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Centri commerciali, grande distribuzione grandissima crisi: «affari ridotti, fine di un’epoca»

Anche il 2 giugno alcuni alzeranno le saracinesche

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Centri commerciali, grande distribuzione grandissima crisi: «affari ridotti, fine di un’epoca»

ABRUZZO. Il 2 giugno è la Festa della Repubblica in giro ci sono molti avvisi che ricordano questo giorno solenne e molte cerimonie che invitano i cittadini a partecipare.
Ma la liberalizzazione dell'orario degli esercizi commerciali decisa dal Governo Monti (sostenuto dalla Pdl e Pd) ha consentito che i centri commerciali e attività potessero essere aperti senza “limiti” anche in questo giorno. E infatti, anche in Abruzzo, domani la maggior parte degli ipermercati resteranno regolarmente aperti così come aperti sono stati anche il 26 dicembre (S. Stefano) o il Lunedì di Pasqua.
Mentre la crisi incombe e anche in regione si fanno i conti con i tagli, il modello del centro commerciale starebbe vivendo un difficilissimo momento di crisi, come emerso da una recente inchiesta di Repubblica. Caso Auchan (dove anche in Abruzzo si contano esuberi): dal 2010 al 2014 il suo giro di affari in Italia si è ridotto da 3,2 miliardi a 2,6 miliardi di euro. Motivo? La contrazione dei consumi, l’attacco dei punti vendita 'non food', l’esplosione degli hard discount e la diffusione della spesa via Internet. E soprattutto, troppi, ma davvero troppi punti vendita. Su una percentuale di consumatori che è comunque sempre la stessa, se non minore. E ne sa qualcosa l’Abruzzo dove c’è la più alta concentrazione di centri commerciali d’Europa.

Alle amministrazioni comunali, ricorda l’inchiesta di Repubblica, fa comodo averli sul proprio territorio: un ipermercato di grandi dimensioni a Milano paga di Imu e tasse per i rifiuti qualcosa attorno al milione di euro all’anno. Da quando il settore è stato liberalizzato, nel 1999, le licenze edilizie sono state date a pioggia. Si è fatto costruire ovunque, anche in zone già ingolfate. E ora ci sono migliaia di contratti con i negozianti interni da rispettare. Dunque non chiudono, ma sono costretti alla metamorfosi per sopravvivere. Diventando sempre più grandi. «In futuro aumenteremo le dimensioni — è la ricetta di Patrick Espasa, numero uno di Auchan — offriremo servizi alternativi, zone wi-fi, i nostri punti vendita saranno sempre di più luoghi dove socializzare, integrandosi con lo shopping online. Non temiamo la concorrenza, ma non ci va bene la concorrenza non organizzata». Quella dei grandi scatoloni di cemento ammassati in pochi chilometri quadrati, che diventano cannibali.
E con la liberalizzazione si può stare aperti praticamente sempre. Anche il 2 giugno.

Ora, però, con la crisi della grande distribuzione si rischia un effetto a catena preoccupante per l'Abruzzo che è regione pesantemente colonizzata e intorno alla quale ruotano fette consistenti di economia locale. Un settore in crisi che potrebbe inetressare potenzialmente decine di migliaia di lavoratori solo nell anostra regione.
Un problema per ora non previsto nè affrontato in sede politica e preventiva. Così anche questa crisi è destinata a pesare sulle casse pubbliche con l'erogazione della cassa integrazione che è l'unica misura "popolare" in tema di crisi del mercato del lavoro.
Su questo argomento protesta il partito dei Comunisti Italiani, sezione di Pescara, secondo cui il provvedimento di liberalizzazioni favorisce proprio i grandi centri commerciali: «sono colpiti i piccoli esercizi che non possono reggere la concorrenze dei grandi centri, e i molti casi come si può vedere nelle nostre città molte attività chiudono, non favorisce l’occupazione in quanto i piccoli esercizi sono nella grande maggioranza dei casi a conduzione familiare, o hanno pochissimi dipendenti, che di fatto dovranno lavorare molto di più del consentito per mantenere il posto del lavoro o, peggio ancora, si ricorrerà al lavoro nero o all’autosfruttamento».

Per i Comunisti Italiani, inoltre, la liberalizzazione dell'orario degli esercizi commerciali starebbe creando «un ulteriore disfacimento sociale»: «siamo in presenza di una situazione ingiusta per cui molti lavoratori sono costretti a lavorare nei giorni festivi e di notte, e devono rinunciare ad avere quell'unica giornata settimanale per stare con i propri cari per pochi euro in più in busta paga. Se si facesse una indagine seria ed approfondita del lavoro nei centri commerciali si potrebbe vedere come la condizione di lavoro di molti lavoratori non è certamente delle migliori». «In molti paesi europei», continuano i comunisti, «come le domeniche e molte festività laiche e religiose i negozi sono chiusi e le economie non ne risentono. Il problema vero è la crisi economica, la gente non consuma e non compra perché non ha lavoro, perché la pensioni sono basse, perchè si cerca di agire sulle spese di “sopravvivenza” (talvolta anche a discapito della qualità) e non perché le attività commerciali sono aperte troppo poco».