LE CARTE

Inchiesta Bussi bis: il pm:«la Solvay non è colpevole per la mancata messa in sicurezza»

L’accusa chiederà l’archiviazione. Sarà il gip a dover decidere

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Inchiesta Bussi bis: il pm:«la Solvay non è colpevole per la mancata messa in sicurezza»



BUSSI. Fece scalpore a febbraio 2014 il sequestro bis di un’ampia zona nel territorio di Bussi -tra l’altro già sequestrato nella maxi inchiesta della Forestale del 2007.
Vennero sequestrate le discariche individuate come 2 a e 2b perché -riteneva la procura- che la Solvay (dal 2001 proprietaria di quelle aree) non aveva messo in sicurezza i terreni e questi avevano continuato a danneggiare l’ambiente spargendo inquinamento e veleni.
Indagati i vertici della società belga Sovay e l’inchiesta ebbe una vasto eco e riportò alla ribalta l’enorme scandalo dei veleni di Bussi il cui procedimento penale principale è in corte di assise a Chieti e va verso la sentenza di primo grado.
Ora i pm Giuseppe Bellelli e Anna Rita Mantini (gli stessi che rappresentano l’accusa nel processo) dopo un anno di indagini e lettura delle corpose memorie difensive sono arrivati alla conclusione che le cose vanno viste in maniera un po’ di versa e che per quanto riguarda la mancata messa in sicurezza non vi siano i presupposti per sostenere una accusa in un processo.

LE ACCUSE ED IL SEQUESTRO
Nell'ordinanza di sequestro si ripercorrevano ben 13 anni di incontri istituzionali, di dibattiti e di relazioni sull'inquinamento sempre più preoccupante dell'area.
Per esempio in una riunione del 28 ottobre 2008 veniva evidenziato che all’interno del Sito di interesse nazionale di Bussi vi erano due discariche di proprietà Solvay ubicate proprio nell'area di pertinenza del sito industriale.
Si sollecitava l'avvio dell'attività di messa in sicurezza, disposta (nota numero 28930 del 23 dicembre 2008) dal Ministero dell'Ambiente e ribadita qualche mese dopo (nota 3284 del 17 febbraio 2010) con le linee guida della messa in sicurezza.
Nelle note indicate si sollecitava la proprietaria dell'area ad attuare significativi interventi di messa in sicurezza delle aree ed ogni accorgimento utile ad evitare che le stesse, già contaminate, causassero l'inquinamento ulteriore delle falde acquifere sotterranee.
In particolare nella prima nota del 2008 si chiedeva «l'immediata implementazione di misure di messa in sicurezza d'emergenza delle discariche poste a monte del sito attraverso la impermeabilizzazione superficiale»; si doveva inoltre dare il via ad «idonee misure per la messa in sicurezza e la rimozione dei rifiuti sparsi» oltre che la sospensione di «qualsiasi attività di scavo non legata alla messa in sicurezza».
Infine, dopo aver ottemperato ai punti precedenti, la stessa Solvay avrebbe dovuto «valutare l'efficacia delle eventuali barriere idrauliche costruite» e dunque l'interruzione dell'inquinamento».
Tutte queste cose secondo la procura non sarebbero state effettuate mentre la società sostiene il contrario e si dice pronta a provarlo.

13 PAGINE CHE POTREBBERO RISOLVERE I PROBLEMI DELLA SOLVAY
In 13 pagine i pm motivano al gip (che dovrà decidere se archiviare o meno) le ragioni che sono maturate durante le indagini.
La prima e più importante è che i vertici indagati della Solvay non avevano alcun compito specifico ed esecutivo in materia ambientale ma erano semplicemente rappresentanti legali della società. Questo comporta che mancherebbe l’elemento soggettivo necessario per il reato (in questo caso di disastro e inquinamento) cioè mancherebbe la volontà o la prova della loro consapevolezza. Inoltre, agli atti sono finite centinaia di pagine di carteggio tra Solvay e ministero dell’Ambiente nel quale si raccontano quasi 15 anni di interlocuzioni burocratiche e farraginose volte a pianificare la messa in sicurezza e la bonifica. I primi anni sono andati via in discussioni sul metodo “leggero”, poi è subentrato il discorso di una bonifica “pesante” e più complicata, poi si è innestato il discorso della reindustrializzazione che ancora oggi tiene banco e non si è risolta.
Insomma un mare di chiacchiere che non fa altro che provare come la mancata bonifica e messa in sicurezza sia dovuta alla lentezza fisiologica della burocrazia e ad ogni modo appare chiaro- secondo i pm- che la Solvay pur volendo aveva le mani legate dalla… macchina burocratica.
Un altro ordine di problemi illustrato dai pm riguarderebbe poi provare nel processo anche il nesso di casualità tra le discariche non bonificate e «l’evento della contaminazione (o maggiore contaminazione)» delle falde acquifere, rintracciate al di sotto delle aree interne dello stabilimento.
In altre parole in un eventuale processo ci si ritroverebbe a dover dimostrare che la mancata messa in sicurezza avrebbe prodotto un danno e, dunque, un inquinamento maggiore ma difficilmente misurabile e quantificabile. Allora mancherebbe una parte della prova che l’ordinamento giuridico reputa necessaria.
Inoltre nella relazione tecnica del perito della procura si legge che «la falda acquifera superficiale non entra in contatto diretto con i rifiuti contenuti nelle discariche nord; la falda acquifera superficiale, nell’area delle discariche in esame, assume bassissima mobilità e l’eventuale percolamento dei contaminanti resterebbe depositati al di sotto delle discariche stesse (in tal senso dai dati registrati dai piezometri di controllo ubicati a valle delle discariche); nell’area delle discariche non esisterebbe una falda acquifera profonda».
Il consulente tecnico della procura comunque ha evidenziato che qualcosa pure venne fatto dalla Solvay come l’attivazione della barriera idraulica che «ebbe comunque un significativo effetto di contenimento della diffusione dei contaminanti».
Dai dati portati dalle difese (che hanno prodotto anche analisi dell’Arta Abruzzo) si evidenzia in definitiva che la contaminazione «all’interno dell’area di stabilimento è costante».
Facile ipotizzare una opposizione ad una eventuale archiviazione da parte dell’odierna Edison (l’ex Montedison) che aveva denunciato e fatto avviare questa inchiesta tendendo ad addossare almeno una parte delle colpe dell’inquinamento alla Solvay.
I pm, però, dicono che le cose scritte in querela non sono state riscontrate.
Anzi Edison avrebbe voluto che si accertasse che l’inquinamento dei Pozzi Sant’Angelo (quelli che hanno portato acqua contaminata per 20 anni) era causato anche dalle discariche 2a e 2b, quelle attualmente di proprietà della Solvay.
Il perito della procura però ha chiarito che quei pozzi sono stati contaminati sostanzialmente dalla discarica Tre Monti di proprietà della Edison (che oggi è chiamata a difendersi nel processo di Chieti proprio per l’illecito smaltimento dei rifiuti anche tossici).
Insomma secondo quanto accertato dai pm Annarita Mantini e Giuseppe Bellelli anche da questa inchiesta non emergerebbero verità contrastanti con quelle già emerse nell’inchiesta principale su Bussi.

GLI INDAGATI
Le persone attualmente indagate e che si avviano verso un proscioglimento sono:
Bruno Aglietti, rappresentante legale e amministratore delegato della Solvay Chimica Bussi spa,
Stefano Spezzaferro, amministratore delegato di Solvay Chimica Bussi spa fino al 4 agosto 2009
Kristian Thomas Domicic Sanksida, amministratore della Solvay Specialty Polimers Italy spa dal 1 gennaio 2013, Marco Martinelli, già amministratore della Solvay Specialty Polimers Itali per il 2012, Augusto Di Donfrancesco amministratore dal 2011 al 2012, Jacques Francois Joris Pierre amministratore dal 2006 al 2011 e Marco Francesco Colatarci presidente del Cda delle società Solvay dal 2005.
Alessandro Biancardi