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Clamoroso. «Già tutto deciso»: la sentenza di Bussi fu comunicata due settimane prima

Ancora uno scoop de Il Fatto Quotidiano sui retroscena del processo più chiacchierato d’Abruzzo

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Clamoroso. «Già tutto deciso»: la sentenza di Bussi fu comunicata due settimane prima

Il collegio


PESCARA. Come una valanga. Scende dalla vetta e rischia di travolgere chi sta a valle. Un vero cataclisma istituzionale ai più alti livelli.
Se la notizia delle presunte pressioni sui giudici popolari pubblicata ieri era eclatante, quella pubblicata oggi da Il Fatto quotidiano, sempre a firma di Antonio Massari, è senza mezzi termini sconvolgente. Secondo quanto riporta il giornale stamattina, alcune fonti -che rimangono anonime ma che assicurano che diranno tutto davanti ai giudici- l’esito della sentenza (assoluzioni e prescrizioni) era già noto almeno quindici giorni prima della lettura in aula da parte del presidente del collegio giudicante, Camillo Romandini.
Una persona avrebbe comunicato alla fonte anonima del giornalista che la «partita era chiusa» cioè che la sentenza era già decisa e che, dunque, le assoluzioni erano pressocchè certe.
Il giornale parla di una riunione a Roma il 4 dicembre 2014 dove si tiene un incontro tra le parti civili «sia quelle private che quelle pubbliche dove è presente anche l’avvocatura dello Stato», rappresentata nel processo da Cristina Gerardis. A cena sarebbe stata diffusa la notizia e la rivelazione.
L’articolo poi ripercorre le tappe del processo: dalla ricusazione “shock” del giudice Geremia Spiniello che rilascia una intervista nell’aula dove si è appena conclusa l’udienza (al suo posto subentrerà Romandini) alla richiesta di spostamento del processo da Chieti ma la Cassazione dirà che Chieti va bene. Ampio spazio viene poi dedicato all’arringa dell’ex ministro Severino che è rimasta nella mente di molti per la sua «metafora fiabesca» ispirata alla strega cattiva di biancaneve e alla mela avvelenata. Arringa di tre ore in cui si sosteneva l’assenza totale di dolo, tesi poi sposata integralmente dal collegio giudicante.

Il 16 dicembre (tre giorni prima della sentenza) il giornale ricorda la cena conviviale del collegio dove ci sarebbe stato l’avvertimento di Romandini alle donne giurate sulle possibili rivalse da parte della Montedison sui patrimoni privati dei giudicanti.
«Il giudice Romandini», si legge nell’articolo, «ci ha spiegato che, se avessimo condannato per dolo, se poi i condannati si fossero appellati, e avessero vinto la causa, avrebbero potuto citarci personalmente, chiedendoci i danni, e avremmo rischiato di perdere tutto quello che abbiamo…”. “Al momento del giudizio”, concludono le giudici, “non eravamo serene”. È su queste affermazioni – rivelate ieri dal Fatto – che il ministero di Giustizia e il Csm intendono fare chiarezza. Il giudice Romandini non commenta: “Non parlo della camera di consiglio”».

QUALCHE DOMANDA A CUI RISPONDERE
Troppe le implicazioni che derivano da questo nuovo scoop giornalistico. Il Fatto indica con precisione i “conoscitori del segreto”, cioè quegli avvocati delle parti civili del processo che pure avrebbero potuto parlare e non lo hanno fatto prima. Chi altri sapeva in anticipo del risultato?
Ora anche il Consiglio superiore della magistratura ha aperto un procedimento per capire cosa sia effettivamente successo all’interno della Camera di Consiglio.
L’annuncio è arrivato nel pomeriggio di ieri da Giovanni Legnini, da qualche mese numero due del Csm.
Tutto grazie alla prontezza di riflesso dell’Avvocatura dello Stato, rappresentata da Cristina Gerardis poi diventata direttore generale della Regione Abruzzo, chiamata da D’Alfonso. E’ stata lei ieri mattina a informare Legnini, con «una missiva» che riferiva le notizie riportate da Il Fatto quotidiano e chiedere chiarezza.
Abbiamo provato a contattare più volte Cristina Gerardis ieri senza esito e a lei avremmo voluto chiedere un commento su questa vicenda e a questo punto risulterebbe interessante leggere la sua informativa inviata ieri a Legnini, vice presidente del Csm, per capire cosa abbia scritto e in che termini.
Secondo quanto emerge dall’articolo la Gerardis era presente alla riunione della “rivelazione”. Ha tenuto tutto per sé? Ha avvertito qualcuno? Che ruolo ha giocato in tutto questo la politica ?

Sempre ieri abbiamo cercato un commento del presidente della Regione, Luciano D’Alfonso in missione a Riga il quale ha preannunciando dichiarazioni di fuoco della stessa Gerardis che però non sono giunte insieme a quelle di Camillo D’Alessandro che hanno avuto la stessa sorte. Ma oggi alla lettura dei giornali il presidente si pronuncerà di sicuro.
Un fatto è certo: quanto scritto e riportato è di una gravità assoluta e deve essere chiarito a tutti i livelli. Deve essere chiaro oltre ogni ragionevole dubbio chi ha fatto cosa, chi ha detto cosa, e chi invece non ha detto.
Ora la storia prenderà “per cause di forza maggiore” una strada diversa da quella segnata dalla precedente indifferenza. Ora le procure dovranno lavorare e lavorare bene per capire anche perché si preannunciano una valanga di esposti sul tema.
Eppure sono molte le incongruenze apparentemente illogiche di questa storia appena accennata. Per esempio sarebbe utile capire per quale ragione i giudici popolari -che hanno ritenuto di essere stati in qualche modo pesantemente condizionati e non hanno letto gli atti- non abbiano sporto denuncia ma abbiano atteso cinque mesi per parlare con un giornalista (riferendogli tra l’altro, scrive il quotidiano, «siamo pronti a ripetere queste cose davanti ad un giudice»).
Sarebbe anche utile capire come e perché su questo processo siano girate da sempre molte “leggende metropolitane” alcune delle quali risultate profetiche e puntuali rispetto al verdetto tutt’altro che scontato per i più. E ieri è scattata la caccia ai giudici popolari e al ristorante della famosa cena della giuria dove i fatti sarebbero avvenuti.
La sentenza è stata da molti contestata, compresi i pm che hanno proposto ricorso per Cassazione con pagine nette e inequivocabili sull’impianto giuridico, e ora le istituzioni tutte avranno il dovere di fare chiarezza su questa vicenda.

PROCEDIMENTI (E REATI) POSSIBILI
E ieri è stata una giornata di “consultazioni” frenetiche anche nelle procure di Pescara e Chieti dove ci si è interrogati sul da farsi. Il clima è teso e per ora nessuno si sbottona ma è palpabile la tensione.
Gli articoli tuttavia sono infarciti di una serie di possibili ipotesi di reato: per alcune di queste il codice prevede l’iniziativa d’ufficio, dunque obbligatoria, altri invece una querela di parte.
Per esempio nel caso in cui qualcuno volesse contestare la veridicità delle dichiarazioni rese al Fatto Quotidiano si potrebbe aprire la strada, da parte dei giudici togati o degli altri giudici popolari, del reato di diffamazione o anche della calunnia (incolpare qualcuno sapendolo innocente).
Le ipotesi più gravi, invece, riguardano il segreto della camera di consiglio che tutti i giudici devono mantenere (compresi i popolari), la violenza privata, oltraggio, forse omissione d’atti d’ufficio e altri ancora a seconda delle versioni dei fatti che saranno confermate. A queste si potrebbero aggiungere una dozzina di rilievi disciplinari per i soli giudici togati ma sempre che la versione fornita dovesse risultare vera.
Per molti di queste ipotesi di reato che porterebbero ad aprire un procedimento però la sede competente vista la presenza di giudici (Romandini e Di Geronimo) dovrebbe essere la procura di Campobasso.
Il reato certo, tuttavia, al momento è solo la violazione del segreto della camera di consiglio ed è probabile che proprio da questo partirà il Csm nella sua indagine ascoltando tutte le parti in causa.

OGGI TUTTI SAPEVANO
L’idea che viene fuori da una giornata “infernale” come quella di ieri è che l’articolo ha dato la stura a commenti di vario genere e in molti di questi si è tenuto a sottolineare come la sentenza fosse «strana». «Ci era chiaro da subito che sotto ci fosse qualcosa», ha detto ieri il sindaco di Bussi, Salvatore Lagatta. Il Forum dell’Acqua ha ricordato invece che il verdetto aveva mostrato fin da subito «numerose discrasie».

TRAVAGLIO: «SENTENZA ALTAMENTE SOSPETTA»
Sul caso si espone con un editoriale dal titolo ‘Camera di coniglio’ anche il giornalista e direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio secondo il quale emergerebbe, dopo l’inchiesta del suo giornalista, che la sentenza «è altamente sospetta di pressioni indebite di un giudice togato su alcune giurate».
«I diversi convincimenti fra i membri di un collegio sono fisiologici», scrive Travaglio. «Ciò che è patologico è il mancato accesso agli atti, l’assenza del voto in camera di consiglio, e la frase che il presidente avrebbe pronunciato alla cena, che non poteva non coartare il libero convincimento dei giudici popolari, con la minacciosa prospettazione della loro rovina economica».
Per Travaglio comunque questa vicenda sarebbe illuminante per quanto riguarda il tema della responsabilità civile dei magistrati, dopo la legge approvata dal Senato e dalla Camera proprio a cavallo del processo di Chieti. «Stabilire che qualunque imputato può denunciare i suoi giudici (togati e popolari) per qualunque decisione sgradita, in qualunque fase del giudizio equivale a sottoporre tutti i collegi alla spada di Damocle permanente delle cause per danni. Soprattutto quando sul banco degli imputati c’è un soggetto potentissimo (come la Montedison), per giunta assistito da un avvocato famoso e ben introdotto (come Paola Severino, fino all’anno prima ministra della Giustizia)».
«Ieri la Procura di Chieti», continua Travaglio, «ha umoristicamente aperto un fascicolo contro le due giudici popolari per violazione della camera di consiglio, anzi di coniglio. Già, perché la legge vieta di svelare ciò che avviene nelle segrete stanze dove si decidono le sentenze, anche se vi si commettono dei reati. In ogni caso, le pressioni denunciate sul processo di Chieti sono avvenute al ristorante, dunque nessuno ha violato alcun segreto. A meno che non si voglia istituire la pizzeria di consiglio».

a.b.