TEORIA DEL GAMBERO

Anticipo Tfr ai consiglieri: cancellata la norma intrusa approvata 15 giorni fa

Il consiglio regionale si rimangia quanto approvato l’11 novembre. Fuoco su D’Alfonso

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Anticipo Tfr ai consiglieri: cancellata la norma intrusa approvata 15 giorni fa

Banchi del centrodestra



ABRUZZO. Il Consiglio regionale, dopo 15 giorni, fa dietrofront sulla possibilità che i consiglieri regionali rieletti in questa legislatura possano chiedere l'anticipazione dell'indennità di fine mandato maturato nella passata legislatura che la legge prevede possa essere liquidato alla fine del nuovo mandato.
L'assemblea ha infatti approvato all'unanimità un provvedimento che abroga la delibera n.10/4 del 11 novembre 2014, che prevedeva l'anticipazione del pagamento dell'indennità.
La legge era stata approvata nella seduta dell'11 novembre scorso con i voti della maggioranza di centrosinistra e delle opposizioni di centrodestra con l'astensione dei consiglieri del movimento Cinque stelle, che poi hanno denunciato il provvedimento, e del consigliere regionale del Pd Donato Di Matteo che è anche assessore regionale.
Della legge n. 10/4 dell'11 novembre scorso rimane in vigore la norma che permette l'anticipazione del pagamento del trattamento di fine rapporto (tfr) dei dipendenti dei gruppi consiliari a chiamata diretta, i famosi portaborse, che non sono stati confermati.
Con la vecchia norma gli ex dipendenti dei gruppi politici avrebbero avuto il tfr tra un anno. Sarebbero stati dieci i consiglieri ad usufruire dell'anticipazione: i consiglieri non rieletti in estate si sono visti liquidare 30.850 euro ciascuno.

PAOLINI (IDV):«QUALCHE VOLTA SI PUO FARE UN PASSO INDIETRO»
«La norma ha suscitato clamore visto il momento di forte crisi economica e credo che si debba prendere atto di questo e qualche volta è giusto fare un passo indietro e abrogare la norma - ha spiegato il consigliere dell'Idv Lucrezio Paolini, vice presidente del consiglio regionale -. Ciò, nonostante il provvedimento che avevamo approvato fosse relativo a somme già accantonate e quindi maturate».
Durante la discussione in Assemblea sono state lanciate dure critiche al presidente della Giunta, Luciano D'Alfonso, per il cosiddetto decreto, datato 26 novembre (cioè oggi) e non firmato, con cui si annunciava la volontà di non promulgare la legge sull'anticipazione del trattamento di fine mandato per i consiglieri rieletti.

SOSPIRI (FI):«D’ALFONSO GOVERNA CON L’OSSESSIONE DI AVERE TITOLI AD EFFETTO»
 Il consigliere di Fi Lorenzo Sospiri ha parlato di un D'Alfonso «presunto presidente della Repubblica senza la veste di terzietà», spiegando che il presidente ha fatto un decreto che non ha nessun senso «perché non si può opporre alla promulgazione», in quanto «è il re del titolo ad effetto».
 Il consigliere del Centro Democratico Maurizio Di Nicola ha attaccato gli organi di informazione per aver «travisato la vicenda» e riportato cifre e informazioni non vere sviando l’opinione pubblica.

CONTRARIO DI NICOLA
 Di Nicola, nel merito, ha spiegato che «il trattamento di fine mandato è un diritto acquisito perché maturato In base ad una legge non abrogata per cui oggi abrogare questa norma è un controsenso: o si è d’accordo al Tfr o si è contrari».

PAOLO GATTI: «DECRETO DI D’ALFONSO PER AVERE 4 “MI PIACE” SU FACEBOOK»
Il consigliere di Forza Italia Paolo Gatti ha invece sottolineato il fatto che «D'Alfonso ha fatto il decreto per prendere sei 'mi piace' sulla pagina Facebook, l'intervento di D'Alfonso suona come una mancanza di rispetto verso la maggioranza di centrosinistra e tutta l'assemblea, qui c'è autonomia e nessuno può permettersi di fare una cosa del genere».
Più duro il Movimento 5 stelle che fa notare come «il Presidente D'Alfonso decide di fare retromarcia sulla questione Tfr e la maggioranza è costretta a rimangiarsi letteralmente un provvedimento che durante la scorsa seduta era stato proclamato come urgente e inderogabile».

MARCOZZI (M5S):«LA (RIN)CORSA PIU’ PAZZA DEL MONDO»
«In sede di Consiglio i consiglieri di maggioranza si trovano a difendere l'indifendibile con un intervento che non regge. Il Presidente D'Alfonso, senza neanche leggere tutti i punti della norma, ha deciso per un drastico passo indietro a causa della decisa reazione di indignazione dell'opinione pubblica. Ma per 'compiacere' l'elettorato il Presidente ritira tutti i punti previsti, anche quelli che avevano portato il Movimento Cinque Stelle a riflettere molto sulla posizione da assumere nei riguardi della proposta di legge nel suo complesso».
In mattinata il M5S aveva presentato una risoluzione richiedendo formalmente al Presidente del Consiglio, nell’ambito delle proprie competenze, di presentare nel primo Consiglio Regionale una Proposta di Legge di modifica dell’articolo 19 ( Legge Regionale n.40 del 10 agosto 2010), tesa al ripristino dello stato originario della norma.
Poi è partita l’iniziativa di Lorenzo Sospiro che è riuscito a coinvolgere anche la maggioranza di centrosinistra con Camillo D’Alessandro per cancellare solo la norma intrusa.
«Ad un certo punto è scattata la corsa più pazza del mondo all’abrogazione», fa notare Sara Marcozzi, « ad una legge che loro stessi avevano votato. In questa rincorsa al grillino, ricordiamo che la Proposta di Legge presentata, ormai da oltre tre mesi, dal M5S sulla riduzione dei costi della politica, che prevede l’abolizione totale del Tfr (oltre al dimezzamento dello stipendio del consiglieri), non è stata ancora discussa».
E Marcozzi attacca anche D’Alfonso spiegando che «nel decreto si legge che “il Regolamento della Regione non prevede la possibilità al Presidente della Regione di non promulgare una norma”, ma poi si appropria di tale prerogativa e non promulga la norma».

Strano che nella foga nessuno abbia contestato a D’Alfonso anche reati (per la precisione due) che pure si sarebbero potuti configurare al momento della firma del decreto che doveva esserci oggi e che a questo punto risulta inutile.

Alla fine per i più dei consiglieri regionali non si tratta né di una brutta figura, né di uno scivolone e neppure di una brutta pagina di politica ma è tutta colpa dei giornali, più volte accusati in vari interventi, in maniera anche superficiale e generica, tanto che il presidente del consiglio, Giuseppe Di Pangrazio,  con un intervento con tinte sfumate verso il surreale ha dovuto e voluto precisare il pensiero di quei consiglieri che avevano accusato la stampa chiarendo che non si trattava di «attacchi» ma di una «ricostruzione dei fatti» e ai giornalisti presenti ha detto di «riportare solo quanto detto da me».