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Abruzzo. Salvare la Carichieti, questo è il problema

La Fondazione è incerta e lascia solo il dg contro Bankitalia

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Abruzzo. Salvare la Carichieti, questo è il problema




CHIETI. Allarmano, invece di rassicurare, le dichiarazioni tranquillizzanti rilasciate da Pasquale Di Frischia, presidente della Fondazione Carichieti, al termine della riunione del Comitato di indirizzo che si è tenuta giovedì scorso.
Non sono contenute in un comunicato ufficiale, come è d’obbligo quando si affrontano argomenti delicati come la sopravvivenza della Cassa di Risparmio sottoposta al commissariamento della Banca d’Italia.
Le dichiarazioni sembrano più orientate a dare un’immagine di comodo del clima interno alla Fondazione (che della Carichieti possiede l’80% delle azioni) e non a far conoscere cosa in verità si è detto in quella riunione, che non dovrebbe essere stata – come riferiscono più fonti – così tranquilla come si vuol far credere.
E se così è stato, siamo di fronte ad un’operazione di “disinfomatia” che nasconde qualche progetto inconfessabile?
La riunione si è infatti conclusa tra le contestazioni di alcuni consiglieri, in disaccordo con i contenuti dell’incontro: dalla relazione dell’avvocato Giancarlo Tittaferrante sul valore dell’unico bene in possesso della Fondazione (cioè Palazzo de Mayo), all’incarico ad un advisor per la stima del valore delle azioni da vendere (in passato si era parlato di un 5%, che però oggi sembra insufficiente per risanare i debiti sia della Fondazione stessa che le esposizioni della Carichieti rilevate da Bankitalia) ed infine al piano strategico per i prossimi anni di gestione. 


Prossimi anni?
Forse è un pò azzardato dirlo, se il progetto inconfessabile è la vendita della Carichieti a qualche gruppo bancario nazionale, dopo che il commissario Riccardo Sora avrà svelato i “buchi” segreti nelle casse e nel bilancio osservato da Bankitalia. Insomma potremmo essere di fronte ad una riedizione  dell’esperienza Tercas, in cui lo stesso Sora è entrato con un debito preannunciato di 300 mln ed è uscito con sofferenze di 600, cioè il doppio del “buco” scoperto inizialmente.
Voragine che non è stata sanabile con capitali abruzzesi tanto che ha richiesto l’arrivo – cioè l’acquisto di Tercas – da parte della Banca popolare di Bari che ha impegnato 280 mln di euro.
Stesso destino per Carichieti? Molti lo temono, e non solo per una questione di campanile visto che questa era l’unica Cassa di risparmio rimasta espressione del suo territorio, dopo l’ingloriosa fine di Caripe e Carispaq (e magari anche della Bls, ora Bper), con tutte le conseguenze sul credito agli imprenditori locali.
 E così alla Fondazione, che peraltro ha effettuato solo una visita di cortesia (quasi una resa senza condizioni) al commissario Riccardo Sora, invece di un dibattito serio per difendere o no la territorialità di questa banca, è andato in onda il solito minuetto delle liti interne, quelle che hanno caratterizzato gli ultimi anni della gestione di Carichieti. 


Perché a ben riflettere – disinformatia o no – i fatti sono che negli ultimi anni sono cambiati tre presidenti di Fondazione (Di Nisio, Sanvitale e Di Frischia), due presidenti di Carichieti (Codagnone e Falconio), due direttori generali (Di Tizio e Sbrolli), segno inequivocabile di appetiti forse non soddisfatti e di operazioni non andate a buon fine, come ad esempio il millantato tentativo di acquisto di Carichieti da parte di Tercas che aveva già i suoi problemi o la gestione del credito che non è piaciuta ai poteri locali (e nemmeno a Bankitalia).
Insomma tutto rimanda a regìe esterne che avrebbero deciso l’incorporazione della Cassa di risparmio in un gruppo bancario più grande,  secondo quella che è l’indicazione ben nota e generalizzata di Bankitalia. E così la Fondazione sembra aver già abbandonato il tentativo di salvataggio della “sua” Cassa di risparmio e ha abdicato anche alla sua difesa rispetto alle contestazioni degli ispettori che poi l’hanno fatta commissariare.
Il tutto è stato lasciato nelle mani del direttore Roberto Sbrolli, che oggi rientra in servizio dopo un periodo di malattia, e che sarà l’unico impegnato nelle controdeduzioni da spedire in Bankitalia per difendere il suo operato. Da come sarà accolto dal commissario si capirà se Bankitalia mira al risanamento della Carichieti per farla camminare con le sue gambe o alla sua vendita. Ma lasciare il dg da solo a difendere la Cassa è l’ennesima prova di una politica debole, quella che non ha saputo reagire ai molti scippi subìti da Chieti e che non sa unirsi di fronte ad un commissariamento che forse è stato intempestivo e pasticciato.

Sebastiano Calella