INSANITA'

Abruzzo. Punti nascita, Pronto soccorso e solo 9 ospedali in Abruzzo: tutto già deciso da tempo

La politica “scordarella” non programma e cavalca la protesta

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Abruzzo. Punti nascita, Pronto soccorso e solo 9 ospedali in Abruzzo: tutto già deciso da tempo



 

ABRUZZO. Ma quali Punti nascita da salvare o Pronto soccorso da chiudere. Il problema vero è che secondo un Piano governativo (peraltro già noto da almeno 5 anni) in Abruzzo sono destinati a rimanere attivi solo 9 ospedali.
Dunque i politici che inseguono le proteste popolari più o meno campanilistiche o sono in malafede o sono proprio del tutto ignari.
E così si perde tempo con “scoperte” sconcertanti: tutti sapevano, infatti, che nel 2013 il Punto nascita di Sulmona era stato salvato, come si legge nel verbale del primo Cpnr (Comitato percorso nascita regionale) che inizialmente aveva salvato solo 8 Punti nascita, inserendo poi Sulmona: «la sua allocazione nell’ambito di un territorio vasto e con problematici tempi di percorrenza, soprattutto nei mesi invernali, ha portato a ritenere il relativo punto nascita non sopprimibile per ragioni logistiche e orografiche legate alla particolarità del territorio».
 E cioè «il tempo di percorrenza tra Sulmona e Chieti o Pescara è prossimo ai 50 minuti, mentre il tempo medio di percorrenza tra Castel di Sangro e gli ospedali più vicini (Chieti, Avezzano e Vasto) è prossimo ad 1 ora e 30 minuti».

 Perciò, non essendo cambiata la viabilità, si perde tempo con riconvocazioni inutili del Cpnr che – non essendo cambiati nemmeno i criteri – assumerà una decisione tecnica identica alle prime due, cioè 8 Punti nascita da salvare, magari aggiungendo Sulmona.
In realtà tutto questo trambusto serve ai politici per giustificare le loro amnesie e per non parlare del cuore del problema, cioè del futuro della sanità ospedaliera regionale. Cosa diranno ai futuri comitati spontanei popolari quando sarà attuato il Piano nazionale di cui è stato autore il ministro Ferruccio Fazione e che in Abruzzo prevede la sopravvivenza di solo 9 ospedali?
Infatti – a vari livelli di complessità - resteranno attivi L’Aquila, Avezzano, Sulmona, Chieti, Lanciano, Vasto, Pescara, Popoli, Teramo e Giulianova, mentre per gli altri la parola fine è stata già decisa.

I RITARDI DELLA POLITICA NELLA PROGRAMMAZIONE DELLA SANITÀ ABRUZZESE
Insomma la rivolta sui Punti nascita è lo specchio della qualità di quei politici che cercano il consenso attraverso la scorciatoia della protesta. E’ vero che la politica non può ignorare le legittime richieste dei comitati spontanei che esprimono il disagio per il taglio ai servizi sul territorio. Ma c’è da domandarsi quale spazio ci sarebbe se fossero stati attivati questi servizi e se i piccoli ospedali fossero stati riconvertiti, come contropartita ai tagli che ci sono stati in questi anni. Questo era stato promesso dal ministro Fazio, dai suoi successori, dal commissario Gianni Chiodi e dallo stesso Luciano D’Alfonso che spinto dalla sua “ansia di prestazione” sta accelerando sulle inadempienze del Piano di rientro senza preoccuparsi prima del territorio.

In realtà, pur essendo Fazio un berlusconiano di ferro, accolto con tutti gli onori in Abruzzo da Gianni Chiodi e dal centrodestra schierato in forze al Teatro Marrucino di Chieti (c’erano anche i consiglieri regionali che oggi protestano), non è colpa del centrodestra o del centrosinistra se oggi all’ospedale viene affidato un nuovo ruolo: è una struttura tecnologica dove si curano gli ammalati acuti e che garantisce più sicurezza dove la casistica è maggiore.
Di qui discende in modo automatico che non c’è speranza né per i Punti nascita sotto la soglia dei 500 parti negli ultimi tre anni, né per il Pronto soccorso che assiste un codice rosso al mese, né per tanti altri piccoli reparti dislocati sul territorio.
E questo  – con qualche contraddizione - viene condiviso a livello privato, ma non accettato a livello pubblico: se qualcuno ha un problema serio di salute cerca un ospedale di fama in Italia o anche all’estero, poi invece scende in piazza se chiude il piccolo ospedale sotto casa. E così si va avanti tra molte chiacchiere, nella grande difficoltà a far passare il concetto che è finito il tempo dell’ospedale come “refugium miserorum”, secondo l’intuizione di San Camillo (che però risale a 500 anni fa).

Sebastiano Calella