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Montesilvano e Pescara; Tar respinge ricorso M5s sul quarto seggio

Niente da fare: le assemblee rimangono inalterate

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PESCARA. Il Tribunale amministrativo regionale per l'Abruzzo, sezione di Pescara, ha respinto e dichiarato in parte inammissibile il ricorso presentato dal Movimento 5 Stelle di Montesilvano contro la nomina del quindicesimo componente di maggioranza in Consiglio comunale.
Stessa sorte anche per un ricorso presentato dai colleghi pentastellati di Pescara che anche in quel caso chiedevano un quarto seggio.
I grillini di Montesilvano, difesi in giudizio dal deputato del Movimento, Andrea Colletti, sostenevano che il seggio contestato spettasse all'opposizione, e rivendicavano in particolare per Cristian Di Carlo il quarto banco, assegnato invece a Carlandrea Falcone (Forza Italia), difesa invece dall’avvocato (e vice sindaco) Leo Brocchi.
I pentastellati, dopo il ballottaggio dello scorso 8 giugno, avevano chiesto l'annullamento e la correzione del provvedimento di proclamazione degli eletti, contestando il fatto che, in virtù del premio di maggioranza, erano stati attribuiti alla coalizione vincitrice 15 consiglieri invece di 14 e, conseguentemente, alle liste di minoranza 9 consiglieri invece di 10.

Secondo il Movimento 5 Stelle il dubbio nasceva in quanto il Legislatore non avrebbe stabilito in maniera univoca quale metodo si debba usare per approssimare le cifre decimali del numero di seggi da assegnare alle liste collegate al sindaco, frutto del calcolo del premio di maggioranza al 60% per i comuni sopra i 15.000 abitanti.
La Commissione ha determinato il numero di seggi da attribuire alla maggioranza di Governo nel numero di 15, «approssimando per eccesso», contestavano i grillini, «il numero non intero di 14,4 (frutto del calcolo matematico del 60% del numero complessivo dei seggi disponibili pari a 24) sulla base della giurisprudenza prevalente, anche se non univoca».
Ma il Tar, come detto, ha respinto il ricorso.

Sull’arrotondamento, scrivono i giudici, «la giurisprudenza ormai consolidata in grado d’appello afferma che in caso di quoziente frazionario questo debba essere arrotondato all’unità superiore, fino a raggiungere comunque il 60% ed il Collegio non ha motivo di discostarsene, poiché il dato testuale non consente affatto un arrotondamento al quoziente superiore della cifra spettante alla minoranza, atteso che tale cifra non è contemplata dalla norma, che si limita a prevedere il premio del 60% in favore della maggioranza, ed è altresì evidente che un arrotondamento per eccesso della quota di minoranza determinerebbe la violazione diretta della norma abbassando la cifra della maggioranza al di sotto del 60%»

IL RICORSO DI PESCARA
Ed è stato respinto, come detto, anche il ricorso analogo presentato dai grillini al Comune di Pescara, difesi dall’avvocato Loredana Di Giovanni.
Anche in questo caso il Movimento 5 Stelle avrebbe voluto un quarto seggio, per Manuela Galli, assegnato invece alla maggioranza, a Giuseppe Bruno, dei Liberali per Pescara, in base al contenuto di alcune sentenze del Consiglio di Stato. E il ricorso era stato presentato proprio per contestare il sistema di calcolo adottato dalla Commissione elettorale.
La contestazione dei grillini si concentrava sul calcolo del premio di maggioranza e, quindi, sulla decisione della Commissione elettorale di assegnare, dopo arrotondamento per eccesso, 20 seggi alla maggioranza e 12 all’opposizione, anziché 19 e 13.
«L’arrotondamento all’unità superiore», scrivono i giudici, «trova valida giustificazione nel fatto che applicando il criterio ordinario, verrebbe infranto “in minus” il tassativo limite del 60%, posto come uno sbarramento assoluto da rispettare in base al criterio della stabilità del governo dell’ente locale. Quanto illustrato, trattandosi di una ragionevole scelta discrezionale del legislatore, esclude ogni rilevanza alla sollevata eccezione di costituzionalità».
I giudici fanno anche rilevare che per le elezioni comunali di città, con abitanti superiori ai 15.000,00, «volendo attenersi alla “ratio legis”, l’arrotondamento non sarebbe previsto e potrebbe ritenersi inapplicabile; va, però, considerata l’avvenuta riduzione del numero dei consiglieri del 20%, che ha infranto la logica delle quote pari, ponendo il problema delle frazioni decimali, di qui il possibile utilizzo dell’indicazione contenuta negli artt. 71 e 75 citati, da considerare valida per tutte le operazione elettorati, quale regola stabilita “una tantum” e come “dictum est”».