INTOLLERANZE

Celiachia, l’Abruzzo è all’anno zero: oltre la malattia a far male c’è la burocrazia

Quanto è difficile la vita senza glutine ma solo perché mancano cultura e norme adeguate

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Celiachia, l’Abruzzo è all’anno zero: oltre la malattia a far male c’è la burocrazia

Il grano è bandito

ABRUZZO. Le ultime stime parlano di poco meno di 4 mila malati abruzzesi di celiachia ma i dati sono in vorticoso aumento. Una malattia (autoimmune dell’intestino) sconosciuta ai più se non si ha l’occasione di avere un conoscente o un parente colpito da questa intolleranza alimentare.
L’incidenza in Italia è stimata in un soggetto ogni 100 persone. I celiaci potenzialmente sarebbero quindi 600.000, ma ne sono stati diagnosticati ad oggi quasi 150.000. Ogni anno vengono effettuate 10.000 nuove diagnosi con un incremento annuo di circa il 10%.
Per fortuna è una malattia asintomatica a patto che non si ingerisca glutine. Unico particolare: il glutine è davvero dappertutto e nel 70% circa dei cibi che ingeriamo.
In pratica è bandita ogni pietanza fatta con farina di grano (pasta, pane, pizza…) ma anche quei cibi che apparentemente non contengono farina ma utilizzano il glutine come ingrediente aggiunto o come conservante. Ad oggi per un celiaco mangiare un qualunque alimento che non sia certificato è un rischio molto alto.
Dunque l’unica via certa è quella di nutrirsi solo con farine gluten free (di riso per esempio) e con alimenti certificati dalla associazione Aic che assicurino che durante la preparazione si è stati attenti ad ogni possibile contaminazione di glutine (fosse anche a livello cellulare).

E’ facile allora comprendere le difficoltà che incontra un celiaco nella vita di tutti i giorni appena mette piede fuori casa. Anche andare a mangiare una pizza con gli amici è un problema o andare in vacanza in luoghi che non siano grandi città dove non si è già sviluppata la sensibilità a questa diffusissima intolleranza alimentare e mancano negozi o ristoranti per celiaci.

VIVERE IN ABRUZZO: PRIMO PASSO LA CERTIFICAZIONE
La celiachia è una malattia da cui non si guarisce per cui dopo una diagnosi del morbo si può ricevere un tesserino di esenzione ticket (per le spese delle analisi riguardanti la propria patologia, codice RI0060) emesso dalla propria regione di appartenenza con validità illimitata ossia per sempre. Essendo la malattia non curabile l'esenzione non decadrà mai.
Nonostante questo, ogni anno il celiaco è costretto a ripetere l'iter per l'assegnazione bei buoni spesa che servono per il prelievo dei prodotti dietetici senza glutine. E’ questo, infatti, l’unico aiuto da parte dello Stato, una sorta di contributo per l’acquisto di prodotti alimentari certificati e che costano a volte anche tre volte di più rispetto agli omologhi.

“BUONI” MA NON TANTO
Per poter ottenere i “buoni” bisogna recarsi annualmente presso il centro di riferimento regionale per la prevenzione e la diagnosi del morbo celiaco per certificare la presenza della malattia. Bisogna prendere un appuntamento con il medico per poi farsi certificare la malattia, cosa impegnativa che porta via tempo.
Se però l'esenzione è illimitata, ed è appurato che dalla celiachia non si guarisce, perchè bisogna ripetere questa certificazione ogni anno?
Con il certificato poi bisogna recarsi presso l'ufficio farmaceutico della Asl di appartenenza, fare una richiesta per avere i buoni mensili e tornare dopo una settimana circa per ritirarli (perdendo almeno due mezze giornate lavorative per questo tipo di pratica che può essere svolta solo di persona).
In alcune regioni i buoni vengono spediti direttamente a casa tramite raccomandata (Liguria) ma in Abruzzo non siamo ancora arrivati alla missiva tradizionale figurarsi inventarsi un metodo ben più tecnologico (codice a barre, Quark code…).
In regioni come la Campania e Lombardia già da 5 anni, per esempio, i celiaci pagano i prodotti senza glutine con la tessera sanitaria, che viene caricata con il credito erogato dalla Asl ed utilizzabile grazie al cip con un pin di sicurezza assegnato, con il vantaggio di poter fare la spesa senza essere obbligati a spendere l'intero buono presso lo stesso negozio o farmacia convenzionata Asl.
E dire che in Abruzzo la tessera sanitaria con il cip (costata milioni) distribuita un anno e mezzo fa non serve ancora a nulla… ecco allora una idea aggiuntiva da realizzare al più presto.
Il celiaco abruzzese insomma deve avere molto tempo libero per poter ottenere ben 99 euro per le donne e 130 euro per gli uomini, un contributo che però appare più che risicato per il fatto che i prodotti hanno prezzi incredibilmente alti (un chilo di pasta costa circa 5 euro).

ANDIAMO A FARE LA SPESA: IL CELIACO E’ “PROVINCIALE”
Una volta ottenuti i buoni possiamo andare a fare la spesa. La prima volta si scopre che se non hai chiesto il frazionamento del buono sei costretto a spenderlo tutto in una volta nello stesso negozio (il che non sempre è facile o agevole).
Con i buoni frazionati ci si reca in un negozio specializzato e, o si spende tutto il buono, oppure si lascia lì in deposito per le successive spese che devono essere effettuate entro il mese in corso. Il celiaco in questo modo si trova costretto lo stesso a spendere tutto il buono in un solo punto vendita. Cosa diversa sarebbe utilizzare altri metodi (come detto con la tessera sanitaria).
Altra incredibile barriera burocratica è che i buoni possono essere erogati solo nell’ambito della propria Asl.
Per esempio se i buoni sono erogati dalla Asl di Pescara è impossibile spenderli nei centri commerciali di San Giovanni Teatino…
E nonostante il grande ed apprezzabile sforzo della grande distribuzione, se si capita nel centro commerciale della propria provincia è molto complicato fare la spesa con i buoni. Un celiaco deve prima consultare dei faldoni di centinaia di pagine per capire quali prodotti al momento del pagamento saranno rimborsabili tra quelli venduti. Anche qui bisogna spendere l'intero buono in un'unica spesa e se per qualche motivo la cassa non fa passare un prodotto o non lo riconosce come rimborsabile bisogna fermare tutto e sostituirlo con un altro di pari valore per non perdere euro utili del buono. Intanto gli altri clienti in fila giustamente sbuffano per l’intoppo…

CELIACO FUORI REGIONE
Allora come fa un celiaco abruzzese che per esempio non vive in Abruzzo?
Semplice: non fa. Nel caso decidesse di ottenere i buoni non potrebbe spenderli altrove. Perché la norma ha creato questa barriera che di fatto nega l’aiuto a chi per varie ragioni (magari lavorative o di studio) è costretto a vivere lontano?

IL CELIACO ABRUZZESE FUORI CASA
Mangiare a casa dunque come visto non è una cosa semplicissima oggi, ma provare a mangiare fuori per un celiaco abruzzese è cosa ancora più complicata.
Sono ancora molto pochi i ristoranti che cucinano senza glutine. Da questo punto di vista manca ancora una cultura ed una sensibilità tale da poter spingere gli imprenditori commerciali ad investire in questo settore. Ma se per caso volessero farlo non solo non trovano alcun incentivo ma la loro vita si complica notevolmente.
La procedura per poter arrivare ad avere un ristorante certificato è difficile soprattutto per quello che riguarda la contaminazione. Bisognerebbe infatti avere una zona a parte della cucina dove si preparano solo cibi senza glutine e non vi sia alcuna possibilità di contatto con il resto degli alimenti potenzialmente “contaminati”.
Oltre a questo si sente molto la mancanza di una adeguata formazione professionale non solo da parte di chi prepara i piatti ma anche di chi li serve…
Per esempio il 99% degli autogrill dell’Abruzzo non ha a disposizione alimenti senza glutine (nemmeno merendine, biscotti, crackers confezionati certificati).
Una lista ufficiale di ristoranti ed hotel affiliate all’AIC (associazione italiana celiachia) è consultabile sul sito e come detto in Abruzzo sono ancora molto pochi. L’Abruzzo è ancora all’anno zero. E la politica finora non è sembrata molto attenta e sensibile al problema.

a.b.