LA SENTENZA

Falsi documenti per cinesi, dopo i 45 arresti solo una condanna

In primo grado crolla clamorosamente l’impianto accusatorio

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GIUSTIZIA
TERAMO. Una condanna e l'assoluzione di tutti gli altri imputati: si è concluso così il processo scaturito dalla maxi inchiesta sull'immigrazione clandestina nel Teramano denominata "Alba Orientale" che, nel novembre 2009, portò all'arresto di 45 persone fra cinesi e italiani.

La sentenza, che ha visto la sola condanna di Massimo Ritrecina, un vigile urbano, a due anni e 3 mesi per falso (e l'assoluzione per gli altri capi di imputazione legati all'immigrazione clandestina), è arrivata ieri sera al termine di una camera di consiglio di alcune ore, accogliendo la tesi difensiva. Secondo la Procura, che nel corso della requisitoria aveva chiesto 112 anni di carcere complessivi, gli imputati avevano messo su un articolato sistema per favorire l'immigrazione illegale di cinesi attraverso ricongiungimenti familiari, incentrato su connazionali residenti in Italia: imprenditori disponibili a produrre false busta paga, italiani proprietari di appartamenti pronti ad affittare in maniera fittizia, professionisti e commercialisti compiacenti e un vigile urbano pronto ad attestare falsamente la presenza dei cinesi interessati negli appartamenti messi a disposizione.

Nel 2009 furono 45 le ordinanze di custodia cautelare, 21 in carcere e 24 agli arresti domiciliari nei confronti di italiani e cinesi, la maggior parte nella provincia di Teramo, 3 nella zona di Prato, 2 in Ascoli Piceno. Le misure furono disposte dal Gip Marco Billi del Tribunale di Teramo su richiesta del Sostituto Procuratore Mancini a seguito di indagini condotte dalla squadra mobile di Teramo.

Secondo l'accusa l'attività posta in essere dal gruppo degli arrestati, in concorso tra loro, era quella di produrre la documentazione falsa a chi non riusciva a dimostrare di possedere i requisiti previsti dalla legge per il ricongiungimento familiare.

Quindi si sarebbero falsificate le buste paga per dimostrare di avere il reddito richiesto, falsificare la planimetria degli alloggi per farle risultare con i parametri previsti,  falsificare le dichiarazioni di residenza. Tutto era partito dagli uffici della questura: nell'esaminare talune pratiche giacenti presso lo Sportello Unico per l'Immigrazione, ci si è accorti che le stesse risultavano caratterizzate da situazioni di «dubbia chiarezza».

Infatti le dichiarazioni sostitutive di certificazioni (autocertificazioni) di residenza, rese da cittadini di nazionalità cinese risultavano di fatto inficiate da «evidente falsità, in quanto, come riscontrato in sede di mirata verifica, i richiedenti non risultavano aver mai preso alloggio agli indirizzi  dichiarati».

Le indagini misero in risalto anche la figura del Vigile Urbano, Massimo Ritrecina,  unico condannato, in servizio presso il Comando di Alba Adriatica il quale, a seguito dei sopralluoghi effettuati per accertare la dimora abituale degli stranieri, certificava falsamente la presenza in loco degli stessi, garantendo così ai predetti il requisito prescritto dalla normativa vigente della residenza anagrafica corrispondente all'effettiva dimora in un alloggio idoneo ad ospitare anche i familiari da ricongiungere.