LA SENTENZA

Giornalista sottopagato: il Messaggero condannato a maxi risarcimento per collaboratore abruzzese

In 11 anni ha ricevuto compensi per 119mila euro invece che 695mila

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Massimo Franceschelli

Massimo Franceschelli

ABRUZZO. Una lunga causa giudiziaria di lavoro cominciata nel 2008 e terminata lo scorso 20 novembre 2014 in Corte D’Appello segna una nuova linea giurisprudenziale sul precariato giornalistico.
Il giornalista Roberto Almonti, oggi direttore di Emmelle.it ma già speaker radiofonico a Radio Teramo In, redattore di Tele-t e Teleponte, caposervizio de "il Centro", free-lance a Il Messaggero e corrispondente per l'Ansa, ha diritto ad un «equo compenso» di 495mila euro per i suoi 11 anni di lavoro al Messaggero Abruzzo dal 1996 al 2007.
In realtà la Corte d’Appello ha accertato che il giornalista, per la sua quantità e qualità di lavoro, avesse diritto ad un compenso di 614mila euro mentre, invece, il giornale gliene aveva pagati solo 119mila euro.
La sentenza emessa dai giudici Rita Sannite, Maria Luisa Ciangola, Paola De Nisco, costituisce un importante precedente che, per certi versi, cancella gli altri molto più sfavorevoli giudizi in cui sono incappati altri giornalisti negli scorsi anni.
Segna soprattutto una vittoria della linea giudiziaria dello studio che fa capo all’avvocato Massimo Franceschelli il quale da decenni è impegnato nella difesa dei giornalisti e segna probabilmente un record positivo di risarcimento (in realtà solo esclusivamente “compenso”) mai liquidato ad un giornalista in Abruzzo.
I primati finiscono qui visto che le peculiarità stesse di questa sentenza costituiscono l’enorme discriminazione verso una ventina di giornalisti che negli ultimi 10 anni hanno dovuto subire sorti ben peggiore e, nei casi più eclatanti, persino la giustificazione a mezzo giudiziario dello sfruttamento e del precariato. Il timore di incidere sulle aziende editoriali ha di fatto sempre frenato i giudici che quando riconoscevano lo sfruttamento liquidavano somme esigue e di fatto inferiori al tariffario dell’Ordine.
Almonti aveva vinto in primo grado davanti al tribunale di Teramo nel 2012 che gli aveva riconosciuto un compenso molto alto ma il ricorso in appello presentato dal Messaggero confutava praticamente ogni punto di quella decisione: dal calcolo del compenso all’inquadramento del collaboratore autonomo in redazione al merito della consulenza del tribunale sotto vari aspetti.

Il collegio ha dunque voluto affidarsi ad un ulteriore consulenza tecnica affidata all’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo affinchè con un lavoro durato mesi si analizzasse, nello specifico, qualità e quantità delle migliaia di articoli scritti dal giornalista e stipati in 12 faldoni prodotti in giudizio.
La consulenza del presidente dell’Ordine dei giornalisti, Stefano Pallotta- scrivono i giudici- ha svolto un lavoro immane stilando un elenco preciso nel numero degli articoli prodotti e soprattutto nella qualità degli stessi, distinguendo per ogni prodotto editoriale la sua precisa tipologia distinguendoli in: notizia, articolo, servizio, indicazioni fondamentali per poter poi “prezzare” il lavoro applicando semplicemente il tariffario ufficiale (di fatto sempre accantonato dagli editori).
Basandosi, dunque, su questa analisi del lavoro giornalistico i giudici sono pervenuti alla conclusione che il lavoro svolto era frutto di un rapporto di collaborazione autonoma perché non soggetta a vincoli e subordinazione, che il giornalista aveva fornito un supporto importante alla redazione del Messaggero di Teramo negli 11 anni di lavoro e che dunque il suo lavoro andasse retribuito seguendo il tariffario che è in vigore e stabilisce il prezzo del lavoro giornalistico a seconda della testata nella quale si lavora (nazionale, locale, diffusione ecc).

Così si giustifica dunque la «cifra esorbitante» definita così sia dal Messaggero che dai giudici ma tanto è a fronte della produzione documentale e delle testimonianze rese anche dai colleghi ‘interni’ al giornale.
Oltre ai 495 mila euro al giornalista il Messaggero dovrà versare tutti gli oneri accessori del caso e la rivalutazione monetaria a titolo di «equo compenso».
A questo punto appare scontato il ricorso in Cassazione della testata che, magra consolazione, non dovrà avere il cruccio di trovare i soldi perché in gran parte già versati.
In attesa che la legge riporti dignità al lavoro giornalistico di migliaia di collaboratori sottopagati, in attesa che le istituzioni e gli organi preposti avviino finalmente controlli attenti e indipendenti presso gli editori, i giudici de L’Aquila offrono una importante speranza per molti.