A PROCESSO

«Così hanno spolpato la banca Tercas»: chiesto processo per Di Matteo, Nisi, Sarni, Di Stefano

Tra le accuse contestate anche l’associazione a delinquere

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

24631

«Così hanno spolpato la banca Tercas»: chiesto processo per Di Matteo, Nisi, Sarni, Di Stefano

TERAMO. Così sono bravi tutti a fare impresa: milioni di euro sottratti alla banca Tercas falsificando carte, celando fatti, forzando la mano sui requisiti per ricevere un prestito e tutto grazie al direttore amico e complice.
Un fiume di denaro che usciva dall’istituto teramano, ha ricostruito la Procura, per finire attraverso vorticosi passaggi di mano in società di amici e fondi in paradisi fiscali e più di una volta anche su conti bancari dello stesso ex direttore a Singapore o in un fondo misterioso in Lussemburgo.
Alchimie finanziarie che avrebbero permesso un arricchimento illecito ad un manipolo di persone che però non sono serviti a farli passare indenni dalla giustizia.
C’è questo e molto altro dietro la richiesta di processo avanzata ieri dalla Procura di Roma (competente per reati di elusione del controllo bancario) per Antonio Di Matteo e altri 15 persone. Si tratta dell’ex direttore della Tercas che ora dovrà rispondere di reati gravissimi e che di fatto avrebbe creato i presupposti per il dissesto dell’istituto di credito poi acquistato dalla Banca Popolare di Bari.

A processo l'11 febbraio 2015 finiranno dunque Antonio Di Matteo ex direttore, la compagna Cinzia Ciampani, gli imprenditori Raffaele Di Mario, Francescantonio Di Stefano (imprenditore televisivo di 7Gold) di Avezzano, Pancrazio Natali di Campli, l’imprenditore Antonio Sarni di Ascoli Satriano (Fg), Lino Nisii, presidente della Tercas, Pierino Isoldi, Gianpiero Samorì, Gilberto Sacrati, Cosimo De Rosa, Lucio Giulio Capasso di Terracina, Paola Ronzio, Saverio Signori, Vittorio Casale e la stessa Cassa di Risparmio della provincia di Teramo.
Persone offese nel processo sono state indicate la Banca d’Italia, la stessa Tercas ed i curatori fallimentari di Dimacostruzioni spa e Dimatour spa.
Intanto anche l’Adusbef chiederà la costituzione di parte civile.

IL GRUPPO DI POTERE E IL POTERE ASSOLUTO
Il reato più grave contestato è quello di associazione a delinquere «con la finalità di essersi associati tra loro al fine di commettere delitti di ostacolo alla funzione di vigilanza, di appropriazione indebita, di bancarotta fraudolenta e di riciclaggio anche transnazionale».
Il reato è contestato a Di Matteo, direttore da giugno 2005 al 30 settembre 2011, che avrebbe avuto una «gestione proprietaria della banca», cioè gestendo il patrimonio bancario come fosse cosa propria ed esercitando «un potere assoluto di decisioni delle pratiche di concessione di finanziamenti». Una montagna di soldi che poi finivano a vecchi amici di quest’ultimo, anche già clienti della Unipol, la banca dalla quale proveniva Di Matteo.
Un legame non del tutto reciso se è vero che lo stesso Consorte, quando Di Matteo era già in Tercas, gli chiese un fido di 60milioni di euro per tentare la famosa scalata alla Unipol da consegnare al centrosinistra (famosa la frase di Fassino a Consorte: «abbiamo una banca»), una scalata che costò una condanna a 3 anni e 10 mesi a Consorte.
Il problema è che molte somme ingenti uscivano dall’istituto bancario di Teramo in carenza di presupposti per concedere il fido «al di fuori dai protocolli di garanzia previsti a fronte della disponibilità ad effettuare operazioni di acquisto con patto di rivendita di azioni proprie di Banca Tercas per assicurare a Di Matteo il controllo assoluto della banca, dissimulando l’effettiva consistenza del patrimonio di vigilanza dell’istituto e inducendo così in errore la Banca d’Italia».
Fu grazie a questo errore e alla dissimulazione del reale stato di dissesto della Tercas che la Banca d’Italia poi autorizzò l’acquisto della Banca Caripe, ancor di più depauperando il proprio patrimonio.
La procura di Roma ha stimato in 220 milioni di euro il danno complessivo procurato alla cassa teramana tra la incredibile distrazione di tutti, mondo politico in primis.
Il tutto sarebbe avvenuto con una serie di atti che nel tempo hanno prodotto il supposto dissesto con operazioni finanziarie anche complesse che hanno creato o la bancarotta in talune società o lo spostamento di ingenti capitali in paradisi fiscali tra i quali il punto finale era San Marino.
Secondo la procura Di Matteo sarebbe stato l’ideatore della associazione a delinquere essendo socio occulto dell’imprenditore abruzzese televisivo Francescantonio Di Stefano e per questo avrebbe erogato fidi per milioni di euro. 

Con questi fidi erogati Di Matteo avrebbe poi lucrato, anche grazie a ditte schermo intestate alla convivente Cinzia Ciampani, con la società Immobiliare Tolstoj srl. Come dire che l’amicizia contava ma il tornaconto personale contava molto di più.
Dal canto suo la Ciampani, titolare anche della Nettuno Fiduciaria srl di Bologna e intestataria di conti correnti Tercas, risultava beneficiaria di bonifici di ritorno da molti soggetti finanziati da Di Matteo per poi acquisire quote pari al 22% della banca sanmarinese Smib, interamente acquistata da Raffaele Di Mario.
Attraverso questa banca venivano poi effettuate gran parte delle operazioni che servivano per far perdere le tracce dei soldi.
Nel frattempo Di Stefano che veniva copiosamente finanziato da Tercas attraverso la Fincentro Uno srl acquistava 2.250.000 azioni proprietarie della banca, una parte delle quali poi venivano cedute al fondo lussemburghese Cambria Investments.
Secondo gli inquirenti, inoltre, Di Stefano avrebbe svolto il ruolo di mero esecutore delle direttive di Di Matteo in ordine alla gestione della decozione del gruppo “Di Stefano” e nel frattempo avrebbe continuato a ricevere fino a 49mln di euro di finanziamenti Tercas.
Figura di spicco della associazione a delinquere, secondo l’accusa, è anche l’imprenditore Raffaele Di Mario, dominus del gruppo Dimafin, anche lui attraverso la Immoservice srl, dopo aver ricevuto fidi bancari della Tercas con procedure d’urgenza, acquistò 2.250.000 azioni della Tercas girandone 500mila al solito fondo Cambria Investment in Lussemburgo mentre 1.150.000 vennero cedute alla Modena Capitale Banking Partecipation spa di Gianpiero Samorì e una parte finì anche a società del gruppo Sarni.

SAMORI’
Stessa trafila per Samorì che acquista per il tramite delle sue società 2.400.000 azioni della Tercas anche lui abbondantemente finanziato dallo stesso istituto finanziario grazie all’intervento di Di Matteo che infatti lo propone quale cliente affidabile alla Banca popolare di Spoleto dopo la cessazione del rapporto con la banca Tercas.
Crediti oggi incagliati per un ammontare di 11.500.000 euro che difficilmente ritorneranno nelle casse della banca.
In totale del 2008 al 2010 Samorì avrebbe beneficiato di finanziamenti per poco più di 24 milioni di euro girati a favore della Gestione Grandi Hotels Central Park srl al fine di rilevare da Ripresa Srl un complesso immobiliare destinato attività commerciale di Bologna al prezzo di 19 milioni di euro.
Seguirono una serie di operazioni finanziarie anche in paradisi fiscali con base a San Marino che avevano come beneficiari delle società riconducibili alla compagna di Antonio di Matteo.

SARNI
Anche il signore della ristorazione, Antonio Sarni, imprenditore del più noto “gruppo Sarni” secondo la procura era partecipe attivo dell'associazione a delinquere contribuendo anche lui ad acquistare 500.000 azioni della Banca Tercas per il tramite delle società Finsud srl e Maglione srl dopo aver beneficiato di numerosi fidi che venivano concessi in carenza di presupposti.
Nel gruppo di potere poi spicca Gilberto Sacrati, imprenditore nel settore immobiliare, operante in stretto e costante collegamento con Di Matteo con il quale era legato da rapporti di affari e già cliente della Unipol Banca sotto la gestione dello stesso Di Matteo e da lui presentato alla Cassa di risparmio, avrebbe beneficiato indebitamente attraverso società a lui riconducibili di finanziamenti erogati oltre ad un mutuo ipotecario di 15.600.000 poi ridotto a 12 milioni. La trafila si ripete perché poi li flusso finanziario in uscita dalla Tercas finiva alle solite società degli altri indagati e a quelle riconducibili allo stesso Di Matteo.

Il meccanismo era consolidato e secondo la procura le operazioni avevano l’unico scopo di far perdere le tracce del denaro e per questo dovevano transitare su conti correnti di appoggio situati in Svizzera, Lussemburgo, Singapore, Gran Bretagna. A San Marino invece risiedevano i conti correnti finali destinatari delle somme «prove di appropriazione indebita di riciclaggio, di distrazione e bancarotta fraudolenta».

LINO NISI, IL PRESIDENTE
Tra gli indagati che dovranno rispondere del reato di ostacolo all'esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza c'è anche Lino Nisi il quale avrebbe materialmente realizzato una serie di artifici per aggirare tali controlli destinando gli imprenditori Di Stefano, Di Mario, Samorì, Natali, Isoldi, Sarni, acquirenti delle azioni proprie della banca, destinatari di ingenti finanziamenti erogati in carenza di presupposti, di affidabilità e ad oggi tutti debitori della banca. Nisi e gli altri avrebbe rappresentato fatti non rispondenti al vero sulla situazione economica patrimoniale e finanziaria della stessa banca e avrebbe occultato fatti che avrebbe dovuto comunicare invece alla Banca d'Italia.
Tra le mancate comunicazioni anche gli intrecci di interessi con la banca di San Marino Smib ed il relativo acquisto del capitale di quest'ultima, operazione rivolta ad evitare la liquidazione della banca di San Marino realizzato con la vendita di 7,5 milioni di euro delle azioni Tercas possedute da Di Stefano e con la concessione del finanziamento di 2,5 milioni di euro deliberato d'urgenza.
In particolare presidente e direttore si guardarono bene di informare la vigilanza del fatto che gestivano la banca di San Marino attraverso una persona di loro fiducia, Roberto Petropaoli, dipendente Tercas messo in aspettativa per ricoprire la carica di direttore generale della Smib, e Franco Iachini, presidente Smib.

GLI AFFIDAMENTI IMPROPRI
Per quanto riguarda l'appropriazione indebita la procura è riuscita a ricostruire tutti gli affidamenti impropri agli imprenditori amici che avrebbero causato lo stato di default della banca teramano e che risultano erogati fino al marzo del 2013.
Nello specifico al gruppo Di Mario sono andati 25,3 milioni di euro, al gruppo Di Stefano 49,3 milioni di euro, al gruppo Natali 25,4 milioni di euro, al gruppo Isoldi 28,2mln mentre a Samorì la banca ha concesso fidi e prestiti per 11,3 milioni di euro, al gruppo Casale quasi 40 milioni, al gruppo Sacrati quasi 21 milioni e al gruppo De Rosa 30 milioni di euro.
E la banca è pronta per essere svenduta.

Alessandro Biancardi