IL VERDETTO BIS

Appello Grandi Rischi. Accusa di omicidio: tutti assolti tranne De Bernardinis condannato a due anni

In primo grado scienziati condannati a 6 anni

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Appello Grandi Rischi. Accusa di omicidio: tutti assolti tranne De Bernardinis condannato a due anni



L'AQUILA. La Corte d'Appello dell'Aquila ha assolto dall'accusa di omicidio colposo tutti e sette i membri della Commissione Grandi rischi che parteciparono alla riunione 5 giorni prima del sisma del 6 aprile. In primo grado Bernardo De Bernardinis, Giulio Selvaggi, Franco Barberi,Enzo Boschi,Mauro Dolce,Claudio Eva,Michele Calvi erano stati condannati a 6 anni per omicidio e lesioni colpose.

DUE ANNI A DE BERNARDINIS
De Bernardinis, secondo il dispositivo della sentenza, è stato condannato a due anni di reclusione (pena sospesa e non menzione) per le accuse di omicidio colposo e lesioni colpose con riferimento ad alcune delle vittime, mentre è stato assolto per le stesse accuse nei confronti di altri morti del sisma, i cui familiari si sono costituiti parti civili. Gli imputati dovevano rispondere del reato di omicidio colposo riferito a 29 vittime del sisma i cui familiari si erano costituiti parti civili e di lesioni colpose nei confronti di quattro persone rimaste ferite.

 La Corte d'Appello è arrivata al verdetto odierno dopo sei udienze. In primo grado, il 22 ottobre 2012, gli imputati furono tutti condannati a sei anni di reclusione. I sette componenti la Commissione Grandi Rischi, scienziati ed ex vertici della Protezione civile, parteciparono ad una riunione il 31 marzo 2009, cinque giorni prima del terremoto che devastò. L'Aquila e il circondario. I feriti furono più di 1.600 e gli sfollati circa centomila tra residenti nel capoluogo e nel cosiddetto cratere sismico che comprende 56 Comuni.
 Il collegio giudicante è composto dal presidente Fabrizia Ida Francabandera e dai consiglieri Carla De Matteis e Marco Flamini. Il dispositivo della sentenza è stato letto alle 17.15. Assolti da ogni accusa, dunque, Franco Barberi, all'epoca presidente vicario della Cgr; Enzo Boschi, già presidente dell'Istituto nazionale di Geologia e Vulcanologia (Ingv); Giuliano Selvaggi, allora direttore del Centro nazionale terremoti dell'Ingv; Gian Michele Calvi, direttore della fondazione Eucentre, centro europeo di formazione e ricerca in ingegneria sismica e responsabile del Progetto Case; Claudio Eva, ordinario di fisica terrestre all'Universita' di Genova e Mauro Dolce, direttore dell'ufficio rischio sismico del dipartimento della Protezione civile.

PUBBLICO GRIDA "VERGOGNA" DOPO SENTENZA
«Non finisce qui. Vergogna. Mafiosi. Uno Stato che non fa più giustizia, uno Stato che difende sé stesso».
Tra pianti, urla, singhiozzi rabbiosi, questi sono altri commenti urlati dagli aquilani presenti alla lettura della sentenza in Corte d'Appello per la Grandi Rischi. Veleno e rabbia in tutti i presenti «ma c'è la legge divina di Dio, che vede tutto e che esiste tuttora», è il commento di un padre che nel sisma del 6 aprile ha perso il figlio.
«Ce li hanno ammazzati un'altra volta», scrolla la testa dicendo così una parente delle vittime. Poi vanno via alla spicciolata ma raccontando a tutte le telecamere e i taccuini la loro «profonda indignazione». 

«UN TERREMOTO NEL TERREMOTO»
«Questa sentenza ci sorprende è un terremoto nel terremoto».
Così l'avvocato di parte civile Attilio Cecchini ha commentato la decisione della Corte d'Appello. «La sola condanna di De Bernardinis - ha aggiunto - fa di lui l'unico capro espiatorio. Faremo sicuramente ricorso in Cassazione».

PROCURATORE GENERALE: «ALQUANTO SCONCERTATO»
«Immaginavo un forte ridimensionamento dei ruoli e delle pene, ma non un'assoluzione così completa, scaricando tutto su De Bernardinis, cioè sulla Protezione Civile». E' il commento a caldo del procuratore generale dell'Aquila Romolo Como, che si è detto «alquanto sconcertato».

GLI IMPUTATI
Gli imputati erano Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all'Universita' di Genova e Mauro Dolce, direttore dell'ufficio rischio sismico di Protezione civile.

«NON E’ UN PROCESSO ALLA SCIENZA»
Non un processo a degli scienziati, ma a dei 'funzionari dello Stato' per non aver analizzato correttamente tutti i rischi di quei giorni. Non dolo ma omicidio e lesioni colpose.
Era questa la tesi della Procura aquilana che ha guidato tutta l'accusa al processo di primo grado ai componenti della commissione Grandi Rischi.
I sette imputati il 22 ottobre 2012 furono condannati a sei anni perché non avrebbero analizzato tutti quegli indicatori che avrebbero dovuto far tenere loro un comportamento diverso: questo è in sostanza quanto ha scritto nella sua sentenza il giudice di primo grado Billi e che per l'accusa aquilana resta ancora valido. In sostanza, la tesi accusatoria confermata dalla sentenza e fatta propria anche dalla procura generale in appello, è che nessuno ha mai processato la scienza ma quei funzionari dello Stato che non rimarcarono con la necessaria forza gli eventi aquilani precedenti al sisma, che una scossa forte era probabile in quanto non si verificava da 400 anni, che l'Aquila ha una struttura medioevale, che tutti conoscevano la inadeguatezza sismica dell'edilizia costruita dopo la guerra e che era una città piena di studenti.
La tesi della Procura era che se la valutazione giuridica è opinabile, se la colpevolezza è più o meno applicabile, i fatti non sono in discussione.
«I fatti non cambiano, con la sentenza di primo grado la tavola è stata apparecchiata, le pietanze sono quelle, ma siccome il diritto è dialettica l'eventuale valutazione delle responsabilità può essere solo un fatto tecnico. Quello che andava ricostruito e ci siamo riusciti, era ricostruire la verità a prescindere dal parere dell'opinione pubblica e dai giudizi dell'informazione», si sintetizzava in mattinata negli ambienti della Procura aquilana, prima di conoscere il verdetto. 

COPPI: TERREMOTO NON PREVEDIBILE
Di tutt'altro parere le difese. Il professor Franco Coppi ha contestato fortemente la tesi che ha portato alla condanna di primo grado spiegando che «qui il funzionario pubblico non c'entra: c'entra semmai, e lo contestiamo, quel singolo che potrebbe aver sbagliato. Quando affermano che questi scienziati possono aver sottovalutato il rischio sismico, si riferiscono al titolo individuale dell'imputato, e quindi c'è il rischio di condannare degli scienziati perché hanno sbagliato nel loro ruolo scientifico, quando tutti sanno che non è possibile prevedere un terremoto».

SIT-IN DI AQUILANI
«Dobbiamo esserci, perché ci riguarda». Con questo slogan gli aquilani si sono dati appuntamento sulla rete sociale di Facebook, e già ci sono 150 adesioni, per radunarsi all'esterno della sede della Corte d'Appello, in attesa della sentenza di secondo grado del processo alla commissione Grandi rischi.
«È un appuntamento che ci riguarda tutti, non solo come aquilani. È l'Italia intera a doversi interrogare e mobilitare sui temi della sicurezza e della corretta informazione - si legge nella descrizione dell'evento Facebook - quello che sta accadendo in questi giorni con le alluvioni indica che ci sono ancora gravi carenze su questi temi. Facciamo sentire la nostra presenza, partecipe e composta: la ricerca della verità non può essere un fardello lasciato ai parenti delle vittime: è un fatto che ci riguarda tutti».

UN FIUME DI REAZIONI E POLEMICHE
«Sentenza stravolta sconcertante e contraddittoria anche per la diversificazione della posizione di De Bernardinis», commenta la senatrice del Pd, Stefania Pezzopane. «Avevamo accettato la sentenza di primo grado dobbiamo accettare anche questa - aggiunge -. Però per L'Aquila martoriata dal terremoto e dall'Italia resta una ferita indescrivibile. Vanno ringraziate le famiglie delle vittime per il loro comportamento eroico, con la loro azione determinata hanno fatto sì che i comportamenti delle istituzioni siano cambiati radicalmente dopo L'Aquila».
«La giustizia in questo Paese non esiste, è sotto processo solo chi ha manifestato, mentre chi ha delle responsabilità e ha fatto morire la gente nel letto dopo averla rassicurata viene assolto», commenta invece Anna Lucia Bonanni, esponente dei comitati cittadini e docente, ha espresso la sua rabbia, subito dopo la lettura della sentenza di secondo grado alla Commissione Grandi Rischi. «Gli attivisti che hanno denunciato, prima e dopo il terremoto, quello che è stato fatto agli aquilani, stanno subendo il processo, mentre chi non ha fatto il suo dovere se ne sta tranquillo», ha concluso con toni rabbiosi davanti ad una piccola folla tra cui alcuni famigliari delle vittime attoniti per il verdetto di secondo grado.

 «La corte e' entrata oggi per pronunciare una sentenza che rende ancor più palese cosa sia questo Stato nemico, commenta invece Enza Blundo, senatrice del Movimento 5 Stelle. «Non difende i suoi cittadini, ma usa il potere per ribaltare l'unica sentenza che aveva reso giustizia ai 309 martiri, ai loro familiari e alla cittadinanza ferita e danneggiata da una manipolazione mediatica e politica, che e' ben lontana dal ruolo scientifico che tali "eccellenze" avrebbero dovuto svolgere. Non si chiedeva alcuna condanna alla scienza, bensì alla negligenza praticata».

RIBALTATA SENTENZA DI PRIMO GRADO
E’ stata dunque completamente ribaltata la sentenza di primo grado.
Nelle circa 950 pagine di motivazioni della sentenza di condanna di primo grado il giudice del tribunale dell'Aquila, Marco Billi, aveva usato parole dure nei confronti dei componenti, tra cui esperti di terremoto e scienziati.
«Non si tratta di un processo alla scienza», scrisse il giudice di primo grado, «e non si tira in ballo la previsione dei terremoti, cosa "non possibile"».
«Il compito degli imputati, quali membri della commissione medesima – scrisse ancora Billi - non era certamente quello di prevedere (profetizzare) il terremoto e indicarne il mese, il giorno, l'ora e la magnitudo, ma era invece, più realisticamente, quello di procedere, in conformità al dettato normativo, alla 'previsione e prevenzione del rischio'».
Per il giudice Billi, «gli argomenti trattati durante la riunione e le valutazioni hanno avuto diffusione ampia e immediata» attraverso gli organi di informazione, e «possono aver inciso sui processi volitivi delle vittime nella notte a cavallo tra il 5 e il 6 aprile».
E poi ancora: alla data del 31.3.09, «gli imputati conoscevano ed avevano a disposizione una serie di indicatori per formulare un adeguato giudizio di prevedibilità del rischio a fini di prevenzione. Naturalmente», proseguì Billi, «non si vuole sostenere che, sulla base del dato storico, poteva prevedersi la scossa del 6.4.09 o che, sulla base della conoscenza del dato storico, gli imputati avrebbero dovuto lanciare allarmi alla popolazione di scosse imminenti o evacuare l’intera città».
Inoltre il giudice sostenne che il dato rappresentato dalla storia sismica della città di L’Aquila, «costituiva un valido indicatore, un elemento indubbiamente importante da considerare e da valutare con il dovuto grado di approfondimento nell’analisi rischio sismico. Dalla lettura del verbale ufficiale e della bozza di verbale e da quanto riferito dai testi presenti alla riunione risulta, invece, che il tema fu pressoché trascurato o venne analizzato in modo assolutamente superficiale».