” dalle sollecitazioni della Guardia di Finanza (e dalla correlata trasmissione degli atti alla Procura della Corte dei conti) i pagamenti rimasero rimessi alla buona volontà dei singoli assegnatari, «senza che nessuno nel Comune si preoccupasse di individuare analiticamente le situazioni di morosità e di adottare le conseguenti iniziative recuperatorie ovvero sanzionatorie, pur in presenza di una situazione di inadempienza fin da subito stimabile in misura a dir poco preoccupante».

«APPORTI FINANZIARI INDISPENSABILI»

E questo lasciar correre viene inquadrato dai giudici in tutta la sua gravità:  «va considerata l'urgenza e l'importanza, per il Comune, dell'incasso delle somme in parola, già sotto un profilo strettamente finanziario; si trattava, infatti, di apporti finanziari che dall'ente stesso erano qualificati come indispensabili ed urgenti, la cui realizzazione non poteva quindi essere affatto trascurata, neppure temporaneamente».
«In secondo luogo», scrivono ancora i giudici, «non può ignorarsi la palese distonicità dell’azione del Comune in relazione ai principi costituzionali di uguaglianza, di legalità, di imparzialità e di solidarietà sociale; con riguardo ad essi, la situazione emergenziale in cui versava la comunità aquilana non avrebbe potuto costituire una giustificazione, rappresentando una vera e propria aggravante. Invero, di fronte alle richieste di pagamento urgenti, avanzate dal Comune nei confronti dei cittadini terremotati, soltanto una parte della popolazione ritenne di dover versare quanto previsto dalle disposizioni comunali, mentre un'altra (cospicua) parte rimase per così dire “in attesa di sviluppi”, adagiandosi su una situazione di morosità quasi generalizzata, di fatto tollerata dall'ente».

«INCAPACITA’ DELL’ENTE»

I giudici parlano inoltre di «dimostrata, radicale incapacità o riluttanza del Comune nella gestione delle situazioni di morosità, cioè l'inerzia nel prendere provvedimenti a tutela delle finanze comunali» e sottolineano che «non è tollerabile, in uno stato di diritto, che alcuni cittadini soltanto corrispondano quanto dovuto ad un ente pubblico, mentre altri, nelle stesse condizioni, si sottraggano a tale adempimento, in maniera eclatante, senza che l'amministrazione assuma in proposito alcuna iniziativa, non tanto e non solo a tutela delle proprie finanze, ma anche in adesione ad intuitive ed elementari aspettative di legalità e di imparzialità, che necessariamente devono connotarne l'azione. Se ciò non è ammissibile in situazioni di ordinarietà, meno che mai può esserlo in un contesto segnato dall’emergenza abitativa, qual è quello in esame, in cui i presidi di imparzialità e di uguaglianza assumono ancor più pregnanza, a tutela della dignità stessa di famiglie in condizioni di particolare vulnerabilità».

LA BUONA VOLONTA’ E IL SENSO CIVICO

«Non è accettabile», si legge ancora, « che l'obbligo di pagamento dei canoni e delle quote, puntualmente stabilito dalla regolamentazione comunale, sia rimasto sostanzialmente rimesso, per circa due anni, alla buona volontà e al senso civico di coloro i quali, spontaneamente, abbiano adempiuto all'obbligo stesso, mentre rimanevano sconosciuti, quindi privi di qualsiasi conseguenza, i singoli omessi pagamenti, pur risultando nitida la percezione della morosità complessiva».

Il problema in sostanza secondo i giudici non può essere ridotto alla semplicistica questione dell'omesso “sfratto” dei morosi, vale a dire dell'allontanamento dagli alloggi di una quota di beneficiari attestantesi tra il 50% (per le quote) e l'85% (per i canoni) dei soggetti tenuti al pagamento.

Lo snodo cruciale dell'intera vicenda risiede nel fatto che il Comune non avrebbe dovuto rimanere inerte per poi trovarsi nelle condizioni di dover fronteggiare, per di più a distanza di tempo, una morosità di tali proporzioni.

«BASTAVANO POCHI ACCORGIMENTI»

E se il Comune avesse voluto forse sarebbe riuscito a farsi rispettare dai morosi come si evince dalla sentenza: «E' stato infatti sufficiente per l'amministrazione comunale semplicemente annunciare interventi di lotta alla morosità (anche grazie ai dati elaborati dalla Guardia di Finanza) ed istituire un ufficio ad hoc, dotato di poche unità scelte di personale, per ridurre il fenomeno, già in corso di causa, entro limiti più accettabili, come ricordato in narrativa ed incontestato tra le parti.

Questo “effetto annuncio” dimostra come la genesi del fenomeno sia da ricondurre principalmente ad una mancanza di fermezza e di “determinazione” da parte dell'amministrazione locale nel garantire la imparziale ed uniforme applicazione delle deliberazioni comunali più volte citate in tema di canoni di compartecipazione e quote condominiali. Non interessa, ai fini del decidere, stabilire se l'inerzia discendesse da un calcolo politico, come sostenuto in citazione, da un errore di valutazione o da una mera disorganizzazione in cui versava l’ente locale, secondo ricostruzioni alternative pure compatibili con gli atti: in entrambi i casi, per quanto esposto, si tratta di omissioni connotate dalla oggettiva “gravità”».

«In ogni caso, è ampiamente dimostrato dallo sviluppo della vicenda, successivo all'atto di citazione, che sarebbero bastati pochi accorgimenti risolutivi per riportare la situazione entro limiti fisiologici».

«TUTTI IN ATTESA»

Per i giudici la situazione può essere così sintetizzata: «la “politica” attendeva le iniziative della “dirigenza”; la “dirigenza” attendeva istruzioni dalla “politica”; nel frattempo, pagava chi voleva.
Si era verificata, in pratica, una soluzione di stallo operativo, determinata da una palese carenza organizzativa, in cui ciascuno dei convenuti restava inerte o assumeva iniziative meramente dilatorie, aspettando che prima o poi agisse l'altro; ciascuno ritiene oggi di non essere responsabile dell'inerzia, sicché nessuno sarebbe responsabile, mentre è evidente che tutti, in concorso, hanno contribuito al verificarsi della paradossale situazione rilevata dalla Guardia di Finanza».