INCHIESTA CHIUSA

Scomparsa Roberto Straccia, spunta la telefonata con una ragazza

Le indagini della famiglia vanno avanti. Venerdì corteo per chiedere verità

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CORTEO PER ROBERTO STRACCIA UN ANNO DOPO

L'ultimo corteo un anno dopo




PESCARA. E’ sempre senza risposta il giallo di Roberto Straccia, il giovane studente di Moresco sparito da Pescara e morto in circostanze misteriose.
Il 24enne è scomparso da Pescara il 14 dicembre 2011, dopo essere uscito di casa per fare una corsa. L’ultima immagine che resta di lui è stata ripresa da una telecamera di videosorveglianza mentre correva nei pressi del Porto turistico, direzione Montesilvano. Dopo 24 giorni il suo cadavere è stato trovato adagiato sulle coste pugliesi, a Bari. Era il 7 gennaio. E’ mistero su quello che sia accaduto.
Il 24 giugno 2013 il gup Gianluca Sarandrea ha archiviato il caso, così come richiesto dalla procura di Pescara secondo cui Roberto potrebbe essersi suicidio o essere stato vittima di una tragica fatalità. Il magistrato Giuseppe Bellelli, titolare dell’indagine, ha confermato che seppur «non esista il film della caduta in mare» le indagini hanno portato ad escludere «delitti colposi o dolosi».
Ma la famiglia non si arrende mentre, come riferisce l’avvocato Marilena Mecchi, la Procura di Campobasso sta svolgendo indagini sulle violazioni del profilo Facebook di Roberto (un amico e un’altra persona avrebbero provato ad accedervi tre volte due giorni prima del ritrovamento del cadavere) e sul presunto inquinamento delle prove avvenuto in fase di indagini.

Intanto gli amici e la famiglia di Roberto hanno organizzato per il prossimo 22 maggio un corteo che partirà dalle ore 10 dall’Università Gabriele D’annunzio fino al palazzo di giustizia un corteo. Con questa manifestazione tornano a chiedere verità e giustizia perché secondo loro ci sarebbe ancora qualche elemento utile sul quale indagare.
«Dopo la nostra denuncia», riferisce l’avvocato Mecchi, «sono riapparsi miracolosamente i tabulati telefonici che non erano stati mai depositati. Gli stessi sono stati depositati dopo un anno dalla chiusura delle indagini dal tecnico all’epoca nominato, il quale ha sottoscritto una lettera affermando di “essersene dimenticato”».
Il legale precisa di non essere stata nemmeno avvertita di questo deposito: «lo abbiamo saputo a seguito di un controllo di routine nonostante miei continui solleciti scritti. Se non avessimo fatto controlli di nostra iniziativa nessuno ci avrebbe avvertito».
E dalla ‘nuova’ documentazione la famiglia ha scoperto alcuni nuovi elementi. E’ emersa, infatti, una telefonata fatta all’utenza di Roberto Straccia proprio il giorno della scomparsa (14 dicembre 2011) da una ragazza della provincia di Foggia. Così come Mecchi ha scoperto che i due telefoni di Roberto si sarebbero ‘chiamati’ l’un l’altro malgrado il ragazzo fosse uscito senza.
«La ragazza», riferisce l’avvocato, «non è stata mai sentita dalla Procura. E’ stata da me convocata e, per tutta risposta, ha cancellato immediatamente il suo profilo Facebook, dal quale aveva già cancellato tutta la cronologia tra il 2011 e 2012. Analoga cancellazione hanno fatto altri soggetti intorno al ragazzo».

GLI INDUMENTI DI ROBERTO
Ma la famiglia di Roberto punta anche a scoprire come siano stati ‘gestiti’ gli indumenti della vittima da parte degli inquirenti. «Abbiamo richiesto a Bari i vestiti di Roberto all’atto del ritrovamento del corpo, nonché la sabbia ritrovata nel giaccone», racconta Mecchi.
«L’11 aprile 2015 i carabinieri di Pescara ci hanno riconsegnato i vestiti in modo pietoso. Nonostante nell’autopsia si dica chiaramente che i vestiti sono stati messi in contenitori idonei alla conservazione, all’atto dell’apertura davanti ai Carabinieri– contrariamente a quanto affermato – sono risultati accatastati l’uno sull’altro. Di ciò esiste documentazione fotografica. E’ lecito chiedersi allora se nell’autopsia si sia detto il vero (ossia che erano stati messi in contenitori idonei) e poi qualcuno abbia messo mano agli indumenti, oppure che sia stato dichiarato non il vero. La cosa paradossale è che mentre le chiavi e l’Ipod erano sigillati in ceralacca (nonostante fossero di metallo), i vestiti sono stati invece gettati alla rinfusa e senza alcuna protezione. Così cancellando prove importanti».
L’avvocato fa sapere che adesso questi indumenti saranno analizzati dal geologo forense, per stabilire che tipo di sabbia sia quella che ancora si vede a occhio nudo nelle scarpe e nei vestiti. «Ove risultasse non compatibile con il litorale abruzzese è bene evidente che Roberto sia stato portato altrove», denuncia l’avvocato.

La famiglia non intende arrendersi e andrà avanti. «Anche dinanzi alla Corte Europea per far valere i suoi diritti», annuncia il legale, che sostiene ci siano ancora tanti elementi per continuare ad indagare.