IL PROCESSO

Aspettando la sentenza Bussi: «chi ha inquinato: gli imputati o gli ufo?»

Sale la tensione per uno dei processi che rimarrà comunque nella storia

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Aspettando la sentenza Bussi: «chi ha inquinato: gli imputati o gli ufo?»

Bellelli e Mantini

ABRUZZO. Venerdì è attesa la sentenza del processo sulle mega discariche di Bussi. Dopo oltre sette anni di indagini, chiacchiere, processi, errori e rimbalzi, i giudici della Corte d’Assise di Chieti dovranno decidere: colpevoli o innocenti.
Nessuno si sbilancia in previsioni ma i fatti accertati sono tanti, così come è un fatto la mole ingente di prove finite dentro questo ennesimo maxiprocesso abruzzese. C’è chi dice che non ha mai visto un processo con tante prove, forse ha ragione, ma più che la quantità i giudici giudicheranno la qualità e soprattutto dovranno decidere se vi sono le condizioni per condannare quegli imputati lì e se a loro debbano addebitarsi effettivamente responsabilità penali molto gravi. Se dunque vi siano ragioni di colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.
Gli imputati sono 19, quasi tutti ex amministratori e vertici della Montedison, accusati di avvelenamento delle acque e disastro ambientale. Ventisette le parti civili, tra Regione, ministero, presidenza del Consiglio, Comuni, associazioni e ambientalisti. Diciotto le richieste di condanne ed una di assoluzione. Le pene chieste dai pm del Tribunale di Pescara Giuseppe Bellelli e Anna Rita Mantini variano da 4 a 12 anni e otto mesi.
Ammonta invece a un miliardo e 880 milioni di euro il risarcimento chiesto dall'Avvocatura generale dello Stato, 25 gli ettari di terra convertiti a discariche abusive di veleni che avrebbero inquinato le acque del fiume Pescara e le sorgenti dell'acqua pubblica della Val Pescara.
Venerdì dopo la replica della difesa i giudici si ritireranno in camera di consiglio per la sentenza.
«L'acqua contaminata - si legge nella relazione dell'Istituto superiore di sanità - e' stata distribuita in un vasto territorio e a circa 700 mila persone senza controllo e persino a ospedali e scuole».

E’ stato anche un processo caratterizzato da forti tensioni dovute agli enormi interessi in gioco: nel processo oggi ci sono gli uomini della ex Montedison (oggi Edison) e più che le condanne spaventano i risarcimenti che potrebbero essere ingenti e mettrere in ginocchio il colosso industriale. Intanto siamo alla sentenza di primo grado e la partita si dovrebbe giocare (prescrizione permettendo) sui tre gradi di giudizio per cui quello di venerdì sarà comunque un risultato parziale.
Tra l’altro una dei difensori degli imputati è l’ex ministro della giustizia Paola Severino che nelle vesti di difensore ha sostenuto che degli enormi costi per la bonifica se ne faccia carico lo Stato, una sorta di “manleva” salva coscienza per chi in passato non ne ha avuto affatto o è stato distratto o non sentiva o non vedeva e nulla ha fatto per impedire lo scempio ambientale. Parole che dette da un ex ministro della Repubblica hanno un certo peso.

L'ex ministro della Giustizia nel governo Monti, Severino, sempre nella qualità di difensore di uno dei 19 imputati, Mauro Molinari ha citato Biancaneve e la strega cattiva per illustrare il nesso di casualità diretta tra il gesto di dare la mela avvelenata e la morte.  «Per dare ragione alla Procura avremmo dovuto avere tra gli imputati la strega cattiva che prende la mela avvelenata e la dà a Biancaneve».  Questo per dire che il reato contestato ai dirigenti Montedison, secondo Severino, è inesistente perché hanno lavorato in una logica d'impresa ed erano ignari dei pericoli della discarica. «Gli imputati - per l'ex ministro della Giustizia - sono quindi dei semplici capri espiatori. Non hanno mai dato questa mela volontariamente e non volevano uccidere nessuno».

Per quanto riguarda le alter difese, secondo l'avvocato Riccardo Villata, difensore di Camillo Di Paolo, che era stato responsabile della protezione e sicurezza ambientale dello stabilimento di Bussi, il sito "è legittimo". Non c'erano, infatti, secondo il legale difensore, norme di tutela ambientale nel periodo, fra il 1963 e il 1971, in cui la discarica Tremonti è stata realizzata, quindi non costituiva un illecito.

E nella lunga requisitoria dei pm Giuseppe Belleli e Anna Rita Mantini uno dei passaggi chiave è proprio quello che evidenzia la mancanza di alternativa possibile ai fatti accertati (l’inquinamento ed i veleni).
«Cosa sostengono le difese, unite da un'unica strategia che fa capo all’impresa Edison?», hanno detto i pm in aula «quale posizione assume di fronte alla accusa di aver realizzato la più grande discarica di rifiuti velenosi d’Europa e di aver inquinato con essa e con lo stabilimento e con le altre discariche le falde acquifere di mezzo Abruzzo, tra i parchi nazionali di Gran Sasso Monti della Laga e Majella Morrone? L’erede del secondo gruppo imprenditoriale d’Italia (la Edison, ndr) , di fronte a quello che vogliamo chiamare scempio del territorio, attraverso i suoi legali di chiarissima fama, non ha il coraggio di farsi carico di nulla, tutto pare frutto della fatalità, una sorta di calamità biblica come la carestia o le locuste, la chimica inquina ed allora non c’erano leggi, prendi i soldi e scappa per citare il titolo di un film di Woody Allen e, mi raccomando, che sia lo Stato a farsi carico della bonifica, tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese, questa era la loro filosofia (o strategia di impresa per citare una espressione che la prof Severino vorrebbe mantenere fuori dall’aula) , allora ma lo è ancora oggi ..»

«Oppure vogliono dire che i fatti li hanno commessi altri? Altri chi? Responsabili Montedison ormai deceduti? I responsabili Solvay come si diceva fino a ieri nell’udienza preliminare? Responsabili della fabbriche della val Pescara i cui veleni risalgono controcorrente?», si domandano ancora i pm.
«Oppure le difese vogliono dire che gli imputati non sapevano nulla? Che dallo stabilimento provenivano fertilizzanti per l’agricoltura? Che l’inquinamento c’è ma non è pericoloso? Che il precedente presidente della Regione ha bevuto un bicchiere d’acqua di rubinetto in conferenza stampa? Tutto questo insieme? E’ indubbio che abbiamo una disciplina difensiva comune a tutti, ma non emerge una visione alternativa dei fatti, una presa di posizione su questa vicenda».
Una difesa definita «di basso profilo» anche perché nel processo blindato (rito abbreviato) le difese hanno negato tutto (condotta, nesso causale, evento, elemento soggettivo) ma Edison, l’erede di Ausimont e Montedison, hanno detto i pm «al cospetto di una corte d’assise che dovrà pronunciare sentenza in nome del popolo italiano e di una collettività che hanno voluto tenere fuori da quest’aula per tutte le udienze ed anche oggi, non può lavarsi le mani di fronte alla enormità dei fatti e dare la colpa ai pm bolscevichi o ad una multinazionale belga arrivata su quella porzione di terra d’Abruzzo rimasta vergine dopo mezzo secolo di Montedison».
Insomma le discariche ci sono e qualcuno deve avercele messe, eppure questo potrebbe non bastare per la giustizia italiana chiamata a giudicare quei 19 imputati sulla base dei fatti emersi nel processo.
«E' stato un processo - commenta il legale del Wwf Tommaso Navarra - caratterizzato da una fase preliminare lunghissima e da alcuni passaggi in Cassazione. Ora siamo alla conclusione. Indipendentemente dall'esito del giudizio, che spetta unicamente alla Corte, il fatto che si arrivi a una sentenza in Assise rappresenta già di per sè una importante vittoria per il movimento ambientalista che aspetta da anni un accertamento di verità su quella che è considerata la più grande discarica abusiva di rifiuti tossici d'Europa. Sarà comunque una sentenza storica».

L'avvocato Navarra, inoltre, aggiunge che «le difese hanno sostenuto l'assenza di un pericolo, io mi chiedo allora perchè sono stati chiusi i pozzi: c'era o non c'era un pericolo?».
«I tempi certi e rapidi con i quali il presidente Romandini e il giudice a latere Di Geronimo hanno gestito le udienze - sottolinea il delegato regionale del Wwf Luciano Di Tizio - hanno consentito al processo di non rallentare ed e' pure questo un importante risultato».
Era stato proprio il Wwf, nel 2007, a rendere per primo di dominio pubblico la notizia della presenza di contaminanti nell'acqua potabile.
«Le nostre denunce - ricordano Luciano di Tizio e il consigliere nazionale Dante Caserta - hanno avuto un peso determinante nella vicenda. Il processo di Bussi, al di là di quelle che saranno le decisioni dei giudici, ha avuto comunque il merito di ristabilire la verità dei fatti e questo, dopo anni di attesa, è già un importante passo in avanti anche se non ci stancheremo mai di ripetere che la vera e completa giustizia ci sarà solo con una bonifica che restituisca, a spese di chi ha inquinato, un territorio sano agli abruzzesi».

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