SPUNTI DI RIFLESSIONE

Il sacco de L’Aquila: il terremoto silenzioso, la vergogna e le offese alla città

Non c’è pace per i comuni terremotati oggi assediati dagli effetti delle truffe della ricostruzione

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Il sacco de L’Aquila: il terremoto silenzioso, la vergogna e le offese alla città

L'OPINIONE. L’AQUILA.  Case che cadono a pezzi senza terremoti, balconi di palazzine antisismiche sotto sequestro perché «pericolosi per la pubblica incolumità», scuole consolidate per finta e studenti messi a rischio (solo ieri 7 indagati), ancora traslochi coatti, ancora vessazioni “legali”. Ancora lo strazio dei processi e dei colpevoli fantasma.
Sarebbe bastato il terremoto del 6 aprile 2009 e le 309 vittime. Sarebbe bastato il dolore per la catastrofe “naturale” che ha distrutto una città (costruita male) e lacerato i cuori per il lutto. Invece, messa da parte la natura, il resto lo ha fatto l’uomo, quello spregiudicato che riesce a muoversi all’interno delle istituzioni le quali non controllano e non tutelano i cittadini.
Quello che è venuto dopo quel terremoto è il dolore più grande per la terra d’Abruzzo. E’ la vergogna che fa male perché, questo sì , si poteva evitare e non è stato fatto. Che sia chiaro: questo è colpa di tutti, ognuno per la sua quota e la sua parte. Nessuno escluso.
Ora la bella ricostruzione cinematografica non c’è più, tutti quelli che in qualche modo hanno approfittato della tragedia sono in gran parte andati via lasciando una scia di dolore  e disagi, il Progetto Case cade a pezzi e si scoprirà con colpevole ritardo che tutti gli allarmi lanciati in tempo reale erano fondati. 

NON VEDO, NON SENTO, NON RIFLETTO, NON VOGLIO

Eppure c’era chi aveva capito e chi denunciò. Le ‘case di cartone’: da subito si disse che sarebbero durate 5-8 anni al massimo… Le fognature che non c’erano si scoprirono subito…così come le prime, anomale, infiltrazioni o pareti ammuffite in case ‘nuove’ di zecca eppure costate come l’oro.
700 telefonate in un giorno  per segnalare problemi e guasti alle abitazioni «del grande miracolo aquilano», era dicembre del 2010…

 Ruggine, lavori a metà, garage allagati, ringhiere montate al contrario ma la Protezione Civile ha sempre minimizzato: «i difetti sono numericamente quasi irrilevanti rispetto alle dimensioni dell'intero progetto, che ha visto la costruzione di 4.449 appartamenti».
Ma i tecnici del Comune dell'Aquila avevano già le idee chiare e in un rapporto
 (difficile pure da visionare)   scrissero «alcune ditte per ovviare al problema, hanno escogitato soluzioni artigianali, costruendo contenitori in acciaio e tubazioni di scolo a vista, eludendo palesemente la riparazione della causa delle perdite».
Si sbaglia se si dubita profondamente di tutte quelle persone che non solo non si sono accorte ma non hanno nemmeno voluto ascoltare e persino hanno deriso coloro che invece denunciavano il pericolo oggi concreto?

RITARDO COLPEVOLE

Quattro anni dopo: il crollo di un balcone, per fortuna nessun morto; sigilli a decine di appartamenti e una inchiesta che dovrà accertare cosa sia accaduto. Si sbaglia se si dice che qui non è solo questione di profonda imperizia ma di qualcosa di molto più grave e preoccupante?
Oggi si prende nota di fatti: quattro anni dopo perché prima le istituzioni e la politica si sono dimostrati per la gran parte sorda o distratta.
Erano i tempi della protezione civile di Bertolaso e delle visite di Berlusconi, delle bottiglie di Champagne e degli annunci tranquillizzanti che la mafia, no, non sarebbe arrivata.
 Erano i tempi del prefetto Gabrielli che poi è diventato il numero uno della Protezione civile. Erano i tempi di Cialente e del commissario Chiodi e dei capricci l’uno contro l’altro. Erano i tempi della Pezzopane presidente della Provincia.  L’Aquila era stordita dal dolore e in pochi si sono accorti di quello che stava accadendo sotto il loro naso.
Già quella sera tremenda del 2009 qualcuno rideva e si sfregava le mani per gli appalti che sarebbe riuscito a rubare ma a conti fatti erano molti quelli che si sono dati da fare per lucrare sulla tragedia.
Questo è un fatto. Come è un fatto che non si ricordano grandi inchieste su appalti della Protezione civile.
Poi però con il tempo si sono scoperti appalti truccati e mazzette; di recente è stato chiaro che per guadagnare di più bisognava risparmiare sui materiali e con un maggior guadagno aumenta il rischio di corruzione.
Se però i materiali sono scadenti e i lavori fatti male, prima o poi le conseguenze si vedono e si avvertono.
Se si risparmia sui materiali può capitare che il legno della New Town diventi una spugna e si impregni di acqua fino a crollare perché questo è solo incollato e non bullonato, può capitare anche che per guadagnare di più si scriva sulla carta che le scuole siano state consolidate ed invece non è stato fatto mettendo a rischio centinaia di ragazzi.

LE ISTITUZIONI NON TUTELANO I CITTADINI

E tutto questo accade perché le istituzioni non sono state in grado di tutelare i cittadini e di vigilare.
I controlli promessi si sono dimostrati vani, le collusioni e le omertà più forti della legalità e della incolumità.
Indagare oggi su fatti lontani anni significa rischiare di rimanere con un pugno di mosche e continuare ad offrire ai cittadini quel senso di sconfitta che solo gli impotenti conoscono, mentre i furbi e gli spregiudicati continuano a ridersela.
Le grida, le proteste, la richiesta di una ricostruzione condivisa e dal basso da parte del popolo delle carriole e degli aquilani non sono bastate. Alla fine gli indignati sono in pochi e pure mazzolati e processati.
Il terremoto silenzioso continua a mietere vittime: la giustizia e l’equità sociale, i diritti inviolabili, la salute e la sicurezza.  I diritti più preziosi per una società civile sono moribondi sotto le macerie delle istituzioni che cadono a pezzi e senza soldi.
E’ un terremoto che non fa più notizia e che anestetizza.
Che altro ancora deve succedere per toccare il punto più basso? C'è un limite anche a questa tragedia?
Oggi a metabolizzare “il sacco de L’Aquila”, depredata e offesa, sono rimasti solo gli aquilani, quelli che hanno deciso di restare nonostante tutto.

Indifesi, offesi e presi in giro. Oggi più che mai.
a.b.