«Celle come tombe», Davide Rosci racconta l’inferno delle carceri italiane

«355 giorni tra freddo e sangue su muri»

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«Celle come tombe», Davide Rosci racconta l’inferno delle carceri italiane

Davide Rosci




TERAMO. «Vivevamo in una tomba. Questo è il sistema carcerario italiano. Bisogna raccontare tutto perché il silenzio è il loro miglior alleato».
Lo racconta Davide Rosci, giovane di sinistra condannato per devastazione a 6 anni per gli scontri di Roma dell'ottobre 2011. A Rosci, ai domiciliari a Teramo dal febbraio 2014, è stato tolto il divieto di comunicare con l'esterno e su Facebook scrive le sue esperienze carcerarie.
«Io sono stato messo in isolamento al famigerato Mammagialla di Viterbo dove la cella era di 6 mq scarsi sotto uno scantinato buio stile film Saw (per intenderci la finestra era all'altezza della strada) - ha postato Rosci - l'ambiente era sudicio al massimo, lo sporco ovunque, il materasso in spugna puzzava di piscio ed era tutto rotto, il cuscino sempre in spugna mi è stato dato a metà perché bruciato, la porta del bagno non c'era, l'acqua non era potabile e in 5 giorni non me l'hanno detto, i termosifoni non funzionavano e dalle finestre entravano gli spifferi d'aria gelata. Si stava ad una temperatura di 2 gradi. La notte ho dormito all'addiaccio con indosso tutti i vestiti che mi avevano lasciato, compreso il giubbotto, perché le mie cose erano in un altro stanzino. Ho sofferto il freddo come non mai».

Rosci è in attesa della sentenza di Cassazione, e nelle carceri italiane è stato 355 giorni, come puntualizza lui stesso.
«Il cibo - prosegue nel racconto - che mi veniva passato era scondito e la carne puzzava di morto. Per un mese ci hanno fornito due rotoli di carta igienica della peggiore qualità. L'acqua c'era solo in determinate ore della giornata e come detto non era potabile perché contenente l'arsenico. Il passeggio ci veniva negato e comunque era da soli in un tugurio/corridoio di 10 mq. Le docce non avevano la luce e ci era consentito farla per poco tempo, tutto era allagato e pieno di muffa. Ricordo sui muri il sangue ovunque e le frasi di misericordia, rabbia e preghiere dei poveri cristi che come me avevano avuto la sventura di entrare lì sotto. Nella cella vicino alla mia c'erano due ragazzi che stavano scontando il 14 bis e per loro il mio cuore ancora piange. Praticamente - conclude la sua testimonianza su Fb - dovevano passare 6 mesi li sotto nelle condizioni che vi ho descritto e per di più senza tv e possibilità di uscire e avere colloqui regolari con i propri cari».