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Sentenza Bussi, 4 giudici popolari volevano denunciare i togati poi si fermarono

Intanto a Chieti aperto fascicolo contro le due donne che hanno parlato con II Fatto

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Sentenza Bussi, 4 giudici popolari volevano denunciare i togati poi si fermarono


ABRUZZO. Il procuratore capo della Procura di Chieti, Pietro Mennini, ha aperto un fascicolo nei confronti delle due giudici non togate che nei giorni scorsi hanno rivelato al Fatto Quotidiano le presunte pressioni ricevute nell’ambito del processo sulla megadiscarica dei veleni di Bussi sul Tirino.
I magistrati stanno raccogliendo tutti gli incartamenti per poi predisporre l'invio del fascicolo alla procura di competenza che è quella di Campobasso in quanto è un procedimento nei confronti di giudici. Toccherà alla procura molisana individuare poi eventuali reati a carico degli interessati anche se la pista è quella della rivelazione si segreto della Camera di Consiglio.
Intanto stamattina il Fatto pubblica una terza puntata sui giudici popolari e rivela che quattro di loro firmarono un esposto da inviare al Consiglio superiore della magistratura chiedendo di essere ascoltati «per un intimo senso di giustizia e di appartenenza a uno Stato che dovrebbe essere integrato da istituzioni democratiche». Alla fine, però, la denuncia non venne più presentata ma rimase chiusa in un cassetto.
«Qualcuno ha avuto paura di esporsi», racconta una delle giurate al Fatto. Da qui la decisione di rinunciarvi perché «o firmavamo tutte o nessuna».

L’ESPOSTO
L’esposto, che in calce non riporta alcuna firma, e consultato dal giornalista del Fatto è composto in totale da 5 punti sui quali i giudici popolari chiedevano un approfondimento da parte del Csm.
Primo punto: la ormai celebre cena del 16 dicembre, tre giorni prima della sentenza, in un ristorante di Pescara tra i giudici popolari e i due togati Camillo Romandini e Paolo Di Geronimo (giudice a latere). In quella occasione Romandini disse che in caso di rivalsa degli imputati i giudici avrebbero potuto perdere tutte le loro proprietà. E nell’esposto si aggiunge anche che Romandini avrebbe detto ad una delle giudici che avrebbe addirittura rischiato di perdere la proprietà del suo locale e «dell’intero stabile di insistenza».
Il secondo punto riguarda, invece, l’impossibilità di leggere gli atti dell’inchiesta ovvero «l’enorme mole cartacea di documenti, compendio del fascicolo processuale, sottratta alla nostra presa di visione».
Il terzo punto affrontava una presunta dichiarazione del giudice a latere Paolo Di Geronimo contro l’avvocatura dello Stato, ovvero: «l’avvocato Gerardis fa una cosa sola: rompe». Questa frase, si racconta nell’esposto sarebbe stata pronunciata quando le giudici popolari avrebbero manifestato l’intenzione di un pronunciamento coraggioso in linea proprio con l’Avvocatura. E poi ancora le quattro donne nel documento inviato al Csm ripetono che veniva loro «ripetuto e palesato, reiteratamente, e senza altre spiegazioni giuridiche o sostanziali che non si potevano condannare gli imputati, tanto meno per dolo, perché non si poteva fare il processo alle streghe».
Nell’ultimo punto, infine, si ribadisce che non ci fu nessuna votazione finale per raggiungere il verdetto.
«Le sottoscritte conservavano un intimo convincimento diverso da quello dei giudici togati», riporta Il Fatto, «e avrebbero gradito di poterlo esprimere nel corso di una regolare votazione». Votazione che, ribadiscono, non fu mai fatta.

UN TAPPETO DI DENUNCE
E dopo le rivelazioni del giornale anche il Csm ha aperto un fascicolo per verificare le accuse dei giudici popolari. Una decisione che è arrivata su sollecitazione dell’avvocato Gerardis che ieri, intervistata dal Tg3 Abruzzo, ha confermato che già 15 giorni prima del verdetto, girava la voce di una assoluzione per tutti gli imputati

. «Erano voci e come tutte le voci non avevano un rilievo penale», ha spiegato, non volendo però rivelare la persona che diffuse la notizia (Preferirei non dare un dettaglio di questo genere. Credo che su questa vicenda debbano indagare le autorità»).
Ad indagare c’è in questi giorni anche la Commissione Parlamentare di inchiesta sui rifiuti che seppur aveva già programmato una visita a Pescara per una indagine su Bussi il prossimo 27 maggio, ha espresso l'intenzione di approfondire quanto denunciato dal quotidiano.
Nella giornata di ieri, inoltre, anche il Forum dell’Acqua ha annunciato un esposto al procura di Campobasso.

Insomma la vicenda sembra tutt’altro che chiusa.