LA SENTENZA

L’intervista di PrimaDaNoi.it al manager D’Amario non diffamò l’addetto stampa

Si conclude dopo anni il procedimento civile mentre uno penale è ancora al dibattimento

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L’intervista di PrimaDaNoi.it al manager D’Amario non diffamò l’addetto stampa

Claudio D'Amario



PESCARA.  Nessuna diffamazione da parte del manager dell’Asl di Pescara Claudio D’Amario nei confronti del capo ufficio stampa dell’azienda sanitaria,  Muny Cytron, che si era rivolto al tribunale civile di Pescara chiedendo un risarcimento danni da 70 mila euro.
E’ quanto deciso nei giorni scorsi dal giudice del tribunale civile di Pescara, Stefania Ursoleo.
Cytron ha trascinato il suo superiore in un’aula di tribunale per una intervista che il manager rilasciò a PrimaDaNoi.it. Era l’ottobre del 2011.
Per lo stesso articolo pende attualmente anche un giudizio penale dove il pm, dopo sommarie indagini,  ha disposto il rinvio a giudizio anche per la giornalista autrice dell’intervista pubblicata e in un primo momento in parte non “riconosciuta” dall’intervistato. Il dibattimento è in corso e si attende ancora la sentenza di primo grado.
La storia ha inizio come detto nel 2011 quando nell’ambito degli approfondimenti e di nostre inchieste giornalistiche sulla trasparenza degli enti pubblici analizzammo nei minimi particolari le pecche e le grossolane inefficienze del sito internet della Asl di Pescara.
La nostra analisi evidenziò in maniera precisa e certa come la Asl non fosse in linea con l’applicazione delle norme di allora per la pubblicazione degli atti, una mancanza non secondaria in presenza di una legge nazionale che non lasciava spazio a deroghe o interpretazione.

PrimaDaNoi.it chiese poi conto al manager D’Amario dell’inefficienza del sito dell’Asl ed in questa occasione il manager imputò le  responsabilità a chi gestiva il sito, appunto l’addetto stampa Muni Cytron, tra l’altro mai citato per estrema “delicatezza” visto che l’oggetto della nostra indagine era l’inefficienza della pubblica amministrazione e non mettere alla gogna l’ipotetico responsabile.
Il manager D’Amario nell’intervista però fu categorico e ammise che il servizio era «inefficiente e lacunoso».

«Questa figura sta lì da 4 anni», commentò stizzito il direttore generale, chiamato a rispondere della mancata trasparenza in quanto vertice dell’Asl, «ma a causa della sua incompetenza non svolge bene il suo lavoro ed io ne pago le conseguenze mediatiche. Non lo vedo mai, non interagisce con la direzione strategica. Io gli ho proposto dei programmatori da coordinare  ma... lui dice che l’inefficienza è dovuta al fatto che non disponiamo di un software che permetta contemporaneamente di stendere una delibera o un documento e di mandarlo sotto forma scannerizzata o pdf direttamente al  link del sito».

Per il giudice Ursoleo quelle dichiarazioni non possono ritenersi diffamatorie, perché quanto scritto da PrimaDaNoi.it era vero (la mancanza dei documenti on line) e dunque le dichiarazioni di D’Amario devono essere considerate «mero esercizio del diritto di critica, atteso che l’intervistato, chiamato a fornire chiarimento nella sua veste di rappresentante istituzionale dell’Ente ha evidenziato criticità realmente esistenti ed obiettivamente accertate in istruttoria».
Sempre secondo il giudice, inoltre, frasi dal forte impatto mediatico pure pronunciate da D’Amario come «improvvisato webmaster» o «a causa della sua incompetenza  non svolge bene il suo lavoro», rientrano comunque «nel diritto del superiore gerarchico di criticare l’operato del dipendente aziendale, in virtù della rilevanza pubblica del servizio, delle lamentele della stampa e degli utenti».

Nel corso di un interrogatorio formale a dicembre 2012, inoltre, lo stesso Cytron ammise le sue difficoltà tecniche, come sottolinea il giudice: «egli stesso, d’altra parte, ha riconosciuto di non avere le competenze informatiche necessarie per gestire in maniera efficiente il sito».
La Asl ha portato come testi le lamentele di alcuni utenti che non trovavano sul sito informazioni chiave e un medico chirurgo Massimo Basti, che ha confermato l’assenza del suo reparto dal portale aziendale e i relativi disservizi per i pazienti che devono mettersi in contatto con la struttura.
Il querelante inoltre non ha provato il danno conseguente da questa presunta diffamazione. Da qui la domanda rigettata e le spese 3.800 imputate al responsabile dell’ufficio stampa.