INQUINAMENTO E STRASCICHI

Sentenza Scurcola, le preoccupazioni del sindaco: «rischiamo il dissesto»

Attesa per la decisione dei giudici sulla sospensione dell’esecutività

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Sentenza Scurcola, le preoccupazioni del sindaco: «rischiamo il dissesto»

Il sindaco e l'assessore all'ambiente Di Cristofano

SCURCOLA MARSICANA. La somma è di quelle che fanno paura: 1.165.836,88 euro.
E’ questa la cifra che il Comune di Scurcola Marsicana è stato chiamato a rifondere alle società chiamate in causa dall’amministrazione comunale nell’ambito di un procedimento civile andato avanti per 13 anni e che riguarda l’inquinamento di alcuni terreni.
Alla fine, con l’arrivo della sentenza, non solo Scurcola non vedrà alcun risarcimento per l’inquinamento che non è stato messo in dubbio ma potrebbe essere il Comune a pagare circa 50 mila euro a ciascuna azienda tirata in ballo per spese legali e oneri accessori. La cifra è poi lievitata tra interessi e spese varie ad oltre 1 milione di euro.
Il Comune ha appellato la sentenza ma soprattutto ha chiesto la sospensione dell’esecutività del giudizio di primo grado. La decisione dovrebbe arrivare il 25 febbraio e il sindaco Vincenzo Nuccetelli, avvocato, non nasconde i suoi timori.
Quella cifra, spiega a PrimaDaNoi.it,  è «un peso economico non sostenibile per il Comune di Scurcola Marsicana, che, in difetto di sospensione dell'efficacia esecutiva, e in seguito di riforma, della sentenza di primo grado, sarebbe costretto a ricorrere a procedure straordinarie».

Di chi sono i terreni per i quali il Comune aveva chiesto il risarcimento? Nella sentenza si dice che non è stato dimostrato che fossero del Comune, è vero?
«Il punto non è questo. Il Tribunale muove da una concezione del danno patrimoniale estremamente riduttiva e che non sembra tenere conto di quanto la giurisprudenza ha avuto modo di affermare proprio nella materia ambientale: il danno ambientale o c’è o non c’è, non è in questione la proprietà dei terreni. La condotta dei convenuti, peraltro, configurava pienamente un'ipotesi di responsabilità per danno ambientale così come disciplinata dall'allora articolo 18, legge 349/86, sussistendo tutti gli elementi della fattispecie, come ampiamente dimostrato dagli atti processuali».

Nella sentenza il giudice sostiene che la zona ‘potenzialmente contaminata’ non fosse adibita a pascolo o a coltivazione. E’ vero? Cosa c’è precisamente oggi cosa c’è su quei terreni?
«Molti terreni sono coltivati, altri adibiti a pascolo o a foraggiere. Solo una zona è rimasta incolta ed è quella occupata dalla piazzola, dalla cabina elettrica e dalle vasche. Il problema non è la qualità del soprassuolo oggi che, paradossalmente, dopo vent’anni, potrebbe non presentare problemi di sorta. Il problema è se ci sia stato o meno, allora e in vigenza delle norme citate, inquinamento ambientale».

  In sostanza il giudice sostiene che non ci sia la prova dell’inquinamento ma, vista anche la mole di perizie prodotte, sembra quantomeno una ipotesi azzardata?
«Il Giudice oltre a non aver tenuto conto delle prove documentali prodotte, ha applicato una norma abrogata. La causa avrebbe dovuto essere decisa anche sulla scorta dell'articolo 18, L. 349/1986, nonché alla stregua delle norme già contenute nel codice civile agli articoli 2043 e 2050, in vigore al momento dei fatti per cui è causa e al momento della introduzione del giudizio, e secondo l'interpretazione che di tale normativa era stata data dalla giurisprudenza. Il citato articolo 18, legge 8 luglio 1986, n. 349, nel testo in vigore all'epoca dei fatti per cui è causa, prevedeva che: "Qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge che comprometta l'ambiente, ad esso arrecando danno, alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in parte, obbliga l'autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato." E, al comma sesto, in punto di quantificazione del danno: "Il giudice, ove non sia possibile una precisa quantificazione del danno, ne determina l'ammontare in via equitativa, tenendo comunque conto della gravità della colpa individuale, del costo necessario per il ripristino, e del profitto conseguito dal trasgressore in conseguenza del suo comportamento lesivo dei beni ambientali”. Aggiungo, per completezza, che il Comune di Scurcola Marsicana nel 2001 intraprese la causa civile dopo l’intervenuta prescrizione per la stragrande maggioranza dei soggetti coinvolti ed il patteggiamento del legale rappresentante della Biolite».

  Si aspettava un pronunciamento di questo tipo?
«Francamente no ed ero fiducioso che la vicenda si chiudesse positivamente per la comunità che amministro con fatica ormai da nove anni».

Il processo è stato lungo e tortuoso…
«L’andamento del giudizio civile deponeva in favore di una pronuncia favorevole, basti pensare che uno dei cinque giudici che negli anni hanno trattato la causa, la dottoressa Vicini, in una propria ordinanza, aveva preso posizione circa l’incontestabilità del presupposto, cioè l’inuquinamento; in altri termini aveva sottolineato come il fatto ossia l’inquinamento fosse avvenuto. E ciò era quanto emergeva dall’incidente probatorio (che è prova) espletato nel giudizio penale e prodotto nel giudizio civile e da altre fonti di prova che il Tribunale di Avezzano sembra non aver tenuto nella minima considerazione. L’incidente probatorio aveva accertato gravissime e continue violazioni delle prescrizioni della delibera regionale autorizzativa, nonché delle disposizioni di legge regolanti la materia allora vigenti; presso l'impianto erano stati accettati fanghi dei quali solo una percentuale pari all'1,9% circa del totale era stato acquisito in conformità all'autorizzazione regionale posseduta.

Insomma l’inquinamento non doveva essere messo in dubbio?
«Dai documenti in atti e dall'istruttoria svolta in corso di giudizio emerge incontrovertibilmente come nell'impianto gestito dalla Biolite S.r.l. siano affluiti fanghi di depurazione non previsti dall'autorizzazione regionale posseduta dalla società. Tale circostanza, anche isolatamente considerata, imponeva di ritenere comunque necessario un intervento di bonifica, consistente in gran parte nell'asportazione e nello smaltimento, secondo i criteri fissati dalla normativa in materia, del materiale ivi accumulato, intervento che comunque avrà un costo elevato».

Cosa accadrà tecnicamente in Comune se il 25 la Corte non concederà la sospensione dell’efficacia della sentenza di condanna?
«La sentenza sarà messa in esecuzione e dovremo inserire tale posta debitoria nel bilancio di previsione e pluriennale; ciò comporterà per l'ente comunale il necessario ricorso a misure finanziarie straordinarie di ripiano del debito, quali predissesto o dissesto, non consentendo le potenzialità finanziarie del bilancio del Comune, un ricorso a strumenti ordinari di copertura del debito».

Ha seguito il caso Bussi? Vede qualche analogia tra queste due maxi inchieste finite poi con un nulla di fatto?
«Per quanto mi consta e per l’idea mi sono fatto qualche analogia è rinvenibile ma, francamente, poco rileva. A me interessa, invece, vivere in un paese dove ci siano regole certe, la giustizia funzioni celermente e dia risposte in tempi rapidi, perché così non si può andare avanti. Non vorrei che anche nel caso Bussi, dopo quindici anni di causa civile (perché questa è la strada che mi sembra di aver capito si intraprenderà) arrivi un Giudice a dire che non c’è stato inquinamento ambientale, con buona pace di tutti e la condanna alle spese legali di chi, legittimamente, ha promosso una causa civile per ottenere un risarcimento».

Alessandra Lotti