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Peschereccio italiano sequestrato in Gambia

Federpesca:«intervengano ministri Martina e Gentiloni»

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Peschereccio italiano sequestrato in Gambia
ABRUZZO. Sarebbe stata contestata una violazione delle norme che regolano la grandezza delle maglie della rete da pesca. Per questa ragione le autorità del Gambia hanno sequestrato la nave da pesca Idra Q., iscritta a Mazara del Vallo ma armata dalla Italfish di Martinsicuro (Te).
Lo rende noto la Federpesca, preoccupata per le sorti di due italiani, il capitano Sandro De Simone di Silvi Marina e il direttore di macchina, Massimo Liberati di San Benedetto del Tronto, per i quali è stata disposta la custodia in carcere a Banjul.
«Solo l'intervento urgente del Ministro Martina e del Ministro Gentiloni - dichiara Luigi Giannini presidente di Federpesca - può scongiurare un esito pesantissimo e sproporzionato, visto che le reti considerate oggetto di misurazione non erano quelle in uso all'atto del fermo dell'unità».
La Idra Q risulta ferma nel porto della cittadina del Gambia, Banjul. Si attendono ulteriori notizie.

L’ARMATORE: «IN CELLA DOPO UDIENZA SOMMARIA»
Posti in stato di fermo per una decina di giorni, poi, ieri, a conclusione di un' "udienza sommaria", sono finiti in carcere i due italiani trattenuti in Gambia, la cui nave da pesca è finita sotto sequestro per la presunta violazione delle dimensioni delle maglie di una rete presente a bordo, ma non utilizzata.
A ricostruire la vicenda all'ANSA è la Italfish srl di Martinsicuro, società armatrice dell'imbarcazione (iscritta a Mazara del Vallo in Sicilia) e con una base operativa in Senegal.
Segue la vicenda anche la Farnesina, attraverso l'ambasciata italiana a Dakar, competente in Gambia, riferisce la società armatrice.
«Una decina di giorni fa - spiegano all'ufficio della Italfish srl che sta gestendo il caso - un equipaggio armato della marina militare locale è salito a bordo e ha intimato al comandante di raggiungere il porto più vicino. Hanno contestato presunte violazioni per una rete presente a bordo, ma non utilizzata, una rete le cui maglie, accertate con tanto di righello, sarebbero di 68 millimetri invece dei 72 previsti. Erano in stato di fermo, ma ieri, a seguito di una sommaria udienza, sono finiti in carcere. Un armatore è sul posto, mentre un altro è a Dakar, in contatto con l'ambasciata».
 De Simone è ripartito dall'Italia circa un mese fa, dopo un periodo trascorso a casa. Suo fratello Cesare racconta che «una quindicina di anni fa, in Somalia, era stato sequestrato dai pirati per diversi mesi. Portato a terra, aveva vissuto in una capanna - spiega - poi l'armatore era riuscito a far rilasciare lui e gli altri tre membri dell'equipaggio».
 La moglie, come ha riferito il fratello del comandante, è rimasta in contatto con il marito «e l'ha sentito l'ultima volta ieri».

SOTTANELLI: «MASSIMA ASSISTENZA AI CONNAZIONALI»

«Il sottosegretario agli Affari Esteri, Benedetto Della Vedova, mi ha rassicurato sul fatto che la Farnesina si sta occupando della situazione attraverso la nostra Ambasciata a Dakar (competente territorialmente) che si è subito attivata non appena venuta a conoscenza del caso e sta prestando la massima assistenza ai connazionali». È quanto dichiara l’onorevole Giulio Sottanelli, deputato di Scelta Civica.

«Sono in contatto da stamattina con la Farnesina dopo aver appreso la notizia e dopo la sollecitazione degli amici del movimento Silvi Bellissima» aggiunge Sottanelli «ho provveduto ad avvisare le famiglie su quanto appreso dal Ministero e a rassicurarle per quanto possibile, attendiamo adesso con fiducia una risoluzione a breve della situazione».

Sulla questione interviene anche il gruppo del Movimento civico Silvi Bellissima al Comune di Silvi – città di residenza del capitano Sandro De Simone – che ringrazia per l’intervento l’onorevole Sottanelli e lancia un appello al sindaco e al Consiglio comunale.

«Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza alla famiglia De Simone, con la speranza che Sandro possa ritornare presto a casa – dicono il capogruppo Michele Cassone e il consigliere Enzo D’Isidoro – Confidiamo nell'efficacia dell'azione parlamentare intrapresa dall'onorevole Giulio Sottanelli per garantire a Sandro e all'altro marinaio il rispetto dei loro diritti, la massima tutela legale e il rientro in Italia il più presto possibile. Facciamo appello anche al sindaco, Francesco Comignani, e al Consiglio comunale di Silvi, affinché adottino ogni misura possibile per facilitare la risoluzione di questa spiacevole vicenda. Dal canto nostro – concludono – ci rendiamo da subito disponibili ad ogni forma di collaborazione e di azione politica».


 

L’ARMATORE: «IN CELLA DOPO UDIENZA SOMMARIA»

Posti in stato di fermo per una decina di giorni, poi, ieri, a conclusione di un' "udienza sommaria", sono finiti in carcere i due italiani trattenuti in Gambia, la cui nave da pesca è finita sotto sequestro per la presunta violazione delle dimensioni delle maglie di una rete presente a bordo, ma non utilizzata.

A ricostruire la vicenda all'ANSA è la Italfish srl di Martinsicuro, società armatrice dell'imbarcazione (iscritta a Mazara del Vallo in Sicilia) e con una base operativa in Senegal.

Segue la vicenda anche la Farnesina, attraverso l'ambasciata italiana a Dakar, competente in Gambia, riferisce la società armatrice.

«Una decina di giorni fa - spiegano all'ufficio della Italfish srl che sta gestendo il caso - un equipaggio armato della marina militare locale è salito a bordo e ha intimato al comandante di raggiungere il porto più vicino. Hanno contestato presunte violazioni per una rete presente a bordo, ma non utilizzata, una rete le cui maglie, accertate con tanto di righello, sarebbero di 68 millimetri invece dei 72 previsti. Erano in stato di fermo, ma ieri, a seguito di una sommaria udienza, sono finiti in carcere. Un armatore è sul posto, mentre un altro è a Dakar, in contatto con l'ambasciata».

 De Simone è ripartito dall'Italia circa un mese fa, dopo un periodo trascorso a casa. Suo fratello Cesare racconta che «una quindicina di anni fa, in Somalia, era stato sequestrato dai pirati per diversi mesi. Portato a terra, aveva vissuto in una capanna - spiega - poi l'armatore era riuscito a far rilasciare lui e gli altri tre membri dell'equipaggio».

 La moglie, come ha riferito il fratello del comandante, è rimasta in contatto con il marito «e l'ha sentito l'ultima volta ieri».