LA SENTENZA

Rifiuti, il giudice: «così il gruppo Di Zio è diventato monopolista»

In una sentenza del tribunale di Teramo lo «scenario degradato» di politica e istituzioni

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Rifiuti, il giudice: «così il gruppo Di Zio è diventato monopolista»

Lanfranco Venturoni

ABRUZZO. Per alcuni era una «inchiesta più dirompente di Sanitopoli» nei fatti, però, è sembrato tutt’altro e così la maxi inchiesta sui rifiuti denominata “Rifiutopoli” o “Re Mida” è rimasta zavorrata per anni.
Oggetto di vari ricorsi per competenza territoriale, originariamente nata a Pescara e coordinata dai pm Gennaro Varone e Anna Rita Mantini, è stata smembrata in più tronconi tra cui Pescara, Teramo, Roma. Il tribunale più “veloce” ad arrivare a sentenza è stato quello di Teramo che ha condannato solo due degli imputati  ad un anno di reclusione e rimandato le carte al pm per gli altri per i quali forse tutto comincerà da capo.
Quello che emerge, però, da questa “piccola” sentenza ha un carattere dirompente sotto vari aspetti, non ultimo quello che potrebbe fungere da “precedente” rispetto agli altri giudizi che verranno tra molti mesi tra Pescara e Roma.
L’inchiesta è quella che portò agli arresti l’ex assessore della giunta Chiodi alla Sanità, Lanfranco Venturoni, e il monopolista dei rifiuti, Rodolfo Valentino Di Zio, accusati a vario titolo di corruzione e turbativa degli incanti nell’ambito della costruzione di un termovalorizzatore da costruire a Teramo.
Nello stralcio teramano sono stati condannati l'ex amministratore delegato della Teramo Ambiente ed ex presidente della Team Technology, Giovanni Faggiano, e Luca Franceschini, consulente della ditta Proger e dipendente comunale di Chieti, a un anno di reclusione, pena sospesa, rispettivamente per abuso d'ufficio e turbata libertà degli incanti.

Faggiano era ritenuto uomo di fiducia di Venturoni e Di Zio, già arrestato più volte (anche per tangenti) ma messo a capo della società pubblica Team nonostante le proteste di alcuni  partiti di opposizione.
Il funzionario del Comune di Chieti, Luca Franceschini, invece avrebbe avuto un ruolo determinante per il rilascio dell'autorizzazione agli impianto di rifiuti di Casoni. A lui Di Zio si rivolse quando si è trattato di truccare l'offerta Proger per garantire alla Deco l'affidamento della costruzione del Termovalorizzatore di Teramo in quanto lo stesso Franceschini era collaboratore della grande società di progettazione.
Grazie alle intercettazioni, i magistrati pescaresi sono riusciti a ricostruire il piano (poi messo in pratica e andato a buon fine) di Rodolfo Valentino Di Zio di vincere la gara per la costruzione degli impianti.
Ora la sentenza di primo grado restituisce una prima verità giudiziaria doppiamente parziale, sia perché si tratta di un solo aspetto dell’inchiesta molto più ampia, sia perché sentenza di primo grado che sarà appellata.
Dal punto di vista dell’interesse pubblico, però, riveste una importanza fondamentale per quanto scrive il presidente del collegio giudice, Giovanni Spinosa.
Dal processo e dal lungo dibattimento è emerso «un torbido e desolante scenario in cui veniva a realizzazione un sistema di assegnazione pilotato in una direzione imprenditoriale predeterminata», si legge nella sentenza, con «preferenze adottate a tavolino tra soggetti che si accordavano per assicurare alla Deco vantaggi ingiusti in pregiudizio delle finalità pubbliche».

Che si tratti del totale annientamento delle funzioni degli enti pubblici è chiaro e ripetuto più e più volte: il giudice ribadisce che dal processo sono emerse chiaramente «logiche devianti volte al perseguimento di beceri tornaconti personali» anche dei pubblici ufficiali.
Sarebbero prevalse «strategie di impesa a dir poco spregiudicate nel settore dello smaltimento dei rifiuti ipotizzando la realizzazione di un impianto di bioessiccazione sul territorio teramano da realizzarsi mediante la rimozione di ostacoli normativi».
I fatti ruotano intorno alla Team che allora era formata dalla Slia spa, amministrata da Gavioli Stefano, già chiacchierato imprenditore poi arrestato, e dal Comune di Teramo.
Nell’affrontare le varie fasi il giudice illustra le lunghe e farraginose manovre tutte preordinate (e raccontate al telefono) che hanno poi portato la Deco dei Di Zio ad assicurarsi l’appalto per la costruzione del bioessiccatore in una gara truccata da Luca Franceschini che avrebbe materialmente contraffatto la proposta concorrente della Deco.
Luca Franceschini viene definito «personaggio ambiguo e scaltro».

«LA REGIONE ABRUZZO VITTIMA DEL MONOPOLIO DEI RIFIUTI»
«Le numerose intercettazioni  telefoniche e ambientali», scrive il giudice Spinosa, «consentono di delineare uno scenario in cui appare evidente che la regione Abruzzo è stata in quegli anni vittima di un regime di monopolio nel settore dello smaltimento dei rifiuti che, certamente, condizionava l’imposizione di tariffe alle pubbliche amministrazioni  e determinava infauste conseguenze su una economia di mercato che risultava falsata da indebite ingerenze che ne compromettevano gli equilibri  e ne deviavano le finalità in favore di pochi ma ben agganciati imprenditori che facevano della loro spregiudicatezza il loro motivo di affermazione».

«CONDOTTE CONNIVENTI»
L’interesse della famiglia Di Zio «era quello di massimizzare i profitti ad ogni costo, intento che diveniva concretamente possibile in virtù di condotte attive e conniventi, da parte di funzionari di enti amministrativi di politici locali e di rilevanza nazionale e di componenti di collegi sindacali (preposti per legge al controllo della legalità)  i quali, in cambio di vantaggi di varia natura come elargizioni di contributi elettorali, incarichi e consulenze, offerte di lavoro, assunzioni di persone amiche, partecipazioni in Cda di società di comodo, hanno consentito a Di Zio Rodolfo Valentino di divenire il dominus della situazione e di controllare il mercato regionale del settore in tutte le province abruzzesi».

«DEVIAZIONE CLIENTELARE»
 Nel corso della istruzione dibattimentale si è a lungo percepito che «la deviazione clientelare che a volte “la politica” esprime in ambiti territoriali ancora votati a logiche di scambio da attuarsi in funziona del reciproco tornaconto personale, nelle aspettative di Di Zio ricopriva un ruolo di primario interesse» e la ambizione dell’imprenditore era quella di «estendete oltre misura il raggio di azione delle proprie imprese per il tramite di ambigui avvicinamenti ai politici del posto, come emergeva in una conversazione ambientale in cui Di Zio esprimendosi con toni confidenziali con il nipote Ettore Paolo  ed il fratello Fernando, sosteneva la necessità di evitare di avanzare richieste relative ad autorizzazioni per l’apertura di nuove discariche in campagna elettorale perché “la nostra azienda… tra l’altro… dipende solo esclusivamente dalla politica…”, frase che potrebbe essere eletta simbolo di una vera e propria welthashaaung i cui riscontri  nella realtà, evidentemente, non ammetteva smentite né opinioni contrarie».
Il gruppo Di Zio dunque voleva occupare tutta la filiera dei rifiuti e poi chiudere in bellezza l’intero ciclo del termovalorizzatore cosa che avrebbe consentito un salto di qualità non irrilevante e guadagni milionari.

COSI’ SI SBARAGLIA LA CONCORRENZA
Per la costruzione di un termovalorizzatore era necessario raggiungere il 40% di raccolta differenziata, stabiliva la norma regionale.
Ma Di Zio «non ha incentivato la raccolta differenziata», scrive il giudice, «perché era più produttivo portare in discarica».
Di Zio, volendo occupare tutte le caselle della filiera e sbaragliare la concorrenza, tentò di acquistare anche la Mantini srl che si occupava di raccolta differenziata perchè si stava aggiudicando una serie di gare di appalto e avrebbe potuto far innalzare la quota di raccolta differenziata con perdite per il gruppo Deco.
«Quel che colpiva l’attenzione del collegio», si legge ancora nella sentenza, «era il fatto che le relazioni che gli imprenditori Di Zio instauravano con i referenti politici ed amministrativi con cui entravano in contatto, non erano di tipo istituzionale, essendo emerso, dal contenuto di numerose conversazioni telefoniche intercettate che tali avvicinamenti si appalesavano dal chiaro contenuto amicale con immediato ritorno profittatorio, evocanti espressioni profondamente collusive, volte a creare una stretta comunione di intenti tra il privato che rappresentava un bisogno ed il pubblico ufficiale preposto alla sua asettica valutazione…».
Insomma nessuna imparzialità dell’ente pubblico controllore, tanto da far scrivere al giudice di «intenzioni affaristiche gemellari tra Venturoni e Di Zio» che conversavano anche sull’utenza politica. Cioè a dire che gli scopi e gli interessi del pubblico ufficiale, allora assessore regionale, e l’imprenditore erano completamente sovrapponibili, cioè identici.

«NESSUNA PUBBLICA UTILITA’: TUTTI PRONTI A METTERSI A DISPOSIZIONE»
«Nessuna pubblica utilità», scrive il giudice, «ma la possibile realizzazione di un business cui Venturoni voleva a tutti i costi compartecipare» .
Venturoni e Di Zio si muovono all’unisono e già in campagna elettorale prima delle regionali del 2008, i futuro assessore alla Sanità col pallino di rifiuti già traccia in anteprima per l’imprenditore il programma politico che interessava.
Venturoni si sbottona e promette a Di Zio che in caso di vittoria elettorale avrebbe «forzato al massimo la strada»
«La propensione di Di Zio alla frequentazione di personaggi che contano nelle sfere nevralgiche della politica locale», si legge nella sentenza, sono emerse chiare nel dibattimento essendo risultati provati contatti con l'onorevole Fabrizio di Stefano, con l'assessore regionale all'ambiente Daniela Stati, l'onorevole Paolo Tancredi, l'ex-presidente Gianni Chiodi, oltre che con funzionari dislocati negli uffici dei comuni ove convergevano gli interessi aziendali, «tutti pronti a mettersi a disposizione ogni qualvolta i Di Zio manifestava esigenze e richieste perché gli stessi per anni avevano elargito loro favori con interessata disponibilità».

VENTURONI ED IL PROGRAMMA ELETTORALE AL TELEFONO CON DI ZIO
In piena campagna elettorale nel 2008 Venturoni spesso al telefono con Rodolfo Di Zio è lapidario e assicura che una volta «insediato su quella poltrona comando più di tutti».
Ma per aggiudicarsi la gara Di Zio e Venturoni si sarebbero serviti di Franceschini anche consulente della Proger la quale aveva inviato una offerta concorrente e più favorevole di quella della Deco.
«Non possono residuare dubbi», scrive il giudice, «in ordine alla configurabilità del reato di abuso di ufficio in capo a Franceschini, Venturoni ed ai fratelli Di Zio (a giudizio a Pescara ndc) in relazione all'appalto avente oggetto la progettazione messa in opera del bioessiccatore e le modalità di affidamento della commessa si pongono in netto contrasto con la normativa vigente».
Giovanni Faggiano ha giocato un ruolo «decisivo, potendo univocamente rivestire la qualifica di pubblico ufficiale unitamente ai correi Venturoni e Di Zio».
«Appare comprovato al di là di ogni ragionevole dubbio», conclude la sentenza, «il delitto di turbata libertà degli incanti posto in essere da Franceschini in concorso con Rodolfo Di Zio e Venturoni Lanfranco».

Il collegio tuttavia ritiene di dovere rigettare la richiesta di risarcimento danni avanzata dalla Team nei confronti degli imputati «non essendo stato dimostrato alcun pregiudizio».
La condanna comminata a Faggiano è di un anno di reclusione, mentre per Franceschini un anno di reclusione e 250 euro di multa oltre al pagamento in solido delle spese processuali.
Pena sospesa.
Inoltre vengono rimandati al pubblico ministero gli atti inerenti le posizioni degli altri indagati Sergio Saccomandi, Paolo Bellamio e Ottavio Panzone «per essere i fatti risultati diversi da quelli contestati».
Per loro potrebbe cominciare un nuovo processo.
a.b.

Sentenza Franceschini_ Faggiano Team