NIENTE DANNO ERARIALE

Abruzzo. D’Amico, dopo l’incarico di portavoce anche la vittoria alla Corte dei Conti

La vicenda risale al 2010 quando l’ex assessore era sindaco di Morino

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Abruzzo. D’Amico, dopo l’incarico di portavoce anche la vittoria alla Corte dei Conti

Giovanni D'Amico




L’AQUILA. Un’altra buona notizia nel giro di pochi giorni per l’ex assessore regionale del Pd, Giovanni D’Amico.
Se qualche giorno fa ha potuto festeggiare per la fresca nomina di portavoce del presidente del Consiglio regionale, Giovanni Di Pangrazio (45 mila euro lordi all’anno), adesso può festeggiare la vittoria davanti alla Corte d’appello della Corte dei Conti.
La procura aveva chiesto per lui, nella sua qualità di ex sindaco di Morino, il pagamento di 20 mila euro in solido con Roberto D’Amico (il vice sindaco).
E se in primo grado i D’Amico avevano perso, il secondo grado ha ribaltato il giudizio.
Tutto è cominciato nel 2010 a seguito di contenzioso amministrativo instaurato da tale Pasquale Avella che contestò una delibera del Consiglio Comunale (n.30 del 30 aprile 2010) di revoca dell’aggiudicazione della vendita di un immobile di proprietà comunale, già adibito a scuola.
Il provvedimento venne portato davanti al Tar e il tribunale amministrativo lo giudicò illegittimo. La decisione venne confermata anche dal Consiglio di Stato. Dunque dopo questa doppia sconfitta la Procura regionale nel 2012 chiese che ad accollarsi le spese della soccombenza fossero i due D’Amico : in totale si parla di 20.015 euro derivanti dalla liquidazione delle spese legali patite dal Comune di Morino. 

In primo grado la Corte d’Appello ha detto sì al pagamento delle spese, ma in appello i due D’Amico l’hanno spuntata.
«La responsabilità sulla soccombenza in giudizio di una pubblica amministrazione – quando non vi siano palesi e macroscopiche ragioni di non resistere in giudizio e, dunque, quando la lite non appaia temeraria», sottolineano i giudici d’Appello, «rientra nel così detto ‘rischio’ che la Pubblica amministrazione stessa si assume ogni qual volta decida di resistere in giudizio, rischio che non può che ricadere, principalmente, sulla Pubblica amministrazione medesima che agisce, discrezionalmente. Sarebbe oltremodo inibito o fortemente limitato per una amministrazione pubblica il proprio potere discrezionale (la potestà) di intervenire in giudizio per difendere un pubblico interesse, qualora essa dovesse temere l’esito negativo del suo risultato e il conseguente pagamento delle spese legali».
Ma i giudici sottolineano anche che il comportamento dei due D’Amico non può essere comunque censurato: «a quanto risulta in atti, la motivazione a monte della cessione in vendita del cespite immobiliare Scuola-Breccioso fu la necessità della realizzazione della Strada Breccioso, che in realtà non si realizzò mai né probabilmente, di fatto, si sarebbe potuta realizzare».

Dunque nel comportamento dei D’Amico «non si rinvengono elementi di grave colpevolezza, tali da giustificare l’addossamento di un preteso danno erariale da scriteriatezza e irragionevolezza, nel prevedere le conseguenze negative, rinvenienti dalla revoca dell’aggiudicazione della vendita de qua». E poi ancora: «non emerge dagli atti di causa alcun comportamento gravemente negligente nella cura dell’interesse pubblico coinvolto». In pratica, chiudono i giudici, i due «hanno realizzato un atto di auto-tutela, sorretto da adeguata motivazione e da criteri che hanno tenuto in debito conto le preminenti ragioni di salvaguardia del pubblico interesse».
Alessandra Lotti