L'INTERVISTA

Caffè Vespucci, chiude il bar storico dopo 40 anni: «no al martirio per lo Stato»

E sabato una grande festa dove brindare per la fine della attività commerciale

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Caffè Vespucci, chiude il bar storico dopo 40 anni: «no al martirio per lo Stato»

Gianluca Monaco

PESCARA. «Ora è ufficiale. Questa mattina alle 9,35, con la presenza del notaio, ho firmato l'atto di cessazione dell'attività. Eutanasia imprenditoriale. Il dito medio si è alzato totalmente. La partita (IVA) è chiusa».
Così si legge sulla pagina Facebook: è solo l’ultimo passo, l'ultima formalità.
Di crisi ce ne sono state tante, il bar Vespucci aperto da oltre 40 anni nell'omonima via, le ha superate tutte con grossi sacrifici. Quella del 2014 non la supererà e così chiuderà i battenti per sempre. E’ solo l’ultimo esercizio commerciale che chiude in ordine di tempo e che segna la profonda crisi economica che si è abbattuta anche sulla “ricca” Pescara.
Ma questo come molti altri non è un fallimento come tanti, i guadagni non sono più sufficienti a pagare le tasse e lo Stato e le famiglie non hanno più le riserve che hanno dilapidato negli ultimi 20 anni di sacrifici.
Gianluca Monaco ha deciso di urlare la sua rabbia con una festa e tanti brindisi sabato 6 settembre nel pomeriggio, un apparente controsenso per sdrammatizzare e forse veicolare meglio il vero problema: la crisi riguarda tutti e prima o poi toccherà anche noi. Se continua così nessuno si salverà.

Il dato certo è che non è stata una crisi improvvisa…
«La decisione di chiudere l’attività è maturata nel corso degli ultimi 2 anni a causa dell’incremento della pressione fiscale tra imposte e tasse. Nel periodo in cui i consumi scendevano drasticamente insieme ai fatturati lo Stato ha chiesto l’anticipazione del 98% delle imposte per l’anno successivo. Un’anticipazione basata sul fatturato presunto dell’anno precedente che poi non si è verificato per il suddetto calo dei consumi. A questo va aggiunto il fatto che lo Stato ha imposto dei parametri economici, i cosiddetti studi di settore, che erano totalmente sballatti in eccesso per la realtà economica. Parametri ai quali una ditta deve adeguarsi in dichiarazione dei redditi per essere “congrua e coerente” con gli stessi e non subire le “minacciose” verifiche fiscali. Perché lo Stato non crede che tu guadagni meno di quello che loro parametrano».

Bisogna adeguarsi alle regole ma quanta fatica…
«Una ditta può adeguarsi un anno, o forse due, dichiarando più di quello che ha effettivamente introitato ma poi i nodi vengono al pettine perché su quelle dichiarazioni ci si pagano le imposte e siccome sono soldi dichiarati ma mai incassati è impossibile pagarli, soprattutto se si chiede anche l’acconto per l’anno successivo del 98% sui redditi e del 100% sull’I.V.A. E succede così che lo Stato sguinzaglia la sua Equitalia…»

A proposito come sta messo nei confronti dei suoi creditori?
«Chiudo per limitare i danni. Con Equitalia sono ancora in corso rateizzazioni. L'unico creditore è lo Stato perchè i miei fornitori li ho sempre pagati visto che sono lavoratori ed hanno famiglia ma, soprattutto, se non li paghi non ti riforniscono e quindi non lavori e non incassi per andare a pagare lo Stato. La scelta che si pone oggi alle attività è tra il pagare fornitori, portare soldi a casa per i figli oppure pagare le tasse che non servono per corrispondere i servizi visto lo sfacelo che subiamo ad iniziare dalla Sanità. Il Servizio Sanitario Nazionale lo paghiamo 4 volte: con l'IRPEF, con l'IRPEG, con le polizze auto e con il ticket. Può essere una cosa normale? Dovremmo avere una Sanità all'avanguardia con tutti questi soldi».

Quando si parla di “crisi economica” c’è sempre i rischio di fare una cronaca “fredda” di numeri che nascondono i drammi esistenziali di intere famiglie. Non è così?
«La decisione è stata coraggiosa ma opportuna. E' stata sofferta per mia madre che qui dentro ha fatto tanti sacrifici e ci ha costruito il nostro futuro. Ma le ho fatto capire, numeri alla mano, che noi non siamo martiri che si immolano per lo Stato che a noi non ha dato nulla di più di quello che gli era dovuto (quando era Stato e le condizioni erano diverse da oggi). Quindi chiudere la partita I.V.A. è un atto obbligato».

E da lunedì che cosa farete?
«Da lunedì il mio locale sarà un circolo ricreativo. La soluzione è maturata quando ho visto che i circoli, pur facendo la mia stessa attività di somministrazione, non pagavano tributi e le tasse comunali come i rifiuti sono un decimo di quello che dovrei pagare io».

Già, un altro caso di “concorrenza sleale” legalizzata: un problema più volte sollevato ma mai risolto dalle istituzioni. Mi sembra di capire, dunque, che oltre i problemi economici ci sono anche quelli di assenza di tranquillità e serenità. Ma non ha nulla da rimproverarsi?
«Molti commercianti non vogliono ammettere con la propria famiglia che ci siano problemi economici per tranquillizzare mogli e figli. Tengono tutto dentro e poi, quando i nervi si spezzano, compiono gesti estremi perchè credono che la colpa sia la loro e non della situazione economica in cui vivono. Anche io ho passato notti insonni e stati di ansia, però se si capisce che il problema non dipende da noi stessi si cerca di reagire e non demordere psicologicamente. D'altronde mi occupo (occupavo) dell'attività da quando avevo 15-16 anni, abbiamo ristrutturato e innovato nel 2001 e quindi non mi si venga a dire che sono un improvvisato come molti che aprono e chiudono o riciclatori che rovinano solo il mercato».

Che cosa dice ai suoi colleghi commercianti?
«Ai miei colleghi, che simpaticamente chiamo "bottegai", dico soltanto che avranno vita breve se non si mettono in testa di trasformarsi da bottegai a imprenditori. Se non si mettono in testa che il sistema è cambiato ed è stato legiferato in loro sfavore. Chi può si trasformi in circolo, la legge favorisce i circoli».

E nel futuro che cosa vede?
«I cittadini avranno sempre meno potere d'acquisto con l'incremento della tassazione. Per quanto riguarda il commercio, come già detto, visto che le leggi sono in favore dei grandi gruppi , società organizzate, grandi catene e grandi marchi penso che soltanto loro potranno salvarsi perchè hanno la forza finanziaria ma soprattutto non hanno la sede fiscale in Italia e potranno far fronte alla diminuzione dei consumi finchè sarà conveniente per loro operare. Altrimenti chiuderanno le filiali e manderanno a spasso i dipendenti alimentando il circuito vizioso economico. Forse, gli unici ad essere tutelati da questa situazione critica sono ancora i dipendenti pubblici che, pur non ricevendo rinnovi di contratto, ricevono puntualmente lo stipendio mentre muoiono economicamente i loro datori di lavoro, cioè noi».
a.b.