CONTRO LA SENTENZA

Processo Bussi, ricorso in Cassazione. I pm: «il disastro non era prescritto»

I 19 imputati prescritti e assolti in primo grado tre mesi fa

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Processo Bussi, ricorso in Cassazione. I pm: «il disastro non era prescritto»

Bellelli e Mantini




ABRUZZO. Una serie di contestazioni nel merito, un ricorso dettagliato ma anche duro contro la sentenza di primo grado del maxiprocesso sulla mega discarica di Bussi.
La Procura con i pm Giuseppe Bellelli e Anna Rita Mantini decidono di saltare la Corte d’Appello de L’Aquila e presentano ricorso direttamente per Cassazione. Il tentativo è quello di far annullare la sentenza di primo grado dai giudici di Cassazione analizzando esclusivamente i motivi formali senza entrare nel merito delle prove analizzate già in primo grado con il rito abbreviato.
Il risultato è un durissimo ricorso contro la sentenza che il 19 Dicembre 2014 ha mandato assolti e prescritti i 19 imputati.
Secondo la Procura della Repubblica di Pescara i giudici della Corte d’Assise di Chieti hanno sbagliato persino i calcoli della prescrizione del reato di disastro colposo e concludono il loro ricorso con un frase inequivocabile: «il calcolo della prescrizione effettuato dalla Corte Chietina, pertanto, è evidentemente affetto da errore nell' applicazione della legge penale».
Secondo la procura la Corte «incorre in un chiaro errore di applicazione della legge penale nella determinazione del momento consumativo del reato, rilevante per il calcolo del dies a qua della prescrizione».
«La Corte», si legge ancora nel ricorso, «pone alla base della propria decisione di derubricazione dell'accusa, da dolosa a colposa, una tesi giuridica (l'essenzialita' del dolo propriamente intenzionale per l'integrazione del delitto di disastro) senza alcuno sforzo argomentativo. E cio' fa in maniera del tutto apodittica, appunto avulsa da puntuali riferimenti normativi o giurisprudenziali».
«La Corte», scrivono ancora i pm, «si spinge ad affermare che, anche quando concrete opere di emungimento della falda indichino, con certezza, che quella falda è considerata risorsa idrica effettivamente destinata al consumo umano, l'avvelenamento deve essere valutato non in qualunque punto della falda, ma (in chiara violazione della norma penale in discorso) nel punto immediatamente precedente o pressoché coincidente con l' emungimento».

LA SENSIBILITA’ AMBIENTALE E GIURIDICA
«La Corte», si legge ancora nel ricorso, «è convinta che la falda sia, effettivamente, avvelenata; ed allora, porta il discorso sulla legittimità temporale di tale avvelenamento. Il ragionamento che la sentenza propone è il seguente: anche se dovessimo -afferma la Corte- considerare l'avvelenamento della falda, ebbene: storicamente, l'attività industriale in Bussi è iniziata e si è ampiamente svolta in un tempo in cui non vi erano norme idonee a prevenirlo. Pertanto la contaminazione doveva considerarsi (addirittura!, aggiungono i pm) "legittima ed accettata quale sorta di effetto collaterale dell'attività industriale" per mancanza di sensibilità "ambientale e giuridica"».
«Ora», si legge ancora nel ricorso, «questa proposizione è non soltanto distorsiva sotto l'aspetto logico, per varie ragioni ma è anche una conclamata violazione di legge. L'articolo 41 della Costituzionestabilisce che l'iniziativa privata non può svolgersi in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana….».
«Non c'è bisogno di invocare 'sensibilità storica'», chiudono sul punto i pm, «per rendersi conto che una indiscriminata e massiva immissione di residui di lavorazione industriale altamente tossici prima avrebbe inciso sulla qualità dell' ambiente, in tutti i modi in cui esso si veicola all'essere umano (aria, acque, terreno)».

LA PRESCRIZIONE
I pm sostengono poi che «se il tempus commissi delicti, come correttamente indicato nel capo di imputazione, è coincidente con la data del 1 ottobre 2012, allora il reato contestato, sia esso doloso o colposo, non è ancora prescritto, diversamente da quanto affermano i giudici della Corte d'Assise di Chieti».
Secondo i giudici, infatti, il disastro colposo sarebbe ormai improcedibile perchè prescritto in sette anni e mezzo. «Il disastro colposo – scrivono però i pm - è punito con la reclusione da uno a cinque anni. In base alla disciplina sulla prescrizione vigente al momento del fatto, pertanto, il tempo della prescrizione era di dieci anni, prolungato fino a quindici anni in caso di eventi interruttivi. Nel nostro caso, il primo atto interruttivo si è avuto con la richiesta di rinvio a giudizio datata 4 febbraio 2009, dunque prima che fossero decorsi dieci anni dal momento consumativo».
I ricorrenti aggiungono che «anche applicando la disciplina entrata in vigore nel dicembre 2005 il risultato non cambia» perché «il termine di prescrizione per il disastro colposo è raddoppiato, dunque è di dodici anni e si prolunga fino a quindici in caso di atti interruttivi. A maggior ragione il reato di disastro non può dirsi prescritto se considerato nella forma dolosa. In questo caso, ai sensi della vecchia disciplina, il termine di prescrizione, in caso di atti interruttivi , è addirittura di ventidue anni e mezzo, mentre ai sensi della nuova disciplina, è identico a quello previsto per l'ipotesi colposa».
I pm, infine, evidenziano che « vi è solo un caso in cui, in applicazione della disciplina previgente la riforma del 2005, il delitto di disastro colposo si sarebbe potuto prescrivere in sette anni e mezzo: nel caso in cui agli imputati fossero state riconosciute circostanze attenuanti. Ma nel nostro caso la Corte nulla ha disposto in merito, nemmeno con riferimento alle attenuanti generiche. Il calcolo della prescrizione effettuato dalla Corte chietina, pertanto, è evidentemente affetto da errore nell'applicazione della legge penale».

ANCHE LA REGIONE RICORRE IN CASSAZIONE
L’Avvocatura dello Stato ha proposto ricorso per conto della Regione Abruzzo, del Ministero dell’Ambiente e del Commissario delegato, condividendo la scelta della Procura della Repubblica di Pescara di ricorrere per saltum direttamente in Cassazione.
«Confidiamo in un’attenta valutazione delle nostre ragioni – ha commentato il presidente Luciano D’Alfonso – affinché sia sancito il principio per cui chi inquina deve assumersi la responsabilità di ciò che fa. Successivamente agiremo in sede civile per il risarcimento dei danni da parte di chi ha ridotto le acque e le terre dell’Abruzzo in queste condizioni».
Alessandro Biancardi