MORTE E INGIUSTIZIA

Figlio morto in bici, dopo 15 anni la famiglia chiede ancora giustizia

C’è una sentenza passata in giudicato ma nessun risarcimento per i parenti

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Figlio morto in bici, dopo 15 anni la famiglia chiede ancora giustizia

Una foto dell'incidente


PESCARA. Privato della vita del proprio figlio, condannato all’ergastolo del dolore.
Paolo D’Onofrio dopo 15 anni, 2 processi, 3 gradi di giustizia continua la sua battaglia che non gli risparmia colpi bassi come se il dolore lacerante per la perdita del suo Marco, all’epoca quindicenne, non fosse sufficiente.
Il ragazzo nel 2000 morì investito da un autocarro mentre pedalava in bici 100 metri dopo lo svincolo dell'Iper, sulla provinciale Lungofino. Il conducente del mezzo pesante venne assolto dall’accusa di omicidio colposo
Secondo il consulente che fu nominato dal giudice in sede di indagini preliminari, la Lungofino (oggetto nel 1995 di un accordo di programma tra Provincia di Pescara e Comune di Città Sant’Angelo) avrebbe presentato due insidie: il mancato completamento dei lavori previsti in quel tratto, e cioè della corsia di accelerazione, e il dislivello (0,15 centimetri) tra la carreggiata e la banchina stessa. 

Per questo le condizioni della strada Lungofino avrebbero indotto il minorenne ad occupare la banchina laterale, con dislivello. Il ragazzo avrebbe urtato con la ruota finendo contro il camion che lo ha investito.
I giudici (la sentenza è passata in giudicato) hanno riconosciuto l’insidia stradale per fatto colposo. Per questo, l’ingegnere Giuseppe Melilla, in qualità di responsabile per la Provincia di Pescara del tratto della provinciale “Lungofino” è stato condannato ad 8 mesi di reclusione e la Provincia è stata condannata al risarcimento del danno causato ai genitori di Marco D'Onofrio.
Inoltre nel 2013 la Cassazione ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali ma ad oggi queste spese non sono state ancora liquidate, racconta la famiglia della vittima.

Ieri nel corso dell’udienza civile di costituzione, dinanzi al giudice Federica Colantonio, papà D’Onofrio ha assistito ancora una volta a quella che definisce «sconfitta della ‘Giustizia’, la quale presta il fianco ai privati interessi economici costituiti, le assicurazioni».
«Nelle memorie difensive (esclusa quella di Bruno Catena, non costituitosi)», sottolinea l’uomo, «spicca il rimpallo di responsabilità tra la Provincia, il Comune di Città Sant’Angelo e Giuseppe Melilla, nonostante la “garanzia civile” sia esercitata dallo stesso soggetto Assitalia/Generali. Ancor più sconcertante è la presenza di un “refuso” illuminante, nel ricorso della Provincia, laddove si legge testualmente “...e, con riferimento alla fattispecie che ci occupa, non può dubitarsi dell’essere stato istantaneo il decesso del Di Biase Amedeo, in esecuzione del disegno suicida...”».
Raggelante copia e incolla.
«Dello stesso tenore, è la contestazione in toto, delle spese legali sostenute dalla famiglia D’Onofrio e persino delle spese funerarie», continua l’uomo. «E’ una cosa orribile. Di uguale ‘spessore’ è la difesa del comune di Città Sant’Angelo. Nonostante abbia resistito (temerariamente) per ben 13 anni nei 3 gradi di giudizio e sia stato condannato a pagare la multa alla cassa delle ammende ancor oggi, osa mettere in discussione la verità processuale emersa e passata in giudicato definitivamente».