L'UDIENZA

Bancarotta Villa Pini. Il consulente di parte:«Angelini non doveva fallire. Nessuna distrazione di denaro»

Il consulente spiega anche la grossa disponibilità di denaro in contanti dell’ex patron delle cliniche

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Bancarotta Villa Pini. Il consulente di parte:«Angelini non doveva fallire. Nessuna distrazione di denaro»

I giudici




 CHIETI.  Una corposa consulenza preparata dal commercialista Sergio Spinelli e illustrata in aula dallo stesso professionista ha caratterizzato ieri l'intera udienza dinanzi al Tribunale di Chieti dove è ripreso il processo per la bancarotta fraudolenta del gruppo Villa Pini e che vede quale principale imputato l'ex magnate della sanità abruzzese Vincenzo Maria Angelini e altre cinque persone a vario titolo imputate con lui.
Attraverso la consulenza, la difesa di Angelini, con l'avvocato Gianluigi Tucci, ha cercato di dimostrare che non vi fu distrazione di denaro e che il passivo fallimentare è di gran lunga inferiore a quello delineato dalla curatele.
 Il periodo preso in esame dal consulente è soprattutto quello che va dal 2005, fino al 2009 quando per Villa Pini sono acclarati i sintomi di una situazione che e febbraio del 2010 avrebbe portato, come noto, alla declaratoria di fallimento.
Si tratta di un periodo molto delicato che si intreccia “pericolosamente” con la mega inchiesta della procura di Pescara e nota come Sanitopoli che si è conclusa in primo grado con pesanti condanne ai danni della ex giunta regionale e del presidente Ottaviano Del Turco per corruzione milionaria. Da una parte, dunque, le “verità” già cristallizzate in primo grado (l’appello non è stato ancora fissato) e, dall’altro, le verità processuali che stanno emergendo a Chieti sul fallimento che dovrebbero essere quantomeno coerenti con tutte le altre. La difesa di Del Turco &co hanno sempre sostenuto che Angelini avesse accusato ingiustamente i politici mentre, invece, distraeva milioni di euro e li sottraeva in maniera fraudolenta. Sono così spuntati conti nei paradisi fiscali e valige di denaro in contanti depositate poco tempo dopo gli arresti. 

Ma ieri Spinelli si è soffermato sulla vicenda dei 32 milioni di euro che nell'ambito di una cessione di quota da Novafin, cassaforte del gruppo, alla società Verde, soldi che secondo l'accusa vennero in realtà distratti per poi finire nelle tasche di Angelini.
Ma per la difesa di Angelini di quel denaro all'imprenditore restarono solo un paio di milioni e si trattò di una normale operazione di cessione di quote sulla quale Angelini e la moglie Anna Maria Sollecito, anche lei imputata, nel 2006 pagarono al Fisco un affrancamento pari al 4% per un totale di 3 milioni e 600.000 euro. «Intanto sono 30 milioni - ha spiegato Spinelli - e di quei soldi 13 milioni e 600.000 sono entrati nei conti correnti del dott. Angelini, 17 non sono entrati sui conti correnti di Angelini ma comunque noi siamo stati in grado di ricostruire le destinazioni dell'intero ammontare e tra questi gli 8 milioni e 550.000 euro di dazioni ai politici abruzzesi, le restituzioni alle società, 2,8 milioni alla cassa, i soldi dati ai medici e ai dipendenti». Dunque anche nel processo in corso a Chieti è riemerso un pezzo di Sanitopoli anche se, va detto, non sono stati fatti nomi, e non si è usato il termine “tangenti” ma dazioni ai politici abruzzesi. Netta la divergenza, fra curatela e difesa, anche sull'ammontare del deficit fallimentare: un miliardo di euro secondo la curatale, circa 380 milioni di euro secondo la consulenza di Spinelli: una somma che ricomprenderebbe i 136 milioni di perdite che il gruppo Villa Pini maturò fra il 2008 e il 2009, in coincidenza con il crollo del budget sanitario, e i crediti non riscossi. 

«A nostro giudizio - ha detto Spinelli - non esisteva uno stato di insolvenza ma solo di sofferenza finanziaria».
Riassumendo: per i consulente di Angelini non vi sarebbe stata tecnicamente “distrazione” di denaro ma «normale flusso finanziario tra società appartenenti alla stessa holding». Inoltre è stata giustificata l’enorme dotazione di denaro in contante da parte dell’ex patron proprio con l’esigenza di «pagare i politici». Sarà forse per questo che Angelini poco dopo gli arresti del 14 luglio 2008, forse sentendosi ormai al sicuro, versò una ingente somma in banca senza alcuna segnalazione da parte dell’istituto né curiosità della procura.
Quel fatto ignorato così viene riportato nell’atto di appello firmato dall’avvocato Caiazza, difensore di Del Turco: «lo spudorato versamento da parte di Angelini di 3 milioni di euro in contanti sul proprio conto corrente pochi giorni dopo l'arresto di Ottaviano Del Turco ai quali deve aggiungersi il versamento di 600.000 euro effettuato dalla moglie Anna Maria Sollecito. Si tratta di enormi disponibilità in contanti, quasi interamente corrispondente alla somma della dazione che l'Angelini dichiara di avere corrisposto agli imputati nell'anno 2007 e che non trovano riscontro in nessun altro diverso prelievo di tale importo».
Ora secondo la difesa di Angelini nel processo di Chieti ci sarebbero stati i margini per evitare il fallimento. Prossima udienza il 5 giugno.