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Abruzzo. “Eldorado Italia”: 29.000 kmq di aree marine sotto scacco delle compagnie petrolifere

Di Stefano presenta emendamento per bloccare Ombrina

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Abruzzo. “Eldorado Italia”: 29.000 kmq di aree marine sotto scacco delle compagnie petrolifere

 

 

ABRUZZO. Il “tesoretto” che le compagnie petrolifere continuano a cercare senza sosta, quell’oro nero tanto agognato e nascosto sotto il mare italiano ammonta a 9,778 milioni di tonnellate.
Una quantità di petrolio che, stando ai dati sui consumi nazionali (59 milioni di tonnellate consumate in Italia nel 2013), sarebbe sufficiente a risolvere il nostro fabbisogno petrolifero per sole 8 settimane. Due mesi praticamente.
«Basterebbero questi numeri a dimostrare l’assurdità della scelta energetica che il Governo italiano, si ostina a portare avanti», ha spiegato questa mattina Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente, arrivata in Abruzzo per presentare il dossier ‘Per qualche tanica in più’.
«La ricerca di greggio del mare italiano più che l’elemento determinante per giocare un ruolo decisivo nel dibattito energetico internazionale, come sostiene il premier Matteo Renzi, sembra piuttosto l’ennesimo regalo alle compagnie petrolifere che hanno trovato nel nostro Paese un vero Eldorado. Poco importa se Comuni, Regioni e cittadini sono contrari a svendere il loro mare per pochi spiccioli. Anche sull’occupazione il confronto non tiene». E a proposito di opposizione l’Abruzzo ne sa qualcosa con il no secco ad Ombrina Mare o gli altri progetti pure in fase di approvazione.
In totale oggi in Italia le aree richieste o già interessate dalle attività di ricerca di petrolio si estendono per 29.209,6 kmq di aree marine, 5000 kmq in più rispetto allo scorso anno.
Esempi di come le norme proposte e approvate dai Governi», hanno spiegato questa mattina gli esponenti di Legambiente, «che si sono succeduti negli ultimi anni abbiano dato un impulso a tali attività piuttosto che porre paletti e vincoli ce ne sono molti».

IL CASO OMBRINA
«Sulle criticità del progetto Ombrina e del suo iter autorizzativo siamo già intervenuti più volte negli ultimi anni in maniera puntuale evidenziando le carenze e il non senso di avviare un’attività estrattiva di questo tipo», sottolinea Francesca Aloisio, Legambiente Abruzzo.
Anche l’ex ministro dell’ambiente Andrea Orlando nell’estate scorsa aveva posto uno stop all’iter autorizzativo, contro il quale la società aveva ricorso al Tar. Al momento è quindi in fase di autorizzazione l’Aia, su cui Legambiente e Wwf hanno presentato proprio in questi giorni le loro osservazioni.
L’auspicio degli ambientalisti è che la commissione VIA nazionale, chiamata alla valutazione per l’AIA, «sappia dare il giusto peso alle tante problematiche che le nostre osservazioni e le altre presentate, comprese quelle elaborate anche dalla Regione Abruzzo, hanno evidenziato. Non ci sono i termini di sicurezza, sul piano ambientale, per giustificare un simile insediamento».
Proprio su Ombrina il deputato di Forza Italia ha presentato in Commissione Ambiente un emendamento al Decreto competitività con cui s'intende ripristinare i vincoli previsti dal modificato Decreto Prestigiacomo. «Con questa norma verrebbe scongiurata definitivamente la petrolizzazione della nostra Regione», spiega Di Stefano. «Da questo pomeriggio inizieranno le valutazioni e le votazioni in Commissione degli emendamenti. Spero però che al di là di chi lo presenti, su questa tematica, si faccia squadra e blocco unico tra tutti coloro che si sono dichiarati pubblicamente contrari a tale insediamento. Diversi sono i parlamentari abruzzesi in maggioranza, qualcuno è al Governo, mi aspetto, come tutti gli abruzzesi, più fatti che propaganda »

L’ASSALTO AL MARE ITALIANO
Tra le aree maggiormente interessate dalle estrazioni petrolifere ci sono il mar Adriatico che ha sotto scacco delle compagnie petrolifere 11.944 kmq, di cui 2 istanze di concessione, 17 di ricerca e 7 permessi già rilasciati per l’esplorazione dei fondali marini. C’è poi il canale di Sicilia dove le 5 piattaforme attive estraggono (dato a fine 2013) ben 301.471 tonnellate di greggio (42% della produzione nazionale a mare) e vi sono inoltre 3 richieste di concessione e altre 10 istanze di ricerca. Infine lo Ionio dove oggi non si estrae petrolio ma sono attive richieste per la ricerca di greggio nel Golfo di Taranto. Un’area marina vietata alle attività di ricerca di petrolio fino al luglio 2011, quando un emendamento al testo di recepimento della direttiva europea sui reati ambientali ha di fatto riaperto anche questo tratto di mare alle società estrattive, che ha visto nell’ultimo anno raddoppiare le richieste, che sono passate da 8 a 16, per un’area complessiva di 10.311 kmq. A queste si devono aggiungere poi i 76419 kmq richiesti dalle società per avviare attività di prospezione, ovvero la prima fase di indagine per individuare le aree su cui poi eseguire ricerche più approfondite. Delle 7 richieste 3 riguardano l’Adriatico (una quello centro settentrionale e due il tratto a largo delle coste pugliesi), una il mar Ionio, due il canale di Sicilia e l’ultima il mar di Sardegna.
«Se veramente si vuole rompere con il passato e giocare un ruolo strategico nel dibattito energetico nazionale e internazionale sono ben altri gli investimenti da fare e i numeri su cui puntare», dicono da Legambiente. «Lo dimostrano i numeri del rapporto Comuni Rinnovabili di Legambiente, dal quale risulta che oggi in Italia ci sono 2.629 Comuni autonomi rispetto ai consumi elettrici, oltre 700 mila impianti che producono energia da fonti rinnovabili che hanno garantito il 32,9 % dei consumi elettrici e il 15% di quelli complessivi nel 2013».

DOSSIER LEGAMBIENE PETROLIO 2014