IL FATTO

Fallimento Edimo spa, 156 aziende tremano: «più grande disastro economico post sisma»

Appello alle istituzioni: «a rischio 1500 posti di lavoro»

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Fallimento Edimo spa, 156 aziende tremano: «più grande disastro economico post sisma»




L’AQUILA. «Il più grande disastro economico post-sisma».
E’ un vero e proprio urlo di disperazione quello lanciato dalle aziende fornitrici dell’indotto Edimo Taddei che contano in totale quasi 1.500 dipendenti: Ciancarella Luciano, Aquilana Calcestruzzi, Cicolani Enzo, Aquilaprem, Tmc Impianti, Orsolini, Coedil 99, Mastrangeli Srl, Palmerini, Celi Calcestruzzi, Fiordigigli Srl, Inerti Aquilana, Centi & Cecala, Di Sibio Combustibili, Aquilav, Staffetti.
Ad una settimana dal fallimento della spa ci sono poche certezze all’orizzonte e si rischia l’effetto domino.
La società per azioni è stata dichiarata fallita il 19 febbraio scorso dal tribunale di Roma dopo un’istanza accolta della società Wilsider, fornitore di acciaio (creditrice per 50 mila euro), per tramite dell’assicurazione Siac che ha saldato l’azienda, che aveva il credito assicurato, e ha proseguito la procedura fallimentare, e alla fine il giudice ha dato ragione alla compagnia assicurativa. 

«Il fallimento della Edimo Spa, oltre a costituire un disastro per i dipendenti e per la famiglia Taddei, che in 25 anni di storia ha dato lustro alla nostra città e soldi a poggia, lo è per l’intero comprensorio aquilano», sottolineano i fornitori.
«Oggi il gruppo va aiutato, senza se e senza ma, lasciandolo lavorare e dando lavoro senza pensare agli ammortizzatori sociali. Occorre capire che, se questa grande azienda viene fermata, si scatenerà un effetto domino sull’indotto che lavora da anni con il gruppo».
Sono ben 156 le aziende aquilane che fanno parte dell’indotto del gruppo Edimo che, costantemente, anche in questi ultimi periodi di difficoltà, sono state vicine all’azienda del patron Carlo Taddei e dei figli.

«La ricaduta sarebbe la fine della nostra città», assicurano anche perchè sarebbero coinvolti più di 1.500 lavoratori di svariate aziende: elettricisti, idraulici, carpentieri, officine, gommisti, fornitori di cemento e materiale edile, prodotti per edilizia e termoidraulica, noleggiatori di mezzi, ristoratori, lavanderie, fornitori di legnami, materiali plastici, coibentazioni, materiali in ferro, serramenti, fornitura di carburante e altri ancora.
Tutte queste piccole e medie imprese andrebbero in default perché legate a doppio filo con il gruppo Edimo. «Non è un elenco merceologico da Camera di commercio, questo è semplicemente il disastro che seguirà al fallimento di Edimo», dicono i titolari.
La città ormai vive con un nucleo industriale che è un cimitero dopo la chiusura delle più grandi aziende: Otefal, Carteco, Wood Alberyani, Becker Polveri, Forex. La ricostruzione post-sisma è latente, ma è anche l’unica speranza che resta.

«Adesso siamo tutti fermi, bloccati. Che cosa dobbiamo fare?», domandano i fornitori della Edimo che chiedono aiuto alle istituzioni: «devono rispondere e dare certezze. Ora si vedrà se avranno la forza di aiutare non una azienda, ma una più altre 156 aziende, e fermare la fine di questa città, partecipando invece alla sua vera rinascita».
Ormai L’Aquila è emarginata anche nelle carte dei vari ministeri visto che a Roma l’idea è che la città non abbia nemmeno una sede da 500 metri quadrati per ospitare un’istituzione come l’Agenzia del lavoro che spetterebbe di diritto al capoluogo.
«Per 50 mila euro», denunciano ancora le aziende, «buttiamo giù dalla torre aziende che pagano 1,5 milioni di euro ogni mese solo per le spese».