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Lo scandalo sulla sentenza di Bussi rischia di diventare il “Watergate d’Abruzzo”

Nuove notizie insidiano le istituzioni che per ora continuano a sfuggire

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Lo scandalo sulla sentenza di Bussi rischia di diventare il “Watergate d’Abruzzo”

Gerardis e D'Alfonso



 
ABRUZZO. «Gravi anomalie sull’andamento del processo».  Sarebbe stata questa la frase pronunciata dal presidente della giunta regionale, Luciano D’Alfonso, alcune settimane prima della sentenza di Bussi.
La rivelazione è stata pubblicata dal quotidiano Il Fatto nel numero in edicola ieri, incrociando varie fonti (non rivelate ma tenute anonime). Il presidente, contattato dal giornalista Antonio Massari telefonicamente e via sms, non ha dato la sua versione dei fatti: non ha dunque né smentito né confermato quanto scritto.
Il giorno prima, sabato, sempre il Fatto, aveva rivelato un altro dato inquietante di questa vicenda che vede aperti almeno tre procedimenti (uno al Cms, uno alla procura di Chieti e uno a Campobasso) ovvero che a pronunciare la famosa frase premonitrice due settimane prima del verdetto «la partita è già chiusa. Ho saputo che saranno tutti assolti» sarebbe stato un rappresentante delle istituzioni. Un uomo politico che sarebbe venuto a conoscenza di una notizia così importante e grave che però non parlò né denunciò pubblicamente. Questo rappresentante informò però le parti civili, cioè gli avvocati del processo.
A rivelarlo sarebbero ulteriori fonti anonime del giornale di Travaglio incrociate tra loro ed è questo un ulteriore filone che andrebbe chiarito al più presto.

 LA SAGA CONTINUA
A questo punto, dopo una settimana di articoli di giornale e rivelazioni, ci sono molte cose che non tornano e ancora troppi lati oscuri. Chi credeva che lo “scandalo Bussi” avesse già dato il meglio di sè (o il peggio) si sbagliava perché quanto sta emergendo dalla solitaria inchiesta giornalistica  lascia trasparire aspetti troppo inquietanti che andrebbero chiariti con immediatezza e senso delle istituzioni.
Le fonti del giornale, per quanto anonime, (ovvero non rivelate pubblicamente ma a quanto pare verificate) starebbero svelando fatti concreti, non ipotesi, illazioni o le solite polemiche.

 DALLA CENA AI SILENZI PUBBLICI
Il giornale ha già rivelato che due rappresentanti della giuria popolare hanno denunciato di non aver letto le carte del processo né votato alla fine della camera di consiglio e che avrebbero subìto pressioni da parte del presidente della Corte d’Assise, Camillo Romandini, durante una cena il 16 dicembre 2014 alla quale avrebbe preso parte anche l’altro togato Paolo Di Geronimo, preparatissimo magistrato che nel frattempo è stato promosso in Cassazione.
Le pressioni sarebbero state rivolte per ottenere la derubricazione del reato di disastro ambientale da doloso a colposo. Questo ha di fatto implicato la prescrizione del reato e l’attenuazione della pena (nulla) ma anche la possibilità di avviare un procedimento civile per ottenere da Montedison il risarcimento milionario per il territorio.
L’altra circostanza ormai acclarata è che l’assoluzione dei 19 imputati quasi tutti ex dirigenti Montedison era notizia che circolava insistentemente sul territorio e che è lecito desumere sia giunta a centinaia di persone. Anche Cristina Gerardis, che nel processo rappresentava l’Avvocatura dello Stato, ha confermato che «giravano voci» ed è stata lei poche ore dopo l’uscita del primo articolo ad informare il Csm.

«CI DISSERO CHE D’ALFONSO AVEVA SAPUTO»
Poi con l’articolo di domenica ‘entra in scena’ anche Luciano D’Alfonso che in questi giorni ha sempre preferito non commentare la fitta mole di notizie pubblicate.
«Ci fu detto che il presidente della Regione Abruzzo aveva saputo qualcosa di molto strano sull’andamento del processo», scrive Il Fatto.
Il deputato Gianluca Vacca subito incalza e chiede che «D'Alfonso spieghi se è vero che sapeva e che rapporti abbia avuto con i giudici, sapendo che queste presunte 'rivelazioni' sono precedenti all'esito del suo processo in Corte d'Appello all'Aquila nel quale è stato assolto - prosegue Vacca - Ma spieghi anche perchè, se è vero, non ha detto nulla alle autorità competenti. In questo modo la vicenda assume sempre di più aspetti torbidi».

 GERARDIS: CHE CONFUSIONE
Cristina Gerardis proprio nelle ultime fasi del processo ricevette la notizia che di lì a qualche settimana avrebbe ricoperto l’incarico direttivo più alto in Regione: direttore generale. Una notizia inattesa perché l’avvocato non conosceva l’Abruzzo né il Presidente ma confermata proprio pochi gironi prima della sentenza del 19 dicembre scorso. E’ dalla poltrona di direttore generale che Gerardis solo dopo l’articolo de il Fatto (15 maggio 2015) ha spedito una missiva giunta immediatamente al Csm, presieduto dall’abruzzese Giovanni Legnini, il quale ha aperto in tempo reale una indagine affidata alla prima commissione per verificare eventuali anomalie o irregolarità nel processo.
Gerardis nella lettera del 15 maggio parla di «anomalie» ed in fatti scrive: «Ho constatato gravi anomalie nel processo sul disastro ambientale a Bussi».
Poi aggiunge di aver scritto, circa un mese fa (metà aprile), a un altro importante organo dello Stato: la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti.
La Commissione sarà in Abruzzo per audizioni tra il 27 e il 28 maggio a Pescara e poi a giugno per ascoltare anche i pm del processo, Giuseppe Bellelli e Anna Rita Mantini, che fino ad ora non sono stati interpellati sulle ultime rivelazioni.
La commissione è presieduta dall’esponente del Pd, Alessandro Bratti, che sarebbe già stato informato nel dettaglio dei contenuti informalmente da Gerardis la quale, però, nella missiva chiarisce che è pronta a rispondere ad ogni domanda anche in sede ufficiale.
Dunque della vicenda, è confermato, era a conoscenza un altro esponente istituzionale che si è limitato ad organizzare le audizioni della commissione.
Inoltre in una intervista al Tg3 Abruzzo la Gerardis afferma che aveva saputo delle assoluzioni prima della sentenza: erano «solo voci», ha sottolineato, e dunque non gli aveva dato peso. Al giornalista che l’ha intervistata non ha voluto rivelare la fonte.
A questo punto stride ancora di più l’incongruenza: se erano solo voci perché non dire la fonte? Se erano solo voci perché “denunciare” ma solo cinque mesi dopo? Se le voci «come tutte le voci sono penalmente irrilevanti» -ha detto-  cosa è cambiato poi? Ha forse saputo altri particolari? Incrociando le informazioni pubblicate da il Fatto è sbagliato pensare che Gerardis fosse stata informata proprio da D’Alfonso che in quel periodo iniziava a frequentare e conoscere? E se Gerardis fu informata da D’Alfonso perché dubitare e non dargli credito?
Proprio tra settembre e dicembre D’Alfonso andò almeno tre volte in udienza a “fare presenza” sedendosi proprio nel banco riservato ai pm e di fianco a Gerardis. Il governatore era assente però al  momento della lettura del dispositivo il 19 dicembre 2014.
 Ulteriori lati oscuri attengono poi il versante ancora inesplorato di questa spy story e cioè se è vero quanto scritto da Il Fatto: chi informò Luciano D’Alfonso? L’attuale presidente della Regione con questa ulteriore performance potrebbe confermare la sua grande fama di “conoscitore di vicende giudiziarie” proprie e altrui.
 Resta poi da capire quali fatti ancora tenuti segreti si celano dietro le presunte «anomalie» del processo.

LA CAMERA DI CONSIGLIO IN PIZZERIA
Intanto l’inchiesta aperta dal procuratore capo di Chieti Pietro Mennini è stata trasferita per competenza a Campobasso e riguarda ufficialmente la violazione del segreto della Camera di Consiglio e mira all’individuazione delle due giurate che hanno parlato con il giornalista de Il Fatto.
Come spiega il professor Mercurio Galasso, per 40 anni titolare della cattedra di Diritto processuale penale all'Università di Teramo, «una pizzeria non può essere mai una Camera di Consiglio: forse è anche inopportuno fare riunioni in un luogo che non sia deputato.  Il luogo naturale dove si riunisce una Camera di Consiglio è il Tribunale».
«Fermo restando che i fatti devono essere accertati nelle sedi competenti, ossia Csm o Procure, e quindi al momento si possano esprimere solo opinioni parziali su quanto letto a mezzo stampa, mi sembra di sentire delle chiacchiere, e le chiacchiere non costituiscono mai reato», afferma ancora il giurista.
Il professor Galasso, che ancora oggi tiene corsi ai praticanti avvocati in Tribunale a Pescara, precisa anche che «una eventuale riunione al di fuori del luogo naturale dove una giuria delibera una sentenza forse è anche inopportuna, e non dovrebbe assolutamente essere autorizzata - prosegue Galasso - ma vorrei chiarire anche un altro concetto, e cioè che ogni componente della giuria in una Corte d'Assise ha diritto al proprio voto, e il voto vale uno: in caso di parità, e solo in quel caso, il verdetto pende dalla parte della decisione del presidente della giuria».
 
QUALCHE CONSIDERAZIONE: TROPPE FONTI ANONIME, TROPPA OMERTA’
A questo punto sarebbero tante le considerazioni che si potrebbero fare ma per ora ci limitiamo solo ad alcune.
Troppo facile constatare come in questa vicenda non parli nessuno, nessuno delle tante persone chiamate in causa ha voglia di dare il proprio contributo o magari abbia sentito la “spinta morale” di raccontare quello che sa. Non è stato fatto prima che l’ennesimo scandalo scoppiasse e non è stato fatto dopo. Nonostante le conferme che degli incontri ci furono alla presenza di molte persone (avvocati del processo), nonostante sia stato scritto che D’Alfonso dinanzi a «diversi testimoni» abbia annunciato la sentenza si avverte un silenzio tombale e totale di tutti quei testimoni.
E forse non è un caso che le diverse persone ascoltate dal giornalista si trincerino dietro l’anonimato. Anche questo sintomo racconta molto bene la malattia abruzzese.

TROPPA PAURA (E SFIDUCIA NELLE ISTITUZIONI)
Oggi possiamo però rispondere ad una domanda in più: è possibile mantenere un segreto (che però conoscono in moltissimi) senza farlo diventare ufficiale e di dominio pubblico? La risposta è sì, in Abruzzo è possibile, ma solo fino a quando non spunta fuori l’imprevedibile incognita esterna alle logiche locali (in questo caso Il Fatto Quotidiano).
Fa specie che nessuno abbia sentito il dovere di affrontare il nodo delle questione che era sulla bocca di tutti. Di certo non potevano farlo i giornalisti che non avevano alcuna conferma ma potevano farlo gli altri. Potevano intervenire prima i politici “più attenti” che a più livelli sono stati raggiunti dalle «voci» e forse da qualcosa di più. Potevano fare qualcosa di utile tutti quelli che sono stati informati e che non hanno avvertito il peso del dovere civico di mettere in moto i meccanismi delle istituzioni democratiche.
La parola che verrebbe spontanea è “connivenza” (consapevole o inconsapevole), cioè meglio non disturbare anche in presenza di «gravi anomalie» che incancreniscono le istituzioni.

 LA CONFUSIONE GENERA CAOS
Ora nella confusione “ordinata” e cadenzata degli scoop a ripetizione e con il contagocce si rischia di generare un pericoloso caos. Infatti stanno già emergendo troppe incongruenze dalle poche dichiarazioni rilasciate e, per questo, le istituzioni -ed in primis il presidente della Regione Luciano D’Alfonso anche direttamente chiamato in causa - dovrebbe assumersi l’onere di spiegare, chiarire, illustrare e rispondere a tutte le domande per ricostruire in maniera più fedele possibile questa storia nella versione ufficiale e vera per come si è verificata.
Dovrebbe chiarire subito in che modo è venuto a sapere o chi lo informò e per quale ragione.
Lo faccia subito prima che il “Watergate abruzzese” travolga come una valanga anche tutto quello che c’è a valle.

a.b.