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Sentenza Bussi, i giudici popolari: «non eravamo sereni e non abbiamo letto gli atti»

Intervistati da Il Fatto Quotidiano due donne raccontano: «ci avevano detto che potevamo perdere tutto»

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Sentenza Bussi, i giudici popolari: «non eravamo sereni e non abbiamo letto gli atti»

Il momento della sentenza




PESCARA. «No, non ero serena quando ho emesso la sentenza per la discarica di Bussi».
«Non abbiamo mai letto gli atti del processo». «Se avessimo condannato per dolo, se poi si fossero appellati e avessero vinto la causa, avrebbero potuto citarci personalmente, chiedendoci i danni, e avremmo rischiato di perdere tutto quello che abbiamo».
Il Fatto Quotidiano in un articolo di Antonio Massari ricostruisce gli stati d’animo, alla vigilia della sentenza di Bussi di due signore che hanno ricoperto il ruolo di giudici popolari. Una sentenza che in regione, e non solo, ha creato molto scalpore e arrivata dopo anni di indagini, di allarmi, e soprattutto della scoperta, avvenuto nel 2007 della discarica più grande d’Europa. Nessun colpevole, hanno detto alla fine i giudici il 20 dicembre scorso, che con un dispositivo di 6 righe dopo 5 ore di camera di consiglio, hanno stroncato tutto con assoluzioni e prescrizioni.
I pm – Giuseppe Bellelli e Anna Rita Mantini – avevano chiesto condanne, per gli ex dirigenti e tecnici di Montedison, che andavano dai 12 ai 4 anni.
La Procura e l’Avvocatura dello Stato hanno già presentato un ricorso in Cassazione sostenendo che il reato di disastro non sia ancora prescritto.

e soprattutto che la derubricazione dell'accusa, da dolosa a colposa, sia arrivata «senza alcuno sforzo argomentativo», «in maniera del tutto apodittica, avulsa da puntuali riferimenti normativi o giurisprudenziali».
Il Fatto Quotidiano ha rintracciato due giudici popolari che hanno raccontato i giorni immediatamente precedenti alla sentenza. Non si tratta di giudici di ruolo ma cittadini comuni che vengono sorteggiati e prendono parte al processo, seguono le udienze e che poi, insieme ai togati, si chiudono in camera di consiglio per emettere il verdetto. 

I giudici popolari hanno raccontato al giornalista che non erano serene nel momento della decisione e che soprattutto non hanno mai letto le carte. Non che qualcuno glielo abbia impedito, hanno specificato.
«Sembrava potessimo vedere le carte ma poi non se n’è fatto più niente», raccontano. «Ci abbiamo provato, li abbiamo chiesti, in un’occasione sembrava potessimo vederli, ma poi non se n’è fatto più niente… Nessuno ce l’ha negato, ma alla fine, questi atti, non li abbiamo mai letti».
E quindi come hanno deciso? «Ci siamo rifatte alle slide viste in udienza e alle parole sentite in aula».

«DISPOSTE A CONFERMARE TUTTO DAVANTI AI GIUDICI»
«Siamo disposte a confermare tutto dinanzi ai giudici – rivelano le donne al Fatto Quotidiano – se un magistrato ci chiama racconteremo la nostra verità».
Le due donne hanno poi raccontato le ore trascorse (circa 5) in Camera di Consiglio: «appena ci siamo riuniti abbiamo ordinato il pranzo. Dopo aver pranzato abbiamo iniziato a discutere del più e del meno, di vacanze e viaggi, finché, dopo un bel po’ di tempo, abbiamo iniziato ad affrontare la decisione».
«Abbiamo aspettato che arrivassero le cinque, ma della sentenza non abbiamo discusso tutto il tempo», conferma un’altra giudice.

DECISIONE ALL’UNANIMITA’?
Altro punto controverso affrontato dal giornalista con le due giudici è quello sull’unanimità della decisione sulla derubricazione del reato da doloso a colposo. Una derubricazione che ha fatto poi scattare la prescrizione.
C’è stata o non c’è stata unanimità? «Nella sostanza è andata così – dicono entrambe al Fatto Quotidiano– ma in realtà noi eravamo su un’altra posizione. Non avremmo voluto derubricare il dolo in colpa. Eravamo in linea con la posizione dell’avvocatura dello Stato: eravamo in quattro giudici popolari su quella posizione. E io sono tuttora convinta che vi sia stata la consapevolezza di inquinare».
Ma comunque non votarono contro: «non v’è stato alcun voto. Nessuno ci ha chiesto di votare individualmente. La seduta s’è conclusa con la domanda: ‘Siamo tutti d’accordo?’. Nessuna di noi ha più obiettato. Avevamo capito che la prescrizione sarebbe intervenuta. Ma non abbiamo più replicato. Ed è finita così».

«POTEVANO TOGLIERCI TUTTO»
Le due donne raccontano poi che in quel momento non c’era serenità di giudizio a causa di una spiegazione che sarebbe stata fornita loro qualche giorno prima dal giudice Romandini in persona, nel corso di una cena organizzata proprio per parlare del processo.
«Il giudice Romandini ci ha spiegato che, se avessimo condannato per dolo, se poi si fossero appellati e avessero vinto la causa, avrebbero potuto citarci personalmente, chiedendoci i danni, e avremmo rischiato di perdere tutto quello che abbiamo…».
La norma sulla “rivalsa” per i giudici popolari, in realtà, specifica il Fatto, «prevede una fattispecie ben precisa: “Rispondono soltanto in caso di dolo” oppure di “negligenza inescusabile per travisamento del fatto o delle prove”. E sia l’accusa, sia l’avvocatura dello Stato, contemplavano il dolo di alcuni imputati nel processo. Abbastanza difficile, insomma, che la resposnabilità ricadesse sui giudici popolari. Eppure così è andato».

ROMANDINI NON RISPONDE
Il Fatto Quotidiano ha provato anche ad interpellare il giudice Romandini che però non ha rilasciato dichiarazioni: «Non posso commentare le dichiarazioni dei giudici popolari che si assumono la responsabilità di ciò che dicono. Non posso commentare perché sono tenuto alla segretezza di quanto accaduto in camera di consiglio». I giudici hanno potuto leggere gli atti?
«Sono stati messi nelle condizioni di poter decidere. E nella massima correttezza e trasparenza». E sulla cena, sulla possibilità che dovessero risarcire i danni, per una eventuale condanna con dolo ribaltata in appello? «Non posso riferire nulla che riguardi le nostre discussioni in camera di consiglio».
La notizia che ha del clamoroso con molta probabilità non potrà non avere strascichi insidiosi.

a.b.