LA SENTENZA

Sisma L'Aquila: Casa dello Studente, Appello conferma le 4 condanne

Nell’edificio morirono 8 universitari

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6 aprile 2013: fiaccolata in ricordo delle vittime del terremoto

L'AQUILA.  La Corte d'Appello dell'Aquila ha confermato oggi pomeriggio tutte le condanne a carico dei quattro imputati finiti sotto processo per il crollo della Casa dello Studente, avvenuto il 6 aprile 2009 in occasione della violenta scossa di terremoto che provocò la morte di 309 persone e la distruzione della città.
Nel crollo persero la vita otto universitari: Luca Lunari, Marco Alviani, Luciana Capuano, Davide Centofanti, Angela Cruciano, Francesco Esposito, Hussein "Michelone" Hamade e Alessio Di Simone.
In primo grado, nel febbraio di due anni fa, erano stati condannati a 4 anni di reclusione, per omicidio colposo, disastro colposo e lesioni, Tancredi Rossicone, Berardino Pace e Pietro Centofani, ovvero i tecnici autori dei lavori di restauro effettuati nel corso del 2000 nella Casa dello Studente.
Pietro Sebastiani, tecnico dell'Azienda per il diritto allo studio (Adsu) che gestiva la struttura, era stato invece condannato alla pena due anni e sei mesi di reclusione.
Il Pg, Alberto Sgambati, nella precedente udienza aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado. Gli imputati sono stati assolti dalla Corte dalla pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici.
La scorsa settimana e' deceduto l'ingegnere aquilano Claudio Botta, il tecnico che progetto' la Casa dello Studente. Aveva 95 anni. Era uscito dal processo a causa di una malattia. 

 Elemento cardine del processo di primo grado, la maxi perizia di 1.300 pagine complessive del perito nominato dal giudice Giuseppe Grieco, la professoressa del Politecnico di Milano Gabriella Mulas.
Secondo la perizia la Casa dello studente era nata male, con un piano in più, con un progetto malfatto, ed è stata ristrutturata peggio, aumentando i carichi senza accertarsi se fosse lecito e proponibile. Con il sisma del 6 aprile 2009 non poteva non crollare, a differenza degli altri edifici anche vicini, che sono rimasti in piedi. In udienza la Mulas definì il progetto originario della Casa viziato da errori «che si potevano vedere dalla prima pagina» e bollò i lavori di restauro come «soldi gettati nella spazzatura».
«I tecnici hanno colpevolmente e reiteratamente ignorato tutte le prescrizioni», si legge invece nella sentenza di primo grado.
L'edificio era nato negli anni sessanta come palazzina di appartamenti in aggiunta a un deposito di farmaci. Nel 1979 divenne un palazzo utilizzabile per l'Università con servizi alberghieri per gli studenti più meritevoli attraverso l'Opera universitaria. Successivamente il palazzo privato divenne pubblico e cambiò la destinazione d'uso ad albergo per studenti. Nel 1982, abrogate le Opere universitarie, tutto il patrimonio diventò di competenza della Regione Abruzzo che lo ha gestito attraverso l'Azienda per il diritto agli studi universitari (Adsu).

«Siamo sollevati, certo questa sentenza non ci cambierà la vita, la cambierà probabilmente parzialmente ai colpevoli», ha detto Antonietta Centofanti, zia di uno degli otto giovani morti.
«È una forma di giustizia, ma resta l'amaro in bocca per delle giovani vite cessate troppo presto - continua Centofanti -. Speriamo sia un segnale che costituisca un deterrente perché si facciano le cose più seriamente, non sono fiduciosa che non accada più, anche recentemente sono crollate delle scuole, ma spero che questa sentenza abbia delle ricadute positive soprattutto quando si tratta di garanzie nei confronti di persone innocenti».