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Emergenza Ruzzo, Marroni chiede le carte: «eventi naturali smascherano politiche dissennate»

Nei giorni scorsi un terzo dei teramani senza acqua

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TERAMO. Cosa ha determinato il collasso delle reti idriche della Ruzzo Reti?
Perché un terzo della popolazione teramana nei giorni scorsi è rimasta completamente a secco? La consigliera Maria Cristina Marroni (Teramo 3.0) vuole risposte precise e per questo ha annunciato una interrogazione comunale (che presenterà oggi in Consiglio) oltre ad un accesso agli atti per avere tutta la documentazione tecnica che possa chiarire l’attuale situazione.
«È davvero sconcertante prendere atto di come gli eventi naturali smascherino politiche dissennate», sostiene Marroni. Meno di un mese fa proprio la consigliera aveva contestato il progetto di potenziamento dell’acquedotto del Ruzzo che avrebbe un costo complessivo di circa 52 milioni di euro, dei quali sembrerebbero in via di finanziamento 33 milioni di euro per operare un primo completamento consistente soprattutto nell’aumento della capacità di potabilizzazione dell’impianto di Montorio al Vomano.

«Purtroppo la realtà non ha tardato a venire a galla», insiste Marroni: «le cronache evidenziano responsabilità enormi nella gestione e nella programmazione della società Ruzzo S.p.A».

Nella frazione Pastino del Comune di Tossicia si è rotta una condotta (la cui portata risulterebbe di 500 litri al secondo ad una pressione di 40 atmosfere) che si è scoperto essere risalente al 1935 in un letto scavato a mano, la quale rappresenta l’adduttrice della media-alta collina dell’Acquedotto del Ruzzo e la cui rottura ha causato l’interruzione dell’erogazione dell’acqua nelle case di 100.000 teramani. La falla è stata “rattoppata” ma la tubatura è ancora in sofferenza a causa della pressione del movimento franoso (che peraltro minaccia anche sei abitazioni).

Verosimilmente la frana è stata causata dalla perdita della condotta e non il contrario. Infatti, il geologo della Regione Abruzzo che ha effettuato il sopralluogo non avrebbe dubbi: a monte della frana non c’è movimento di terra e la faglia di distacco è proprio all’altezza della prima rottura. Dunque la frana potrebbe essere verosimilmente stata provocata dalle infiltrazioni d’acqua sgorgata dalla prima falla. Il prefetto ha attivato il preallarme, non essendoci sicurezza sul normale ripristino dell’erogazione idrica, ed ha chiesto la disponibilità di quante più autobotti possibili da parte della Protezione Civile.

« Ma come si è giunti ad una situazione così grave da mette a rischio l’intero bacino di utenza servito dalla condotta di Pastino, calcolato in circa 150.000 abitanti?», domanda la consigliera comunale. «Non è difficile presumere una negligenza nei controlli e nelle manutenzioni effettuate sull’acquedotto negli ultimi decenni. È noto infatti che le tubature di ultima generazione abbiano una capacità di sopportare le tensioni infinitamente maggiore rispetto alle condotte di 80 anni fa. E se la manutenzione è clamorosamente mancata a monte, sull’adduttrice principale, è il segnale di una sicura cattiva gestione che oggi i cittadini pagano a caro prezzo».

Inoltre, sembra che fino al 2007 il Ruzzo avesse intrapreso la strada del telecontrollo dei flussi e delle pressioni idriche tramite un sistema successivamente mutuato dalla società acquedottistica di Ascoli Piceno, telecontrollo poi abbandonato. «I risultati sono oggi evidenti e molteplici», commenta Marroni «è impossibile prevedere falle, perdite e criticità; la dispersione di acqua è enorme per l’impossibilità di controllare la rete».

«Le conseguenze sono gravi: l’abbandono della pianificazione e delle manutenzioni ha aumentato i rischi e la dispersione idrica, favorendo - guarda caso - il progetto di potenziamento della potabilizzazione che oggi viene spacciata come la panacea di tutti i mali, quando invece questo incidente ha messo a nudo la fragilità dell’acquedotto e la dissennata inversione delle priorità: in luogo di manutenere una rete vecchia di 80 anni che ha la capienza necessaria al benessere dell’intera provincia, si preferisce puntare sulla potabilizzazione di acque di pessima qualità e non di sorgente, adducendo come giustificazione la carenza idrica causata non dall’aumento dell’utenza, ma proprio dalla gestione sconsiderata della rete esistente».