LA SENTENZA

Corte Conti, la sentenza beffa sull’inchiesta di Scafa: all’Asl 3.557 euro di risarcimento

Il Tribunale penale ha condannato sia Alderighi che la moglie

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

1796

Corte Conti, la sentenza beffa sull’inchiesta di Scafa: all’Asl 3.557 euro di risarcimento


PESCARA. Condanna penale in primo grado a 4 anni e 6 mesi per Riccardo Alberighi, ex direttore del distretto sanitario di Scafa ma davanti alla Corte dei Conti gli è andata decisamente meglio.
La Procura generale gli chiedeva la restituzione di 32 mila euro, i giudici contabili di secondo grado hanno stabilito che ne dovrà versare solo 3 mila. Ed ancora meglio è andata alla moglie-infermiera, Fabrizio Di Domenico, che dovrà restituire alla Asl appena 20 euro.
Nello specifico, Alderighi ad inizio febbraio è stato condannato nell’ambito dell’inchiesta penale a 4 anni e sei mesi di reclusione ed è stato interdetto dai pubblici uffici per cinque anni per i reati di abuso, truffa, falso e turbativa d'asta.
Il Tribunale ha riconosciuto la sua colpevolezza per alcuni episodi di assenza ingiustificata dal lavoro, in alcuni casi andava a caccia. Di Domenico, moglie di Alderighi e infermiera del distretto di Scafa, è stata invece condannata dal tribunale a 6 mesi di reclusione (pena sospesa) e per lei era stato richiesto alla Corte dei conti il pagamento di circa 520 euro come risarcimento. Come detto ne dovrà sborsarne appena 20.
La sentenza di secondo grado della Corte dei Conti è precedente alla sentenza del tribunale penale e uno degli elementi su cui ha puntato la difesa di Alderighi e della moglie è stata proprio la mancanza di una sentenza di colpevolezza.

«ASSENZA INGIUSTIFICATA»
Il danno erariale contestato dalla procura contabile derivava «dall’accertata assenza dal servizio del tutto ingiustificata» durante le quali i due si dedicavano ad attività «del tutto private e personali, determinando, peraltro, disagio all’utenza della ASL ed all’organizzazione dello stesso Ente di cui erano dipendenti».
A questo danno patrimoniale la Procura ha associato anche il danno all’immagine.
Ma è stata contestato anche il danno da affidamento di lavori senza gara: opere e forniture per circa 263.000 euro «senza alcuna gara di appalto e senza alcuna valutazione a monte circa la necessità dei lavori e la loro esecuzione». Di questo danno la Procura aveva imputato ad Alderighi solo il 10% (26.300 euro).

LA LEGGE RETROATTIVA
il Giudice di primo grado ha ritenuto non applicabile al caso l’articolo di legge che subordina l’esercizio dell’azione del pm contabile all’esistenza di una sentenza penale di condanna passata in giudicato ritenendo invece applicabile la legge n. 150 del 2009, che prevede l’autonoma risarcibilità del danno all’immagine per le condotte assenteistiche dei pubblici dipendenti, prescindendo totalmente dall’esistenza di un procedimento penale.
Ma secondo i giudici d’appello le cose non stanno così.
«E’ opportuno infatti rilevare», fanno notare gli estensori della sentenza, «che la normativa richiamata ed applicata dal giudice di primo grado è entrata in vigore in data 15 novembre 2009, successivamente alla consumazione delle condotte contestate. E’ evidente, per entrambi, che la legge non può trovare applicazione, in virtù del principio di irretroattività».

APPALTI SENZA GARA? NON PROVATO IL DANNO
Il Procuratore regionale, nell’atto di citazione, aveva chiesto la condanna solo per Alderighi al pagamento della somma di euro 26.000 per la questione degli appalti senza gara ma secondo i giudici la richiesta non sarebbe stata adeguatamente motivata. «La Procura avrebbe dovuto fornire, quanto meno», si legge nella sentenza, «la dimostrazione che con l’affidamento diretto dei lavori l’Amministrazione ha sostenuto una spesa maggiore di quella che avrebbe spuntato per affidare i medesimi lavori mediante una procedura concorsuale.

LE ASSENZE: «ATTEGGIAMENTO PSICOLOGICO DOLOSO»
Sulle assenze dal servizio dei due, invece, i giudici non hanno dubbi: il danno c’è stato.
«Il convincimento dei Giudici di prime cure si sia basato non soltanto sugli elementi probatori emersi in sede penale, ma anche sui risultati delle indagini compiute dalla Procura contabile e sulla restante documentazione presente in atti», si legge nella sentenza. «Le intercettazioni ed i pedinamenti assunti a fonti di prova nel giudizio contabile rappresentano in maniera circostanziata, precisa e puntuale non solo la condotta assenteista tenuta dagli appellanti, ma anche il loro atteggiamento psicologico doloso nel commettere atti in manifesta e volontaria violazione del contratto di lavoro che li legava alla pubblica amministrazione di appartenenza».

NESSUN OBBLIGO DI ORARI?
Alderighi ha sostenuto inoltre di non essere obbligato, in quanto dirigente di primo livello, al rispetto di alcun orario di ufficio ma di dover rispondere solo al raggiungimento degli obiettivi annuali assegnati.
Ma i giudici lo smentiscono: «l’articolo 15 del Contratto nazionale dei Lavoratori stabilisce che l’orario di lavoro dei dirigenti con incarico di direzione di struttura complessa è volto ad assicurare, attraverso la presenza in servizio, il normale funzionamento della struttura cui essi sono preposti». E poi ancora: «i direttori di struttura complessa comunicano preventivamente e documentano la pianificazione delle proprie attività istituzionali, le assenze variamente motivate ed i giorni dedicati all’attività libero professionale intramuraria».
Dalle intercettazioni telefoniche e dal confronto con i tabulati è invece emerso che Alderighi, sottolineano i giudici della Corte dei Conti, «si assentava reiteratamente dal luogo di lavoro, anche in giornate in cui aveva comunicato la sua presenza, al punto che si dovevano disdettare tutti gli appuntamenti già fissati con i pazienti che lo attendevano nell’ambulatorio. Nei suoi confronti va pertanto confermata la condanna per danno patrimoniale da assenteismo pari ad euro 3.537,95».

L’INFERMIERA: 20 EURO PER L’ASSENTEISMO
Quanto a Di Domenico, «la condotta illecita è provata dalla frode perpetrata in relazione al sistema di rilevazione delle presenze e dalle intercettazioni telefoniche che hanno attestato le assenze durante l’orario di lavoro nonostante la timbratura delle tesserina magnetica».
La contestazione nei suoi riguardi è limitata all’ assenza della giornata 17 ottobre 2008: «nonostante l’irrilevanza della vicenda sotto il profilo economico», scrivono i giudici, «tuttavia il rispetto del principio che obbliga tutti i dipendenti all’osservanza dell’orario di lavoro e del regolare svolgimento della prestazione professionale pubblica impone la condanna, sia pure per il solo importo di euro 20,96».

Alessandra Lotti