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Abruzzo. L’agricoltura muore, gli allevatori pure: veleni ed è tutti contro tutti

La crisi e le tasse uccidono le aziende, la politica è distante, la burocrazia fa il resto

Redazione Pdn

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PASTORI ABRUZZESI




ABRUZZO. Il dato incontrovertibile è che l’agricoltura e l’allevamento abruzzese sono in forte crisi. Le aziende non ce la fanno più, strangolate da una crisi che non promette di finire e dai debiti con le banche ed Equitalia alle porte. In questo scenario si inseriscono una serie di polemiche non nuove sulla attività delle organizzazioni sindacali e la burocrazia che rallenterebbe gli aiuti al settore e gli investimenti.
A sparare a zero da sempre contro le organizzazioni sindacali è Dino Rossi (Cospa) che si chiede come sia possibile, specie di questi tempi di grave crisi e di aziende storiche che muoiono, giustificare gli stipendi dei vertici delle organizzazioni sindacali di settore.
«La verità è che le aziende agricole non sono più difese», sostiene Dino Rossi, esponente dell’associazione di allevatori e noto per la sua protesta contro Equitalia, «ma siamo rappresentati nei tavoli istituzionali da organizzazioni professionali agricole vendute alla politica malsana, le quali pensano a salvare i loro stipendi e non le aziende agricole. I dirigenti delle nostre organizzazioni professionali e i componenti dei consigli di amministrazioni messi solo a fare numero e capaci di chinare il capo ai poteri forti stanno contribuendo al massacro economico. E’ un quadretto che regna da anni all’interno delle organizzazioni, mai nessuno associato ha fatto la voce grossa per paura di ripercussioni o forse preferivano credere alle favole che spesso recitavano i rappresentanti di zona. Questi signori non hanno mai alzato un dito a difesa degl’imprenditori agricoli, non si è visto mai nessuno scendere a nostra difesa ogni nuova finanziaria. Inspiegabilmente ci ritroviamo a pagare doppie tasse, come l’imu e la bonifica sui terreni agricoli, terreni che vengono lavorati con i mezzi agricoli con il gasolio agevolato, oggi con l’assegnazione ridotta del 23%, quindi costretti ad acquistarlo alla pompa e pagarlo il doppio».

Tra gli esempi ben noti a Rossi c’è la lunga piaga “virtuale” della mucca pazza «una malattia inventata, anzi una malattia da laboratorio sponsorizzata da scienziati di grido», sostiene Rossi, che ricorda come «in Italia si produceva il cronassial, un medicinale con il cervello di mucca per curare il sistema nervoso, ritirato dal commercio perché letale per i pazienti».
«Le nostre organizzazioni ed in particolare la Coldiretti lo sapeva? Tutto questo clamore della mucca pazza ha però giustificato il nascere di strutture nuove come l’anagrafe bovina, costata milioni di euro, con la scusante della salute pubblica, per non parlare di quei prelievi al cervello alle mucche morte di cause naturali in azienda destinate all’interramento o agli inceneritori, anche questi costati milioni di euro. Intanto, con la pubblicità negativa il mercato degli animali scendeva a favore del re delle carni».

E poi la crisi di oggi secondo Dino Rossi è figlia anche dello «scempio della vaccinazione obbligatoria della lingua blu. Un vaccino devastante, che provocava più danni della malattia stessa e come sempre pantalone pagava milioni di euro per una vaccinazione inutile e dannosa».
Che dire delle quote latte?
«Le mucche fatte vivere 83 anni sulla carta per aiutare gli amici degli amici», denuncia ancora Rossi, «allo scopo di italianizzare il latte proveniente dai paesi dell’est, facendo scendere il prezzo del latte alla stalla. E che dire dei titoli venduti a personaggi che facevano i rappresentati di medicinali invece che proporli ai contadini. Questi titoli a loro volta dovevano essere spalmati su una superficie e hanno pensato bene di utilizzare gli usi civici delle nostre montagne, mettendo in crisi anche l’allevamento in alpeggio su tutto il territorio nazionale».
Troppi fatti devastanti, troppi silenzi e coincidenze che di fatto hanno massacrato un settore importante per il nostro Paese.
Per ritornare al concreto un altro gruppo di aziende agricole aquilane colpite dal sisma del 2009 torna a protestare contro la Regione Abruzzo e la gestione dei bandi del Piano di Sviluppo Rurale.
Gli imprenditori chiedono regole diverse per l’assegnazione dei fondi per l’indennizzo dei danni e soprattutto per gli aiuti al settore e gli investimenti. Ma la Regione sembra non volerli ascoltare ancora.