IL FATTO

«Mio padre sta morendo in carcere». L’appello disperato di una figlia

L’uomo detenuto nel carcere di Sulmona sarebbe in condizioni disperate

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«Mio padre sta morendo in carcere». L’appello disperato di una figlia

SULMONA. «Temo che mio padre morirà nelle mani dello Stato, uno Stato che avrebbe dovuto punirlo per i reati commessi ma anche curarlo».

E’ duro e drammatico lo sfogo di Teresa Tuccillo, 22 anni, figlia di Gennaro Tuccillo, rinchiuso nel carcere di Sulmona e momentaneamente dislocato nel nosocomio locale per le sue condizioni di salute preoccupanti.

Anzi, racconta la donna, sono disperate tanto che l’uomo potrebbe morire da un momento all’altro e le sue condizioni non sono più compatibili con il carcere. «Più malato di mio padre», scrive la donna in un disperato appello, «c’ è la giustizia, quella assopita, quella indifferente, quella disumana».

L’uomo, racconta la figlia, è affetto da epatite C cronica evolutiva, calcolosi colecistica, parocele derivante da ingravescenza di ernia addominale,  diabete mellito 2, varici esofagee  con altissimo rischio di emoraggie interne.

«Mio padre», denuncia la donna, «non deve stare in carcere. Lo hanno detto i sanitari della casa di reclusione di Sulmona che non sono in grado di assicurare la dovuta assistenza sanitaria. Lo hanno rappresentato i legali con istanze rivolte all’ufficio di Sorveglianza di L’Aquila chiedendo un ricovero urgente presso strutture altamente specializzate, nonchè con istanze  di differimento pena con procedura d'urgenza e, poi, di sospensione della esecuzione della pena».

Però, tutte le istanze difensive e tutti i solleciti per il momento sono in stand by: il giudice di sorveglianza, infatti, non ha ancora deciso, nonostante ci sia una certa urgenza.

E la figlia non riesce a comprendere cosa si stia aspettando anche perché «i medici hanno relazionato al magistrato di sorveglianza che mio padre è a rischio di morte improvvisa a breve termine e che è persino peggiorato. È sconfortante la mancanza di scrupolo, la mancanza di umanità con cui l’ufficio di Sorveglianza di L’Aquila omette di valutare con urgenza le istanze. Mio padre, in questo momento, è condannato a morire».

Si può solo aspettare per il momento. «Tante volte, seguendo la cronaca», chiude amareggiata la donna, «in casi simili ho pensato: “se succedesse a me farei l’impossibile, protesterei, mi incatenerei”. Adesso che, invece, sono coinvolta io in prima persona, avverto forte il senso di impotenza, il senso di abbandono da parte delle istituzioni, della Giustizia che agisce con la indifferenza, senza umanità».