DELITTO D'OBLIO

Niente diritto all’oblio per l’ex direttore Carichieti Francesco Di Tizio

Rigettato il ricorso per cancellare il passato abruzzese del manager

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Niente diritto all’oblio per l’ex direttore Carichieti Francesco Di Tizio




PESCARA. Niente cancellazione degli articoli -anche se solo per motivi formali- per l’ex direttore della Carichieti, Francesco Di Tizio.
Arriva a definizione in tempi rapidi il ricorso “urgente” per la “tutela della privacy” presentato contro PrimaDaNoi.it per chiedere la cancellazione degli articoli o “i dati sensibili” (cioè nome e cognome) dall’archivio del giornale e rendere dunque monche le informazioni e non più associate a precise vicende storiche.
Di Tizio, per oltre 14 anni a capo della Cassa di risparmio di Chieti, era stato invitato ad abbandonare il timone nel 2011 in seguito ad una serie di vicende. Dopo quasi cinque anni quegli articoli, ritenuti lesivi e ostativi per uno sbocco professionale, dovevano sparire o quanto meno si doveva cancellare il nome del ricorrente e per questo sono stati tirati in giudizio la Finegil Editoriale spa (Il Centro), PrimaDaNoi.it, l’associazione Openpolis, Il Sole24ore e Simply BIz srl.
L’editore del giornale di Confindustria ha deciso di accordarsi extragiudizialmente con Di Tizio cancellando un articolo di poche righe e versando una cifra vicina ai 2mila euro per chiudere la partita senza giocarla.

Nel giudizio -nel quale si chiedeva l’applicazione delle norme sul diritto alla privacy e dunque al preteso “oblio”- si sono costituiti solo PrimaDaNoi.it ed Il Centro.
Il giudice Stefania Ursoleo ha però rigettato il ricorso presentato dall’avvocato Giancarlo Carlone perché la domanda è rimasta «sguarnita di fondamento» e questo perché «l’attore si è limitato a segnalare alcuni articoli che lo riguardavano senza nemmeno prospettare in quale violazione fossero incorse le testate giornalistiche».
Inoltre le prove fornite (la stampa degli articoli) sono state ritenute inidonee secondo quanto stabilito dalla Cassazione che prevede obblighi precisi per la produzione nel processo di elementi informatici affinchè se ne possa ricavare certezza di corrispondenza tra la copia cartacea e quella realmente on line.
E’ stata accolta così l’eccezione sollevata dagli avvocati Massimo Franceschelli e Mirko Luciani, difensori di PrimaDaNoi.it, e questo ha consentito al giudice di chiudere la partita senza dover arrivare alla valutazione nel merito.
Di Tizio è stato condannato a versare per le spese 2.737,50 euro per ciascuna delle due parti costituitesi in giudizio.
 

LE ACCUSE DI DI TIZIO A PRIMADANOI.IT
Ma che cosa sosteneva il ricorso dell’ex manager della Carichieti?
«Sono apparse notizie lesive del suo onore e della sua reputazione», si legge nel ricorso, «e che oggi non hanno motivo di rimanere fruibili dalla collettività».
«Lesione dell’onore», dunque si contesta “diffamazione” ma il ricorso è per la privacy dunque con rito diverso da quello ordinario, più lungo e complicato…  
Nello specifico gli articoli contestati degni di dover sparire –secondo il manager- riguardavano il caso bancario-giudiziario Ramoser-Merker emblematico per l’incredibile errore di valutazione che la banca -allora capeggiata da Di Tizio- fece finanziando per molti miliardi di lire la Merker che poi sarebbe fallita.  La nostra inchiesta era datata 2008 e basata su documenti ufficiali ed inediti.
Uno dei passaggi dell’articolo contestati da Di Tizio era «PrimaDaNoi.it è entrata in possesso della pratica completa di affidamento di uno dei tanti istituti di credito che all’epoca, su invito della Carichieti e del suo direttore generale Francesco Di Tizio (ancora al suo posto) partecipò al pool per il finanziamento alla Merker di circa 150miliardi di vecchie lire».

«Il nome di Di Tizio», spiega l’avvocato Carlone, «è associato ad una operazione delineata dall’articolista a tinte fosche, che in effetti è stata sottoposta al vaglio della magistratura  ma per la quale Di Tizio non è stato chiamato a rispondere in alcuna sede. Per tali ragioni appare ingiusto che l’articolo permanga on line».
Altro articolo contestato riguardava il passaggio di alcuni soldi della ‘Ndrangheta su conti della Flashbank, interamente di proprietà della Carichieti e di cui Di Tizio era amministratore delegato. La notizia era riportata nella ordinanza di custodia cautelare che ordinava centinaia di arresti in Lombardia (articolo del 2010).
Nonostante la fonte ufficiale ed attendibile la notizia è stata contestata ugualmente…
Di Tizio venne poi anche sanzionato per la gestione Flashbank dalla Banca d’Italia e forse anche per questo fu veloce la parabola della banca partecipata dalla Carichieti.
Benchè negli articoli si fossero sempre riportati informazioni dettagliate riprese dagli atti ufficiali, il lavoro di inchiesta di PrimaDaNoi.it non piacque alla Carichieti gestione Di Tizio che, infatti, propose una affrettata denuncia per diffamazione in sede civile con la richiesta di oltre 1mln di euro di danni.
Quella citazione venne poi ritirata dopo una riflessione molto più attenta. Evidentemente dopo alcuni anni DI Tizio ha ritenuto opportuno riprovarci per cercare di edulcorare il passato.
E’ però arrivato nel peggiore dei momenti, proprio a cavallo con i dirompenti provvedimenti della Banca d’Italia che è intervenuta nuovamente a sanzionare la sua gestione,  commissariando la Cassa di Risparmio segno che quei 14 anni di sua amministrazione non corrispondono affatto all’ottimo giudizio che lui stesso ha del suo operato.
Eppure il suo avvocato scrive: «appare evidente la portata diffamatoria di un tale pezzo di stampa che come negli altri casi sopra richiamati, sebbene pubblicato il 6 dicembre 2010 potenzialmente potrebbe rimanere a disposizione della collettività per sempre e l’unico strumento del cittadino attinto dall’uso sconsiderato che alcuni giornalisti fanno del diritto di cronaca ha a disposizione per difendersi da un abuso del genere è ricorrere al Garante della Privacy op alla giustizia ordinaria».
Il dopo di Tizio è stato comunque non facile, eppure tutto quello che abbiamo scritto allora in tempo reale, è stato confermato oltre 4 anni dopo dalla stessa Banca d’Italia.
Era il  2011 e già allora scrivevamo «con il direttore Di Tizio potrebbe saltare un sistema di potere che per anni ha influenzato tutta l’economia e la politica di Chieti e della Val Pescara».
«Dalla lettura degli articoli», si legge ancora nel ricorso dell’avvocato di Francesco Di Tizio, «si percepisce con nitidezza la linea seguita dal quotidiano PrimaDaNoi.it ed altrettanto chiaramente si evince il nocumento che tale copiosa produzione giornalistica cagiona al dottor Di Tizio. (…) Tale utilizzo distorto della notizia, sommata alla mostruosa cassa di risonanza che è la rete Internet comportano un danno per chi ne viene colpito direttamente proporzionale alla propria notorietà che nel caso di specie è rilevante almeno nell’ambito regionale»
Ma che sia PrimaDaNoi.it il problema è chiaro in quest’altro passaggio dell’avvocato Carlone dove si elogiano gli articoli degli altri giornali  perché «a differenza di quelli apparsi su PrimaDaNoi.it  riportano brevemente le notizie».
Ecco, magari, allora, il vero problema non è l’oblio ma la dovizia dei particolari e la ricerca costante di approfondire e capire al di là di propagande e inquinamenti interessati.

LA POLITICA CON LA COSCIENZA SPORCA
Per questa volta è andata male a chi pretendeva di riscriversi il curriculum. Non possiamo, però, tacere il fatto che dopo 4 anni dalle famose prime condanne la Cassazione non abbia trovato ancora il tempo di discutere il nostro ricorso. Non possiamo tacere il fatto che la politica -evidentemente favorevole alla possibilità di cancellare malefatte dalla cronaca e dalla memoria- preferisca demolire la Costituzione.
Il risultato è che da 5 anni per colpa di istituzioni malate e inquinate siamo costretti a boccheggiare mentre una impresa (tra le tante) paga lo scotto di vivere in un Paese senza leggi nè giustizia, che poi significa essere azzoppati. Nel nostro caso purtroppo tutto questo ha influito pesantemente sulla quantità e qualità del nostro lavoro.
Dopo 5 anni, però, ora milioni di persone in Europa sentono parlare di “diritto all’oblio” e forse prima o poi capiranno anche che è in pericolo il loro diritto di conoscere e sapere, dunque di informarsi.
La politica italiana ha dimostrato più volte che non vuole una norma chiara sul tema che semplicemente segua la Costituzione. Meglio prevedere norme che impongono la cancellazione dei fatti.
Per esperienza personale consolidata posso dire che l’oblio è il diritto che piace molto a chi trae vantaggio dal far dimenticare le proprie gesta, piuttosto che dall’esaltarle.
Ed è chiaro il perché.

a.b.