ROVESCI DI CRONACA

Editoria, querelante risarcito con i fondi statali per l’editoria

Nuovo pignoramento per il giornale antimafia de ‘La Voce delle Voci’

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Editoria, querelante risarcito con i fondi statali per l’editoria

Il giornale che non c'è piu'



ROMA. Clamorosa quanto probabilmente inedita decisione a carico del mensile antimafia ‘La Voce delle Voci’ fermo ormai da un anno a seguito di una condanna per diffamazione che ha visto la rivista soccombere per 100 mila euro (in primo grado).
Il 3 marzo scorso il giudice delle esecuzioni mobiliari del Tribunale di Roma, Francesca Girone, a parziale copertura dei 100 mila euro ha assegnato alla persona danneggiata, Annita Zinni, la riscossione di 21mila euro di fondi pubblici destinati al mensile d’inchiesta La Voce delle Voci in base alla legge 250/90 che prevede sovvenzioni a favore delle imprese editrici di quotidiani e periodici costituite in forma cooperativa o controllate da cooperative, fondazioni o enti morali senza scopo di lucro. Attualmente la somma è pignorata presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il giudice Girone ha dunque respinto l’opposizione presentata dal difensore della Voce, l’avvocato Michele Bonetti, che aveva sottolineato il fatto che quei fondi pubblici non sono di proprietà della cooperativa editrice bensì dei cittadini italiani, che li versano allo Stato per garantire un bene comune.
La vicenda è ormai nota e rischia di incancrenirsi ulteriormente.
Per un articolo del giornalista Rai, Alberico Giostra, pubblicato dalla Voce nel 2008 e dedicato a Italia dei Valori, l’esponente sulmonese del partito Annita Zinni, compaesana dei Di Pietro (anche lei nata a Montenero di Bisaccia), ha citato in giudizio la Voce lamentando danni biologici subiti dalla pubblicazione. A pronunciare la sentenza che condannò il mensile a quasi centomila euro di risarcimento danni è stato il giudice di Sulmona, Massimo Marasca.
Attraverso i suoi avvocati – Alessandra Vella, altro esponente politico Idv a Sulmona, e Sergio Russo di Roma – Zinni ha attaccato la Voce con ben 4 pignoramenti, estesi ad oltre 30 banche italiane e perfino alla storica testata La Voce delle Voci, tuttora bloccata da questa azione giudiziaria (l’ultimo numero è uscito in edicola a marzo scorso).

Una vicenda che per ora è ferma al primo grado ma ha già prodotti effetti nefasti sul giornale.
Il 22 aprile scorso i giornalisti della Voce hanno rivolto un appello al presidente Napolitano, al quale hanno chiesto di valutare, «quale garante massimo delle istituzioni», una sentenza che assegna danni per centomila euro «ad una persona che, dopo l’articolo citato, ha compiuto una fulminea escalation, diventando segretario provinciale Idv per acclamazione».
Napolitano all’epoca girò i documenti al Csm.

I giornalisti contestano tra le altre cose che nell’ambito del processo di primo grado sia stata ammessa come testimone di parte offesa il pm di Sulmona, Aura Scarsella, amica della Zinni ma magistrato nella stessa procura del giudice Marasca che ha emesso la sentenza.
«Contro la Voce delle Voci – commenta oggi il direttore Andrea Cinquegrani – è stato commesso da Antonio Di Pietro un atto di killeraggio in piena regola. A marzo 2007 la Voce era stato il primo ed unico giornale a portare alla luce le questioni delle compravendite immobiliari dell’ex pm, le stesse che qualche anno dopo, riprese da Report in un programma diffuso al grande pubblico, avrebbero determinato la fine di Italia dei Valori. Di Pietro non ha potuto vendicarsi contro il gigante Rai, ma ha fatto chiudere la Voce».
«Una vicenda giudiziaria allucinante – fa eco il condirettore della Voce Rita Pennarola – ma anche un precedente gravissimo per la stampa italiana. Sentenze come questa segnano la fine del giornalismo. Ormai sono storia quotidiana le cosiddette “tentate estorsioni a mezzo stampa, paga prima o ti sparo una citazione milionaria”, rese possibili dall’effetto intimidatorio di una giustizia, quale quella italiana, che di civile non ha più nulla».