LA MATASSA

Carichieti, penalizzata dalla «continuità» e dalle «influenze esterne»

Un lungo elenco di criticità che non smentiscono il risanamento in corso

Redazione Pdn

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CARICHIETI

Carichieti




CHIETI. C’è una contraddizione di fondo nelle motivazioni del commissariamento della Carichieti ad opera della Banca d’Italia: i vertici esautorati (presidente Mario Falconio, CdA e Revisori dei conti) prima vengono bacchettati come incapaci e/o poco degni di fiducia, poi, comunque, sembra vengano indicati come “risanatori” ma devono in ogni caso  andare via.
 Trattamento simile anche per il direttore Roberto Sbrolli, che ieri non si è fatto vedere in ufficio per ferie improvvise e che pur restando temporaneamente in carica di fatto viene accusato di essere la continuità rispetto al passato già sanzionato (ma non commissariato) da Bankitalia.
In molti non riescono a spiegarsi il perché  via Nazionale non sia intervenuta in maniera così drastica prima del 2011. Proprio in quell’anno fu proprio Bankitalia a scegliere di salvare la Cassa di Risparmio travolta da grosse operazioni andate male (Merker, Flash bank, Pescara project, Paglione ed altre) che hanno bruciato circa 200 mln di euro senza provvedimenti clamorosi da parte di alcuno.
Di fatto nel provvedimento notificato alla Carichieti si legge che i vertici sono  esautorati per «gravi irregolarità amministrative».
 La contraddizione – che è il vero filo conduttore di tutte le criticità contestate alla governance - si incontra già nel punto 1 (Area di governo e controllo), ma prosegue per tutti gli altri paragrafi e nelle tabelle allegate. E addirittura forse anche negli omissis (compresi quelli accanto ai nomi delle società e delle persone elencate nella “Valutazione delle posizioni di rischio” e che non si deve sapere).

«LE INFLUENZE ESTERNE»

Basta leggere i rilievi elencati: le «influenze esterne» subìte dai vertici per i finanziamenti, la «gestione delle parti correlate» attuata con alcuni conflitti di interesse, il rischio di credito, gli anticipi su fatture a cuor leggero, le anomalie nella cessione del quinto dello stipendio e addirittura «l’attività di manutenzione degli impianti di sicurezza, affidata in regime di outsourcing all’ex controllata Genesi srl in assenza di una base contrattuale».
Questi paragrafi contengono insieme la descrizione delle azioni rischiose contestate, ma anche il riconoscimento di quello che è stato fatto per contrastarle o superarle. Inoltre, alla fine del documento che è la base del commissariamento, c’è una tabella dove vengono elencati i crediti incagliati e le sofferenze (che per la gente comune sono la stessa cosa e cioè i soldi prestati e mai rientrati e che hanno favorito i soliti noti) con a fianco tutti i soldi recuperati in bilancio: prima si eccepisce che le cifre in sofferenza scovate da Bankitalia sono maggiori di quelle indicate dalla Cassa, poi si ammette che non solo il tutto è stato rettificato in corso di ispezione ed anche prima, ma che addirittura la gestione ora commissariata è stata capace di recuperare (cioè di risparmiare) nei bilanci precedenti ben 304,7 mnl di euro. Quello che non quadra è il giudizio finale di bocciatura, quando a scuola al massimo si diceva ai genitori che il figlio aveva fatto il massimo sforzo per arrivare alla sufficienza, ma che non c’era riuscito, però il cinque e mezzo passava a sei come premio per la buona volontà messa in campo.

MANCATO RAGGIUNGIMENTO DEGLI OBIETTIVI

Emblematica di questo meccanismo contraddittorio è la prima parte della relazione ispettiva madre del commissariamento.
«Gli organi aziendali hanno manifestato nel complesso una ridotta capacità di indirizzo strategico» ed «hanno mancato sia di realizzare gli obiettivi del piano 2011-2013 sia di definire nuove linee programmatiche».
Seguono diverse contestazioni, dal «deterioramento del portafoglio creditizio» alla scoperta di «maggiori perdite latenti», dalle filiali quasi tutte improduttive allo «scarso contenimento delle spese (auto, fitti passivi e consulenze)».
 Poi in sequenza si bacchettano le «elargizioni discrezionali» per circa 3 mln concesse a dipendenti ed esponenti, perché in contrasto con le linee di indirizzo dell’organo di vigilanza. E qui la critica accomuna «il compenso sostitutivo dell’indennità di carica al precedente presidente, la liquidazione di un vicedirettore e le quote retributive variabili concesse ai dipendenti pur non avendo raggiunto obiettivo minimo per l’erogazione».
Tutto questo mette in cattiva luce gli accordi sindacali aziendali.
Una banca allo sbando? Le casse vuote?
Eppure si legge «la dotazione patrimoniale, tenuto conto delle previsioni ispettive di perdite su crediti, è appena sufficiente ad assicurare la copertura dei requisiti al 31 dicembre scorso».
 Cioè appunto il voto 6 un pò stiracchiato di cui si diceva, ma pur sempre una promozione. Come confermano le prime dichiarazioni del commissario Riccardo Sora sulla solidità della banca che non sembrano rilasciate solo per fronteggiare la possibile fuga dei risparmiatori (ci vuole ben altro).
Un particolare che riconosce che lo stato di salute della Carichieti è in netto miglioramento, anche se il paziente non può essere ancora dimesso?

IL CASO DOMENICO DI FABRIZIO
Le contraddizioni continuano quando si legge che stessi organi esautorati «hanno disatteso gli inviti di Bankitalia a rafforzare i profili di trasparenza e coerenza dei processi decisionali, evitando influenze esterne al consesso».
 Il riferimento è al pensionamento e poi alla contestata nuova assunzione di Domenico Di Fabrizio che - pur in deroga - sarebbe molto, ma molto più grave solo «perché il 4 aprile 2013, in occasione di un incontro alla Banca d’Italia dell’Aquila né il presidente né il direttore ne hanno fatto cenno».

NIENTE AZIONE DI RISARCIMENTO CONTRO EX DIRETTORE DI TIZIO
Altrettanto grave è la censura per la mancata azione di responsabilità del CdA contro l’ex direttore Francesco Di Tizio. Ma in entrambi i casi gli ispettori ammettono che il CdA ha spiegato che le due operazioni criticate sono state decise dopo attenta valutazione. La prima è stata condivisa per consentire un risparmio netto alle casse dell’Istituto, la seconda è stata adottata «sulla scorta di pareri legali che indicavano la mancanza di danni economici per l’azienda», cioè per evitare una brutta figura ed altre spese in un eventuale processo per l’azione di responsabilità all’ex direttore: un processo di questo tipo può avere successo solo se il danno c’è, mentre qui non ci sarebbe stato, sostengono i legali.    
E si potrebbe continuare fino agli anticipi su fatture, alla manutenzione, alle promozioni per accordi interni, insomma criticità apparentemente distanti tra loro, ma accomunate da un comune filo conduttore che porta alla condanna.
La tesi che predomina nel documento tuttavia è che l’attuale gestione insediata nel 2011 avrebbe sostanzialmente continuato a gestire la Cassa di risparmio come quando si dimise il precedente direttore in carica.
Tutto uguale: prima del 2011 e dopo.
Di diverso ora però c’è il commissariamento.
 
Sebastiano Calella