NON FILO' VIA

Bidone Phileas: l’Olanda rivuole indietro i soldi, l'Italia li raddoppia

Due decisioni opposte impossibili da conciliare: chi ha fatto la cosa giusta?

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

5648

Bidone Phileas: l’Olanda rivuole indietro i soldi, l'Italia li raddoppia




ABRUZZO. Lo Stato olandese concesse 5,5 mln di euro per finanziare il progetto del bus futuristico olandese, Phileas. Qualche mese fa settimane fa però l’impresa che lo avrebbe dovuto produrre è fallita così come la concreta possibilità di vedere circolare il megabus che doveva guidarsi da solo.
L'Ufficio nazionale imprenditoriale per l'Olanda adesso pretende la restituzione del proprio credito al liquidatore della società che ha sviluppato il Phileas, sistema di trasporto pubblico avanzato in Helmond. Il governo centrale rivendica il diritto di una parte del patrimonio residuo dopo il fallimento.
Il maggior azionista VDL ha staccato la spina, da fine novembre 2014, alla società APTS, non avendo intravisto prospettive favorevoli per raggiungere l'obiettivo finale: un sistema elettronico di assistenza automatica alla guida, in dotazione al veicolo Phileas, perfettamente funzionante nell'esercizio prolungato su strada, in grado di simulare un sistema di guida vincolata immateriale, in assenza di rotaia.
Lo Stato dunque vuole indietro 5,5 milioni come credito d'innovazione previsto per lo sviluppo di un veicolo per il trasporto pubblico di qualità, con i benefici di un tram e i costi di esercizio di un autobus.

Quasi una non notizia vista l’ovvietà di non spendere soldi pubblici inutilmente.
Non così in Italia dove invece si va avanti a tutti i costi come si è andato avanti a tutti i costi per oltre dieci anni di polemiche dove sono state messe sul piatto incongruenze mai spiegate, pesanti irregolarità sancite da periti della procura e da una inchiesta penale archiviata per mancanza di reati, una procedura Via espletata a cose fatte. Ora ciliegina sulla torta, il fulcro del progetto, la cosa più importante, cioè il bus «moderno» e «avveniristico» non c’è più per fallimento della ditta ma questo non spaventa la Gtm che sta cercando un sostituto del Filò.
Difficile spiegare i due comportamenti opposti degli Stati: quello olandese, ha chiesto tempestivamente un risarcimento milionario alla ditta nazionale, fallita il 25 novembre 2014, mentre il Cipe nostrano (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha sbloccato - a due mesi di distanza dal citato fallimento ufficiale del Phileas – 24,9 milioni di euro per il secondo lotto dell’opera.

Ora bisognerà attendere per capire chi e come riuscirà a produrre un surrogato del Filò, in tutto e per tutto simile, anzi equivalente.
E tra chi si è sempre battuto per fare chiarezza su questa storia c’è chi sconsolato e avvilito si domanda cosa dovrebbe capitare ancora per stimolare l'azione e il tardivo intervento delle istituzioni per sciogliere il groviglio inestricabile di misteri e malcelati vantaggi del progetto nato oltre 20 anni fa.
E il caso Filò fa scuola finendo sulla rivista per giuristi “Giurisprudenza amministrativa” dove viene spiegata e commentata la sentenza del Tar innescata dai ricorsi degli ambientalisti e del Wwf proprio sulla mancata assoggettabilità dell’opera alla Valutazione di impatto ambientale.

Sferzante il commento dell’avvocato Oreste Mario Caputo che sulla rivista fa rivelare l’incongruenza scritta dai giudici del Tar di avallare la procedura Via a cantiere iniziato, quando tale procedura serve per valutare gli impatti prima che le opere vengano realizzate per una corretta valutazione generale «sembra che lo screening di VIA sia una sorta di foglia di fico», scrive, «per fare contenti tutti. Per dissimulare una scelta di natura politico-amministrativa sul completamento di un'opera pubblica rimasta a mezz'aria per oltre un ventennio che non si ha la forza o la volontà di affermare apertamente, assumendosene la responsabilità. E che, inevitabilmente, altrettanto confusamente, si riflette sul piano processuale».