DITTATURA DEL PETROLIO

Wwf: «Il recepimento della direttiva “offshore" è una farsa»

Gli ambientalisti: «il Governo non cambi le carte in tavola sulle garanzie e sui controlli ambientali».

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Wwf: «Il recepimento della direttiva “offshore" è una farsa»

La deepwater Horizon





ABRUZZO. L’Italia continua a essere un paradiso fiscale per i petrolieri con le royalty più basse del mondo. Alla vigilia della grande manifestazione di Lanciano, sabato 23 maggio, contro la deriva petrolifera che minaccia il nostro Paese, il WWF scende in campo per contrastare la decisione del Governo italiano di entrare in rotta di collisione con l’Europa dopo l’approvazione lunedì 18 maggio di uno schema di decreto legislativo «farsa» di recepimento della Direttiva comunitaria “Offshore”.
Un recepimento che rimuove di fatto dalla storia il gravissimo disastro del Golfo del Messico del 2010, «non fornendo un quadro di garanzie e controlli indipendenti adeguati per evitare che le trivellazioni degli idrocarburi mettano a  rischio l’ambiente dei nostri mari e delle nostre coste».
Contro questo recepimento il WWF farà subito arrivare la voce dei manifestanti di Lanciano a Bruxelles.
È questo l’impegno che l’associazione del Panda porterà avanti nei prossimi giorni (con segnalazioni alla Commissione Europea e al Parlamento), insieme alle altre associazioni ambientaliste.
Si dovrà in particolare contestare «l’ennesimo avallo del Governo alle posizioni insostenibili del Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) determinato a non recepire norme e strumenti scomodi per i petrolieri, contenuti nella Direttiva», che chiede, tra l’altro, agli operatori di «fornire garanzie tecnico-finanziarie adeguate a tutela, in caso di incidente, di tutti gli ambienti costieri a marini sensibili sotto il profilo ambientale» (norma cancellata nel decreto di recepimento) e che venga istituita un’Autorità competente indipendente, chiaramente distinta per evitare «conflitti di interesse dalle strutture dello sviluppo economico», per valutare la capacità dei petrolieri di far fronte ai rischi di incidente e verificare che siano prese tutte le misure di sicurezza (mentre nel decreto si costruisce un carrozzone interministeriale, con diramazioni territoriali, con la smaccata presenza dell’UNMIG, l’ufficio nazionale per gli idrocarburi  e le georisorse del MiSE).
«Non si capisce come sia stato possibile che il Ministero dell’ambiente non abbia fatto valere le sue ragioni, rinunciando a far prevalere l’interesse a tutelare l’ambiente marino e costiero, chiaramente dichiarato dalla Direttiva 2013/30/UE che - approvata dopo il disastro del Golfo del Messico del 2010 (incidente alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, che ha provocato il più grave inquinamento ambientale mai avvenuto nelle acque USA) - deriva direttamente dall’articolo 191 del Trattato europeo nel quale si chiede il pieno rispetto dei principi di precauzione e chi inquina paga», dichiara Stefano Lenzi, responsabile Ufficio relazioni istituzionali del WWF Italia.
 
Il WWF ricorda che ancora una volta «si mettono a rischio i mari italiani, che danno lavoro alle centinaia di migliaia di persone che nel nostro Paese operano nei settori e nell’indotto del turismo e della pesca, per consentire ai petrolieri libertà di trivellazione, quando tutte le riserve certe (10,3 mln di tonnellate) di petrolio in mare, stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per appena 7 settimane (dati DGRME – UNMIG). In un paese quale l’Italia considerato un paradiso fiscale dai petrolieri, dove oltre a esenzioni e franchigie c’è un sistema royalty, da cui si ricavano risorse per la prevenzione il contrasto dell’inquinamento, che prevede le percentuali più basse al mondo, 7% per l’olio e 10% per il gas, quando in Guinea sono del 25%, in Arabia Saudita del 50%, in Alaska del 60%, in Russia dell’80%, in Norvegia dell’80% (fonte “The Economist”)».