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Teramo, assiste nipotina malata e la banca minaccia di licenziarla

L’istituto di credito impone un trasferimento ma la donna rifiuta

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Teramo, assiste nipotina malata e la banca minaccia di licenziarla




CONTROGUERRA. Rischia il licenziamento perché la banca per cui lavora la vuole trasferire a 250 km di distanza.
Ma Nicoletta, una donna che vive a Controguerra, non può spostarsi perché assiste la nipote di 3 anni affetta da una grave e rara forma di handicap. La legge tutela la lavoratrice che ha dalla sua parte la famosa ‘104’ che prevede che la persona con disabilità grave possa essere assistita dal familiare che ne abbia i requisiti. Ed è anche previsto che un lavoratore possa essere trasferito dal proprio datore di lavoro soltanto con il proprio consenso.
La storia l’ha raccontata ieri Giulio Golia delle Iene che è andato fino a Bari, dal direttore generale della Banca (mai citata per nome) per chiedere spiegazioni e capire perché ci sia «questo accanimento» contro la donna.
Nicoletta, che ad agosto scorso ha ricevuto un premio di produttività, non ha mai avuto problemi con l’azienda, assicura. Ad ottobre era stata convocata dai vertici che le hanno prospettato un corso di formazione a San Severo (260 km da dove vive) per poi rientrare in sede «con le spalle più grandi».

Ma la donna ha rifiutato a causa di gravi problemi familiari, ovvero l’handicap della nipotina. La settimana dopo l’ufficio Risorse umane le ha fatto recapitare una lettere in cui le annunciava il trasferimento definitivo. Non è stata ricevuta da nessuno, nonostante le richieste di poter parlare con qualcuno e la banca non ha indietreggiato.
Così la decisione di rivolgersi al tribunale del Lavoro che ha dichiarato il trasferimento illegittimo e ha disposto l’immediato reintegro della donna nella filiale di Porto D’Ascoli.
La banca ha presentato appello e ha inviato una lettera alla dipendente in cui la avvisa che in caso di sconfitta in secondo grado da parte dell’istituto di credito si procederà al licenziamento «per giustificato motivo oggettivo», ovvero la sua posizione non esiste più e non c’è posto per lei in filiale.
Golia ha provato a parlare con il direttore generale e il responsabile delle risorse umane che però non si sono voluti esprime sulla questione e le loro risposte non sono andate oltre ad un «se ne vada o chiamiamo la polizia», «non possiamo rilasciare dichiarazioni» e «stiamo riflettendo sul da farsi».