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Sisma L'Aquila. Inchiesta Dirty job, anche Gizzi torna libero

Ancora in carcere Alfonso, Cipriano e Domenico Di Tella e Michele Bianchini

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TERREMOTO L'AQUILA




L’AQUILA. Torna in libertà anche l'ultimo indagato finito ai domiciliari nell'ambito dell'inchiesta "Dirty job" della procura distrettuale antimafia dell'Aquila su presunte infiltrazioni di casalesi nei lavori della ricostruzione privata.
Si tratta dell'imprenditore edile ed ex presidente dell'Aquila Elio Gizzi, l'unico tra i sette indagati ad aver risposto all'interrogatorio di garanzia alle domande di gip e pm.
Il gip Giuseppe Romano Gargarella ha accolto venerdì scorso l'istanza dei suoi avvocati difensori. Gizzi era l'ultimo indagato ancora in regime di detenzione domiciliare dopo la liberazione degli altri due imprenditori reclusi in casa, Dino e Marino Serpetti, usciti nelle scorse settimane.
L'imprenditore è attualmente sospeso dalle sue cariche di amministratore unico e direttore generale del sodalizio calcistico aquilano e anche come consigliere di Lega Pro. Restano invece in carcere gli imprenditori Alfonso, Cipriano e Domenico Di Tella e Michele Bianchini.
Secondo quanto sostiene l’ipotesi accusatoria, per massimizzare i profitti nei milionari appalti della cosiddetta ricostruzione privata i sette imprenditori coinvolti nell'inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia dell'Aquila si sarebbero rivolti alla camorra, in particolare al clan dei Casalesi, per farsi procurare le maestranze a basso prezzo.
Dunque manodopera del Casertano assunta da ditte aquilane o campane attraverso l'intermediazione di altri costruttori campani incensurati ma contigui al clan dei "Casalesi", i Di Tella di Caserta.

Lo stipendio veniva pagato con buste paga regolari, ma la metà rientrava in contanti a costituire un tesoretto di fondi neri per il gruppo campano.
I Di Tella «portavano e alloggiavano all'Aquila quei lavoratori, li facevano assumere dagli imprenditori aquilani, che alla fine emettevano una busta paga con importi corretti, ma poi la offrivano ai Di Tella che gestivano una contabilità separata e occulta».
Infatti, ha aggiunto Mancini, «dopo aver percepito l'importo il lavoratore restituiva la metà dello stipendio con prelievi bancomat. Non avveniva attraverso la violenza - ha chiarito - ma con intimidazione ambientale diffusa, in qualche caso con alzata di toni a ricordare anche gli obblighi condivisi dalla provenienza geografica».
Il bottino tornava ai Di Tella, ma il giochetto «consentiva comunque di garantirsi un 30% agli aquilani, anche se poi in quei cantieri non ci mettevano le mani», ha sottolineato ancora Mancini. Di norma gli operai venivano assunti dai Di Tella, a volte anche dagli arrestati ai domiciliari Elio Gizzi, Dino e Marino Serpetti e Michele Bianchini.