LE MOTIVAZIONI

Sentenza Bussi, «gli imputati non sapevano di avvelenare e non avevano interessi personali» /2

«Avvelenare le acque, mentire e taroccare le analisi non può essere solo frutto di politica di impresa»

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CAMILLO ROMANDINI

Camillo Romandini




CHIETI. I 20 imputati del processo Bussi non erano a conoscenza della esistenza della discarica Tre Monti sequestrata nel 2007 e costituita in sei mesi nel 1972.
Di quella megadiscarica si era persa memoria e pure i dipendenti della Montedison che si sono succeduti non ne avevano contezza. Sulla consapevolezza di avvelenare, invece, non ci sono sufficienti prove, non bastando quelle che dimostrano la conoscenza dell’inquinamento. Interessi degli imputati a condotte illecite? Nessuno.
Sono articolate e già stanno provocando pesanti reazioni le motivazioni alla sentenza di totale assoluzione (e prescrizione per il reato di disastro colposo) per i 20 imputati quasi tutti dipendenti della ex Montedison.
Nelle motivazioni scritte dal giudice Camillo Romandini e dal giudice a latere Paolo Di Geronimo molte pagine sono dedicate alla spiegazione delle ragioni per cui gli imputati non possono esser accusati di aver creato un disastro ambientale. Non possono perché non sapevano e dunque va esclusa la volontarietà mentre è stata ammessa la colpa ma quella per effetto del tempo non risulta più punibile per prescrizione.
La Corte parte dal presupposto che per parlare di avvelenamento l’unica condotta effettivamente collegata causalmente è la formazione della discarica Tre Monti datata 1972 (apertura e chiusura).
Tra gli imputati l’unico che svolgeva un ruolo apicale effettivo all’epoca è Nicola Sabatini, vicedirettore dello stabilimento Montedison, mente gli altri sono intervenuti molto tempo dopo e con ruoli diversi. Questo aspetto ha influito molto sul giudizio finale di assoluzione.

L’INQUINAMENTO C’E’
Le fonti testimoniali – si legge nella sentenza - consentivano di acquisire elementi di conoscenza che, confrontati con quanto emerso in occasione dell‘analisi chimica svolta sui siti inquinanti, fornivano una quadro probatorio «pienamente collimante, consentendo così di poter affermare, in termini di assoluta certezza, che l‘attività di sversamento di residui della produzione era iniziata decenni addietro e, soprattutto, si era svolta in carenza di adeguate misure di prevenzione dell‘inquinamento».
Inizialmente, i residui di produzione venivano scaricati direttamente nel fiume Tirino, solo a cavallo tra il 1971 e 1972 le peci clorurate venero collocate in cassoni di forma quadrata di cemento o ferro, per poi essere interrate nel sito ove è stata successivamente scoperta la discarica abusiva di Tre Monti.
«Conferma di ciò», si legge, « è stata offerta dal teste Campanelli, il quale, pur non lavorando all‘interno dello stabilimento industriale, era solito – negli anni 1969/70 – frequentare la Stazione di Bussi Officine (posta nelle immediate vicinanze della discarica), sicchè aveva modo di osservare, in non meno di 4/5 occasioni, mezzi di proprietà della Montecatini intenti a trasportare sul sito in oggetto dei blocchi di cemento che successivamente venivano calati in buche in precedenza realizzate per poi essere immediatamente coperte con terreno. Il teste ha precisato che ―le modalità e la cautela con cui prendevano questi blocchi di cemento…. facevano pensare che i blocchi fossero contenitori in tal modo descrivendo dei contenitori del tutto simili a quelli in cui, a detta del teste Moscarella, le peci clorurate venivano stoccate».

INTERRAMENTO DEI RIFIUTI:«ESTREMA CAUTELA AMBIENTALE DI MONTEDISON»
I giudici ricordano inoltre che all‘epoca dei fatti «l‘interramento dei rifiuti costituiva una prassi ampiamente praticata, in assenza di normative in materia di smaltimento dei rifiuti. Del resto, se si considera che, prima dell‘interramento in zona Tre Monti, i residui della produzione dei clorometani venivano direttamente sversati nel fiume, è agevole ritenere come l‘aver optato per l‘interramento, peraltro per un periodo temporale estremamente ridotto, all‘epoca sarà apparso come un atteggiamento di estrema cautela ambientale e, comunque, certamente non meritevole di una specifica attenzione negli anni a seguire, dopo che il problema delle peci clorurate era stato risolto in maniera completamente diversa (progressivamente con lo stoccaggio nel sito di Bussi, poi con l‘invio presso lo stabilimento di Porto Marghera ed infine con l‘incenerimento mediante un nuovo impianto appositamente realizzato in Bussi)».
«Quanto detto», scrivono i giudici, «dimostra come la discarica Tre Monti – che così grande rilievo ha assunto nel presente procedimento essendo la causa della contaminazione della falda – all‘epoca della sua realizzazione deve aver rappresentato un fatto di ordinaria amministrazione per il gruppo Montedison, come desumibile dal fatto che l‘interramento si è svolto in un lasso temporale di pochi mesi, terminato il quale non vi è stata più ragione alcuna per conservare memoria e, soprattutto, tramandare il dato di conoscenza ai vertici societari, ai direttori di stabilimento ed alle altre figure di vertice dell‘organigramma aziendale che si sono succeduti nell‘arco temporale di oltre 40 anni che vanno dal 1972 all‘attualità».

NON C’E’ DOLO, NON C’E’ CONSAPEVOLEZZA
L’accusa ha portato nel processo una serie di documenti interni tra cui anche email, rapporti ambientali, consulenze e appunti dai quali si è fatto discendere una volontà degli imputati di celare la gravità dell’inquinamento e dunque la consapevolezza del danno che si stava arrecando all’ambiente.
Vi sono vari documenti al riguardo che facevano pensare ad una “politica aziendale” precisa ma tali documenti –ricordano i giudici- «riguardano solo il sito industriale e non la discarica Ter Monti che invece è stata letteralmente dimenticata da tutti pure da Montedison che non ha svolto in loco altri rilievi ed analisi».
Molti di questi documenti vengono letti in senso opposto dai giudici che li interpretano “senza malizia” dando loro un significato oggettivo anche perché quando gli imputati parlano di non allarmare non vi sarebbero dati che certifichino l’allarme.
Purtuttavia la Corte a pagina 142 scrive: «Orbene, dall‘esame dei risultati delle indagini idrogeologiche e delle analisi sui campioni di suolo e di acqua prelevate in occasione degli studi sopra richiamati, risulta evidente come, già a partire dal 1991, vi fosse la piena consapevolezza dell‘elevato stato di inquinamento dei suoli e delle acque all‘interno dello stabilimento; a fronte di tale dato, si assume che gli studi successivi alla prima relazione PRAOIL ed all‘audit del 1992 tendono sostanzialmente a minimizzare i risultati, fino al punto di fornire un quadro della realtà alterato».
I giudici distinguono sempre l’inquinamento da avvelenamento e altrettanto fanno per il caso della discarica Tre Monti ed il sito inquinato della fabbrica.

SMONTATA E IRRILEVANTE LA TESI DELLE ANALISI FALSE
I giudici sembra non abbiano tenuto conto delle ipotesi secondo le quali la Montedison divulgasse solo analisi tranquillizzanti e dunque false. I giudici per certi versi si riferiscono più volte alle analisi “ufficiali” della Montedison e dall’altra sembra giudichino irrilevanti le analisi taroccate perché i livelli di inquinanti rientrerebbero comunque nei parametri di legge («Dal confronto di tali documenti emerge pacificamente come i valori maggiormente allarmanti siano stati tutti correnti e ricondotti al di sotto dei parametri normativi»).
Per quanto riguarda gli appunti che farebbero pensare ad indicazioni di attenuare i risultati degli inquinanti e di non spaventare la cittadinanza i giudici specificano che intanto i manoscritti sono stati disconosciuti dagli imputati e che in sostanza riportano indicazioni veritiere perché non vi erano allarmi nè prove di avvelenamento tali da poter far credere ad una volontà di occultamento.
«Se le annotazione e gli appunti sopra indicati costituiscono una palese manifestazione dell‘intenzionalità dei vertici dell‘Ausimont e dei soggetti incaricati di seguire le attività di analisi degli inquinanti presenti nell‘area dello stabilimento industriale di alterarne il risultato, una ulteriore indiretta conferma la si può desumere dalle mail intercorse con il Pizzardi.
La sicura volontarietà di sottodimensionare il grado di inquinamento è desumibile dalla corrispondenza intercorsa tra il Quaglia, il Morelli (entrambi dipendenti AUSIMONT) ed il Piazzardi (che operava per la HPC – ENSR)».

CONSAPEVOLEZZA?
I giudici si sforzano poi di spiegare come l’errore concettuale della accusa sia consistito nel cercare la prova della volontarietà e consapevolezza degli imputati e da qui far discendere automaticamente il dolo. Ma i giudici dicono che non è così perché una cosa è la consapevolezza dell’inquinamento ed un altro quello dell’avvelenamento.
«Proprio in considerazione del fatto che contaminazione ed avvelenamento costituiscono fenomeni da inserirsi in un livello crescente di gravità della condotta», si legge in sentenza, «si può affermare, a livello di principio generale, che è pienamente ipotizzabile l‘esistenza di una condotta dolosa, volta a determinare od anche semplicemente a non rimuovere, la contaminazione, senza che per ciò solo si possa ritenere sussistente anche il dolo di avvelenamento. L‘elemento volontaristico delle due condotte è chiaramente diverso e presuppone un atteggiamento interiore che si traduce in azioni esteriori sicuramente riconoscibili come diversamente orientante all‘uno piuttosto che all‘altro degli eventi considerati».
La Corte dunque esclude che vi sia stato dolo diretto inteso quindi come coscienza e volontà dell‘evento di pericolo proprio del reato di avvelenamento.

«NESSUNA RAGIONE PER OCCULTARE INQUINAMENTO»
A tale conclusione si giunge agevolmente osservando come «non vi era alcuna ragione sotto il profilo dell‘interesse personale dei singoli imputati, ma anche nell‘ottica di una sorta di interesse superiore ed unificante estrinsecantesi in direttive date in attuazione della politica di impresa volta a minimizzare i costi per la tutela ambientale, che potesse in alcun modo giustificare la scelta – volontaria e consapevole – di avvelenare le acque di falda emunte al campo pozzi. A ben vedere una simile scelta sarebbe stata non solo del tutto incompatibile con l‘ordinario agire umano, ma anche controproducente sotto il profilo strettamente imprenditoriale».
In mancanza di prove contrarie i giudici ritengono che «l’operatore economico» non avrebbe mai l’interesse di mettere in pratica azioni che poi si possano ritorcere contro come l’avvelenamento di acque e fiumi e che potrebbero far insorgere malattie chiaramente riconducibili proprio all’attività imprenditoriale. Né si può sostenere –argomenta la Corte- che intanto si è inquinato perché poi gli effetti si sarebbero manifestati in seguito molto in là nel tempo…
La Corte esclude anche che gli imputati abbiano agito sulla scorta di una «consapevolezza di impunità derivante da presunte –quanto in alcun modo dimostrate- connivenze con soggetti pubblici preposti al controllo della salubrità delle acque».
In assenza di prove contrarie dunque i giudici non possono che ritenere certe le analisi ed i monitoraggi della acque svolte dalla Asl nel 1992 che raccontavano come l’inquinamento fosse sotto controllo e non allarmante né i giudici possono adagiarsi a sospetti o ipotesi dietrologiche che farebbero pensare ad accordi molto ampi tra impresa ed istituzioni pubbliche.

MANCANZA DI SEGNALAZIONE DEGLI ORGANI DI CONTROLLO
La verità che emerge incontrovertibile è che nei decenni non vi furono allarmi per l’inquinamento e l’acqua potabile da parte degli enti pubblici. Altra verità è che al riguardo non vi sono prove che inchiodano gli imputati ad un “patto scellerato” che li leghi in maniera solidale in quanto nella stessa squadra Montedison né vi sono prove di connivenze con organi dello Stato che possano far pensare ad una copertura “pubblica” della attività della industria chimica.
Non ci sono queste prove e dunque devono ritenersi veritiere le analisi ed i controlli effettuati.
«L‘intensità della adesione al presunto scopo imprenditoriale di minimizzare gli investimenti per la sicurezza ambientale», recita la sentenza, «va ben oltre l‘ordinaria previsione ed è francamente arduo ipotizzare che una pluralità di soggetti si siano consapevolmente prestati ad una condotta che – ove effettivamente idonea a dar luogo all‘avvelenamento – sarebbe obiettivamente risultata di una gravità difficilmente ipotizzabile al di fuori di fenomeni criminali di ben altra natura».
«In conclusione», scrivono i giudici, «si può affermare che, dovendosi escludere che nel caso di specie si verta in tema di impresa criminale che persegue quale obiettivo primario la realizzazione di reati, il reato di avvelenamento non poteva certamente costituire un fatto voluto, rispetto al quale i plurimi imputati avrebbero agito con una condotta sorretta dal dolo diretto. Nel momento in cui l‘avvelenamento viene visto come un effetto indiretto ed accessorio dello stato di contaminazione prodotto dall‘attività industriale, l‘unica alternativa logicamente ipotizzabile è quella concernente la sussistenza del dolo eventuale ovvero della colpa cosciente in capo ai soggetti agenti».
La consapevolezza sarebbe esclusa anche dal fatto che i giudici dicono che Montedison avrebbe potuto benissimo sbarazzarsi di quei terreni cedendoli a terzi invece che mantenerli comunque nel proprio patrimonio e non pare condivisibile ai giudici nemmeno l’ipotesi che la mancata cessione sarebbe da ricondurre ad un controllo diretto sui terreni proprio per evitare che emergesse la verità sui veleni interrati. Tutti gli imputati dunque non erano a conoscenza della discarica Tre Monti.

INNOCENTI PERCHE’ NON AVEVANO INTERESSI
I giudici non comprendono poi quali interessi avrebbero spinto gli imputati ad agire di concerto con la ipotetica consapevolezza di avvelenare e provocare un danno immenso sia perché «tale ipotesi sarebbe obiettivamente risultata di una gravità difficilmente ipotizzabile al di fuori di fenomeni criminali di ben altra natura» e sia perché «avrebbe giustificato una condotta talmente spregiudicata e potenzialmente lesiva della collettività».
«A ben vedere, gli imputati non avrebbero conseguito alcun vantaggio diretto e personale quale corrispettivo dell’azione delittuosa loro ascritta, né è sostenibile che un reato della gravità dell‘avvelenamento delle acque sia stato posto in essere, con dolo, per semplice spirito di osservanza ad una presunta quanto indimostrata ―politica di impresa».

ABRUZZO. SENTENZA PROCESSO BUSSI. MONTEDISON ASSOLTA