L'INCHIESTA

Caso Moro, il Papa fa testimoniare Mennini

Secondo Cossiga il prelato confessò durante la prigionia lo statista

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Caso Moro, il Papa fa testimoniare Mennini

Antonio Mennini

ROMA. Antonio Mennini, ora nunzio apostolico nel Regno Unito e fratello di Pietro Mennini, procuratore capo della Procura di Chieti, sarà ascoltato dalla Commissione d'inchiesta sulla vicenda Moro.
Secondo l’ex presidente della Repubblica Cossiga, il prete, canale di mediazione tra il Vaticano e le Br, avrebbe confessato durante la prigionia lo statista.
Secondo quanto riporta oggi Il Corriere della Sera sarebbe stato proprio papa Francesco in persona a volere che Mennini riferisca alla Commissione d'inchiesta (ne fa parte anche il pm aquilano Antonietta Picardi) in quanto il prete, allora molto giovane, sarebbe stato in qualche modo un canale di mediazione tra il Vaticano e le brigate: Paolo VI era un amico personale di Moro.
La deposizione avverrà lunedì prossimo quando opererà la nuova Commissione parlamentare d'inchiesta sul delitto di via Fani. Finora Mannini non aveva mai parlato in tribunale né rilasciato interviste.
Ha sempre avuto un basso profilo, pur ricoprendo ruoli importanti all'interno della Santa Sede nel corso della sua carriera. E' un chiaro segnale della volontà del Pontefice di collaborare a ogni livello con le autorità italiane, all'insegna della massima trasparenza. Sarà il nunzio, infatti, a venire a Roma a deporre a San Macuto, sede della Commissione, pur essendo un diplomatico e godendo perciò di immunità speciali.

Mennini, 67 anni, è fratello del procuratore di Chieti, Pietro Mennini, di Alessandro ex dirigente del Banco Ambrosiano e figlio di Luigi Mennini storico direttore dello Ior, la banca Vaticana, ai tempi di Marcincus, Calvi e Sindona.
Mennini è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede il 3 aprile 1981, ha prestato successivamente la propria opera presso le rappresentanze pontificie in Uganda e in Turchia e presso la sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.
L'8 luglio 2000 è stato eletto alla Chiesa titolare di Ferento e nominato, allo stesso tempo, Nunzio Apostolico in Bulgaria. Il 12 settembre successivo ha ricevuto l'ordinazione episcopale.
Il 6 novembre 2002 è stato nominato rappresentante della Santa Sede presso la Federazione Russa, diventando ufficialmente Nunzio nel luglio 2010.
La sua carriera inizia presto, dopo la vicenda dell’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

IL SEQUESTRO MORO
Nel 1978 don Antonello era semplice vice parroco della chiesa di Santa Lucia, nel quartiere Trionfale di Roma ed era grande amico della famiglia Moro e a questa era molto legato. Solo di recente da testimonianze incrociate (la più importante dell’ex presidente Francesco Cossiga) è stato individuato come il famoso sacerdote che avrebbe confessato Aldo Moro nel suo covo prima di essere giustiziato. La figura di un sacerdote messo in condizione di entrare ed uscire dal covo delle Br e di recapitare le numerose lettere dello statista è sempre stata una figura quasi mitologica di dicerie e voci che però hanno trovato conferma solo di recente.  
Secondo alcune ricostruzioni don Antonello sarebbe stato indicato da Moro stesso ai suoi rapitori come possibile "postino" di alcune lettere alla moglie Noretta; l'ex presidente Cossiga lo indica come il prete che andò nel covo a confessare Moro e a dargli la comunione. L'episodio viene confermato (però senza indicare chi sia il prete) da una detenuta brigatista alla vedova di uno degli uomini della scorta. Il nome del sacerdote compare anche nella prima relazione della Commissione parlamentare che si occupò del caso Moro.
Durante le settimane del sequestro, la moglie  inoltrò una trentina di lettere, ma solo per pochissime ebbe il riscontro dell' avvenuta consegna.
In una intervista a Repubblica di Sabelli Fioretti a Cossiga così si esprime l’ex presidente della Repubblica
Che cosa succedeva quando arrivavano le lettere di Moro?
«La prima lettera era indirizzata a me e mi fu portata da Rana. Lui mi disse che gli avevano telefonato i brigatisti che gli avevano indicato il luogo di ritrovamento. Ma io sono convinto che fin da quel momento era iniziata l’attività di un personaggio al quale noi non avevamo pensato. Noi avevamo messo sotto controllo tutti i telefoni possibili, amici, parenti, tutti. Ci sfuggì il viceparroco don Antonello Mennini, figlio del vicedirettore generale dello IOR. Io credo che le Br gli abbiano permesso di recarsi nel covo per incontrare e confessare; almeno lo spero. Anche se non ne aveva certo bisogno». (…)
Qual è stata la cosa che l’ha convinta che don Antonello aveva visto Moro?
«La serenità con cui si sentiva che ha affrontato la morte. Era la serenità di uno che si era confessato, che era a posto con Dio. E poi c’è quel problema della borsa, delle carte che lui ha chiesto: qualcuno deve avergliele portate. Il giorno dopo che Moro fu ucciso Don Mennini, il prete, da sacerdote diocesano è entrato, di autorità, nella carriera diplomatica. Ed è stato fatto partire segretamente per la nunziatura del Congo. Adesso è vescovo».