SEGRETI E VELENI

Uda in crisi: Dipartimenti come «luogo di mercimonio di cariche»

Alle accuse di D’Antuono seguono quelle del professor Gaetano Bonetta

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Uda in crisi: Dipartimenti come «luogo di mercimonio di cariche»




CHIETI. Ci sono state telefonate preoccupate tra la struttura amministrativa del Dipartimento di lingue della d’Annunzio ed i vertici vecchi e nuovi dello stesso Dipartimento dopo l’auto-denuncia delle presunte irregolarità amministrative interne divulgate dall’ex direttore Nicola D’Antuono.
Ma non è solo questo il senso della lettera da lui inviata ai vertici della d’Annunzio, al Senato accademico ed a tutti i docenti della sua facoltà. E’ vero che il lungo testo contiene una descrizione delle pressioni e degli interessi personali dei docenti che afferiscono a questa struttura, ma c’è anche un quadro che svela i meccanismi non sempre e solo meritocratici che girano intorno agli incarichi di insegnamento. Insomma i rimborsi facili e «le missioni di studio e di svago pazzesche, i viaggi in Italia e all’estero senza documentazione probante» – sottolineate da D’Antuono - ricordano sicuramente certi vizietti della casta dei politici (su cui la Guardia di Finanza ha indagato a fondo con esiti devastanti per gli amministratori pubblici), ma se confermati rientrano nel malcostume molto diffuso di utilizzare i soldi pubblici per finalità non istituzionali.
Semmai c’è da chiedersi perché il professor D’Antuono li denuncia solo oggi e perché non hanno funzionato i sistemi di controllo della contabilità dei Dipartimenti (di cui peraltro si sono lamentati anche i Revisori dei conti). Ma quello che nella lettera è nuovo ed ancor più devastante è il capitolo dedicato alle contrattazioni per gli incarichi di insegnamento, che apre uno squarcio sulla scelta dei docenti, quando all’esterno si parla di merito e di trasparenza.

LE CONTRATTAZIONI INTERNE PER SCEGLIERE I DOCENTI DI LINGUE
Scrive il professor D’Antuono: «le discussioni, scartate le progressioni di carriera per gli abilitati alla I fascia, e tenuto conto che i risultati delle abilitazioni del settore concorsuale di anglistica non si ebbero prima del 7 agosto, si protrassero per settimane e vertevano sui seguenti punti: arabistica: due abilitati con un altro abilitato eventualmente concorrente afferente al Dipartimento di Lettere, Scienze e Arti. Cinese, con un docente non ancora confermato per attendere i risultati della seconda tornata per verificare l’eventuale abilitazione di un altro. Glottologia: due abilitati, a parte la non piena conformità con gli indicatori del documento del Senato accademico, si accettò il suggerimento del professor Carlo Consani di far slittare per evitare conflittualità tra due aspiranti, attesa anche la volontà di un altro candidato che chiedeva di verificare i risultati della seconda tornata. Italiano: io stesso – scrive sempre D’Antuono - avevo proposto ad un candidato di attendere (e in verità c’era anche rimasto male chiedendo degli impegni meno evasivi) per evitare una critica a miei presunti favoritismi nei suoi confronti in quanto dello stesso settore. Non vi è stata nessuna cervelloticità nella strategia. È stata applicata una strategia politica molto lungimirante suggerita dal Rettore a tutti i direttori dei Dipartimenti. Gli uffici amministrativi erano a conoscenza che appena dopo la consultazione elettorale il Dipartimento sarebbe stato chiamato a deliberare sulla proposta. Il meccanismo procedurale era stato seguito anche da altri Dipartimenti, come si potrà dedurre dai verbali del CdA del 23 settembre».

Insomma il quadro delle vicende interne, al di là della questione “soldi”, rivela una gestione molto lontana da quello che ci si aspetta da una facoltà universitaria. Infatti nella lettera non si affronta nessun tema vicino alla didattica, gli studenti non esistono nemmeno all’orizzonte, e i contenuti degli insegnamenti ed i problemi della facoltà non vengono mai accennati. I vertici UdA potevano non sapere?
La valutazione della gravità di questa autodenuncia (che la professoressa Augusta Consorti ha chiesto di discutere al più presto) dipenderà dalle iniziative del rettore e del direttore per disinnescare questa mina vagante che rischia di danneggiare l’immagine della d’Annunzio e non solo.
Perché se l’aspetto della contabilità traballante accende un faro che getta una luce inquietante sulla trasparenza del Dipartimento a gestione D’Antuono (il che rischia di stuzzicare la curiosità della GdF), la didattica usata a fini di “svago pazzesco” disegna plasticamente la crisi della d’Annunzio, non più luogo di studio e di ricerca, ma istituzione autoreferenziale che prescinde dalla sua mission di formare gli studenti.

IL PROFESSOR GAETANO BONETTA DENUNCIA LA CRISI DEL SUO DIPARTIMENTO
Che la vicenda del Dipartimento di lingue non sia solo un episodio casuale, ma il primo sintomo di una crisi strisciante di tutto l’Ateneo a gestione Di Ilio-Del Vecchio, lo dimostra un’altra lettera, peraltro del tutto indipendente rispetto a quella del professor D’Antuono, come conferma lo stesso Bonetta: «io nemmeno sapevo di quella missiva. Da due anni tacevo, ma siccome sono uno che le cose le dice e non le manda a dire, ho dato voce al mio disagio illustrando cosa succede nel mio Dipartimento».
E così, mentre la maggior parte dei docenti osserva un rigoroso silenzio di fronte a questa e ad altre vicende che connotano negativamente la vita della d’Annunzio ogni tanto il disagio scoppia come un “vulcanello”.
Questa volta a scrivere è il professor Gaetano Bonetta, che denuncia il fallimento del suo Dipartimento di scienze filosofiche, pedagogiche ed economico-quantitative attribuendone la responsabilità non soltanto alla riforma Gelmini ed alla scarsità delle risorse quanto al fatto che le scelte più penalizzanti sono giunte proprio dai colleghi e dai vertici UdA. Il che dimostra lo scollamento interno dell’Ateneo e la cattiva gestione delle dinamiche interne che fanno apparire il suo Dipartimento – che sta per rinnovare la direzione - «come luogo di mercimonio di cariche istituzionali».

Come «direttore uscente – continua Bonetta – non intendo accettare la candidatura finché permangono le condizioni di conflittualità esistenti, in un contesto di fratture, di incomunicabilità, di veleni e di antagonismi pregiudiziali. Né voglio sottostare ad alcuna trattativa di corridoio».
E così conclude Bonetta, con una frase che nella sua semplicità ed ovvietà ricalca lo schema dell’appello a D’Alema nel film di Nanni Moretti: «diciamola una parola di cultura, di ricerca, di scienze umane. Parliamo di studi e non di orticelli privati. Basta con il declino del Dipartimento imposto dalla legge Gelmini e dalla sua pratica applicazione “made in UdA”». Come dire che se D’Antuono piange, Bonetta non ride. E la d’Annunzio sta messa proprio male.

Sebastiano Calella