DISCARICA

Bussi bis, procedimento archiviato per dirigenti Solvay

L’inchiesta riguardava la mancata messa in sicurezza

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Bussi bis, procedimento archiviato per dirigenti Solvay



PESCARA.  E’ stato archiviato  il  procedimento contro Bruno Aglietti, direttore dello stabilimento di Bussi sul Tirino,  e alcuni altri dirigenti di Solvay,  indagati per omessa bonifica e coinvolti nella  cosiddetta inchiesta Bussi Bis.  
Le indagini hanno messo in evidenza che l’inquinamento è anteriore al 2002  - anno di acquisizione del sito da parte di Solvay -  e che non c’è stata nessuna omessa bonifica da parte dell’azienda. Il giudice delle indagini preliminari Maria Michela Di Fine, con questa motivazione,  ha disposto l’archiviazione del fascicolo.
L’inchiesta, innescata da un esposto di Edison del 2012, riguardava la presunta  inadeguatezza  degli interventi di messa in sicurezza di tre discariche a nord del sito industriale di Bussi sul Tirino in provincia di Pescara.
Anche i pm avevano chiesto l’archiviazione.
Fece scalpore a febbraio 2014 il sequestro bis di un’ampia zona nel territorio di Bussi -tra l’altro già sequestrato nella maxi inchiesta della Forestale del 2007.
Vennero sequestrate le discariche individuate come 2 a e 2b perché -riteneva la procura- che la Solvay (dal 2001 proprietaria di quelle aree) non aveva messo in sicurezza i terreni e questi avevano continuato a danneggiare l’ambiente spargendo inquinamento e veleni.
Indagati i vertici della società belga Sovay e l’inchiesta ebbe una vasto eco e riportò alla ribalta l’enorme scandalo dei veleni di Bussi il cui procedimento penale principale è in corte di assise a Chieti e va verso la sentenza di primo grado.
Dopo un anno, però i pm Giuseppe Bellelli e Anna Rita Mantini sono arrivati alla conclusione che le cose andavano viste in maniera un po’ di versa e che per quanto riguarda la mancata messa in sicurezza non vi fossero i presupposti per sostenere una accusa in un processo.
Tesi sposata oggi anche dal giudice.
Nel corso dell’inchiesta è emerso che i vertici indagati della Solvay non avevano alcun compito specifico ed esecutivo in materia ambientale ma erano semplicemente rappresentanti legali della società. Dunque mancava l’elemento soggettivo necessario per il reato (in questo caso di disastro e inquinamento) cioè  la volontà o la prova della loro consapevolezza. Inoltre, agli atti sono finite centinaia di pagine di carteggio tra Solvay e ministero dell’Ambiente nel quale si raccontano quasi 15 anni di interlocuzioni burocratiche e farraginose volte a pianificare la messa in sicurezza e la bonifica. Inoltre nella relazione tecnica del perito della procura si legge che «la falda acquifera superficiale non entra in contatto diretto con i rifiuti contenuti nelle discariche nord; la falda acquifera superficiale, nell’area delle discariche in esame, assume bassissima mobilità e l’eventuale percolamento dei contaminanti resterebbe depositati al di sotto delle discariche stesse (in tal senso dai dati registrati dai piezometri di controllo ubicati a valle delle discariche); nell’area delle discariche non esisterebbe una falda acquifera profonda».
Solvay,  in qualità di proprietaria del sito,  ha sempre sostenuto la propria  completa estraneità ai fatti imputati.  «L’azienda ha già avviato e sta  implementando un progetto di messa in sicurezza permanente  richiesto dal Ministero dell’Ambiente in accordo con le  Autorità locali , e non è minimamente  colpevole dell’inquinamento pregresso», commenta in una nota.