LA PROTESTA

Blocco stipendi Polizia, oggi lo sciopero di tre ore. Ma tra i sindacati è rottura

Siulp e altri contro la manifestazione di oggi: «è uno scioperetto»

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Blocco stipendi Polizia, oggi lo sciopero di tre ore. Ma tra i sindacati è rottura



ROMA. «Le scelte politiche del Sap e della Consulta non ci sembrano compiute nell'interesse dei colleghi».
E’ guerra tra sindacati di polizia per lo sciopero che si terrà nella giornata di oggi per 3 ore. Gli agenti protestano ormai da mesi per lo sblocco degli stipendi e del tetto salariale. Oggi dalle 11 alle 14 astensione dal lavoro per farsi sentire dalla politica nazionale affinché siano messi sul piatto quei fondi utili per gli straordinari, per l'acquisto per l'acquisto e la manutenzione degli automezzi.

Ma Siulp, Siap, Silp Cgil, Ugl Polizia, Coisp e Consap nono approvano la scelta dei colleghi e sostengono che la mobilitazione di oggi sarà solo «un estremo tentativo di far saltare l'accordo faticosamente raggiunto con il Governo per recuperare gli errori strategici commessi fino ad oggi».
Perché, insistono i sindacati contrari allo sciopero, «notizie recenti fanno ben comprendere che la vertenza sullo sblocco del tetto salariale si stia avviando verso una soluzione positiva. La prudenza è d'obbligo, ma gli ultimi incontri a Palazzo Chigi e le formali dichiarazioni del sottosegretario Lotti e dei ministri Alfano, Pinotti e Padoan costituiscono la prova che il Governo ha finalmente compreso le ragioni della nostra protesta».
Per Siulp e gli altri, dunque, la dichiarazione di sciopero è inizialmente servita a scuotere l'inerzia della politica, ma anche a richiamare l'attenzione della società civile verso una parte dello Stato, «la cui efficienza rappresenta il presupposto fondamentale per i diritti costituzionali di ogni singolo cittadino. Un aspetto questo ben compreso dal Governo che ha subito dato delle risposte positive e concrete per la risoluzione della vertenza, chiedendo in cambio una distensione del conflitto e un riavvicinamento dei sindacati sul piano del confronto». 

Insomma secondo i sindacati che oggi dicono no allo sciopero ci sarebbero ottime possibilità di una soluzione della vertenza. In sintesi, nella sua contropartita il Governo ha chiesto segnali di responsabilità. «Ma il Sap e gli altri sindacati della Consulta Sicurezza, dopo aver tanto criticato la nostra dichiarazione di sciopero e le altre iniziative di protesta, hanno indetto a livello nazionale assemblee sui posti di lavoro, una “nobile” astensione dal servizio, per protestare contro un Governo che si è appena impegnato formalmente a riconoscerci quanto rivendicato».
Il Siulp e gli altri parlano di «uno “scioperetto” mascherato è dimostrato dal fatto che le organizzazioni sindacali promotrici hanno chiesto ai singoli colleghi di presentare istanza di partecipazione al proprio dirigente. Lo scopo purtroppo è chiaro: l'istanza rappresenta un modo implicito per quantificare numericamente la partecipazione allo “scioperetto” o astensione dal servizio, come vogliono chiamarlo. A parte la scorrettezza nei confronti dei colleghi che non sono stati sufficientemente informati, da parte nostra ci preme evidenziare che tale anomala procedura, rispetto alle norme della L.121/1981 che disciplinano l'assemblea sui posti di lavoro, determina un precedente pericoloso a scapito dei diritti sindacali».

«SODDISFATTI DELLO SCIOPERO»
«Siamo molto soddisfatti: la giornata di mobilitazione dei poliziotti penitenziari aderenti al Sappe, primo e più rappresentativo Sindacato dei Baschi Azzurri, è stata un successo di partecipazione e adesione in Abruzzo e in tutti gli istituti e servizi penitenziari italiani».
Lo dichiarano Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, e Giuseppe Ninu, segretario regionale Sappe per l’Abruzzo.
«Abbiamo spiegato le ragioni della nostra mobilitazione, che permane perché ad oggi, al di là delle promesse e  di dichiarazioni di impegno, non sappiamo nulla sul reperimento di fondi per superare l’impasse del tetto salariale dei poliziotti penitenziari e degli altri operatori del Comparto Sicurezza, Difesa e Soccorso pubblico. Servono provvedimenti concreti, non bastano gli impegni. Certo, se è vera la notizia di un incontro con il Presidente del Consiglio Renzi il prossimo 7 ottobre, perché ufficialmente almeno a noi del Sappe non è arrivata alcuna convocazione, è indubbiamente una buona notizia: sarà l’occasione per chiarire qualche malinteso e qualche travisamento. Rivendicare il diritto ad avere salati adeguati, il diritto di denunciare che i  nostri stipendi sono fermi da 4 anni non è insubordinazione ma l’esercizio di un diritto garantito dalla Costituzione e la palese espressione di un diffuso malessere. E se a farlo sono coloro che ogni giorno rischiano la vita per la sicurezza del Paese, beh, questo deve fare seriamente riflettere….», concludono i sindacalisti del Sappe.
«SODDISFATTI DELLO SCIOPERO»

«Siamo molto soddisfatti: la giornata di mobilitazione dei poliziotti penitenziari aderenti al Sappe, primo e più rappresentativo Sindacato dei Baschi Azzurri, è stata un successo di partecipazione e adesione in Abruzzo e in tutti gli istituti e servizi penitenziari italiani».Lo dichiarano Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, e Giuseppe Ninu, segretario regionale Sappe per l’Abruzzo.«Abbiamo spiegato le ragioni della nostra mobilitazione, che permane perché ad oggi, al di là delle promesse e  di dichiarazioni di impegno, non sappiamo nulla sul reperimento di fondi per superare l’impasse del tetto salariale dei poliziotti penitenziari e degli altri operatori del Comparto Sicurezza, Difesa e Soccorso pubblico. Servono provvedimenti concreti, non bastano gli impegni. Certo, se è vera la notizia di un incontro con il Presidente del Consiglio Renzi il prossimo 7 ottobre, perché ufficialmente almeno a noi del Sappe non è arrivata alcuna convocazione, è indubbiamente una buona notizia: sarà l’occasione per chiarire qualche malinteso e qualche travisamento. Rivendicare il diritto ad avere salati adeguati, il diritto di denunciare che i  nostri stipendi sono fermi da 4 anni non è insubordinazione ma l’esercizio di un diritto garantito dalla Costituzione e la palese espressione di un diffuso malessere. E se a farlo sono coloro che ogni giorno rischiano la vita per la sicurezza del Paese, beh, questo deve fare seriamente riflettere….», concludono i sindacalisti del Sappe.